Lo ammetto: di calcio capisco poco
Ma c’è vicinanza tra il Var e la vita

Mi autodenuncio subito contro ogni fraintendimento: non sono affatto uno che di calcio se ne intende. Anzi, tutt’altro! Quindi faccio ammenda e mi scuso per gli errori che fatalmente collezionerò nel contesto delle mie considerazioni. Sarò temerario e la sparo subito: come mai tutte le volte che mi capita di guardare una partita di pallone del nostro campionato le questioni arbitrali mi creano istintivo prurito e immancabile disagio? Sensazione che provo tutte le volte in cui il punto di vista si sposta dall’ambito del gioco puro e semplice al dominio delle questioni etiche, a quella cifra deontologica che dovrebbe animare ogni giudizio fondato sul rigore decisionale.

Lascio ai tifosi accesi, a quelli che “di pancia” alludono alla malafede piuttosto che all’errore, i loro sfoghi spesso plausibili ma in genere troppo motivati dalla passione sviscerata verso la propria squadra per essere obiettivi. Invece qui sarà opportuno concentrarsi sulla ormai troppo insistita questione legata agli errori. Oggi esiste uno strumento chiamato Var, da molti esaltato come la panacea di tutti i mali quanto da tanti altri visto con malcelato sospetto, che avrebbe dovuto, e dovrebbe, limitare o addirittura azzerare sbagli clamorosi. Comportamenti erronei troppo insistiti per non tracciare una scia molto poco luminosa e lunga a discredito dello sport in assoluto più seguito e popolare. In realtà, la tecnologia messa a disposizione in campo non può essere considerata una sorta di deus ex machina dal potere assoluto e acefalo, come qualcuno vorrebbe far credere. E non lo si può neppure ingenuamente considerare uno strumento asettico, impersonale e di verginale candore per il semplice fatto che dietro ai monitor ci stanno persone in carne e ossa chiamate a interpretare e quindi decidere sulla base di regolamenti tutt’altro che chiari a detta di molti esperti. Talmente fumosi da scadere nel ridicolo involontario allorché dovrebbero decidere il fatidico “chiaro e riconoscibile errore”. Plateale ossimoro in una condizione di palese e quasi esilarante confusione.

Quindi tutto quanto rimane esattamente come un tempo nelle mani dell’insindacabile giudizio dell’arbitro in campo. Decisioni che, a seconda dei casi, assumono potenza di verdetto calandosi implacabili come una mannaia sulle teste dei malcapitati di turno. Spesso la deriva di molte partite è determinata proprio dal peso di un delicato provvedimento sanzionatorio destinato a rivelarsi frutto di una svista. Il Var, troppe volte ignorato, se ne sta zitto, mentre la tecnologia disegna poco interessanti quanto precise e algide geometrie di gioco: ma l’arbitro è pagato in campo per esserci e lo fa intendere bene. E gli errori fioccano e il gioco dei rimpalli delle responsabilità comincia. In conclusione, sembra evidenziarsi un disinteresse generale a porre le condizioni di un argine, un punto fermo: mi pare di aver capito, probabilmente cadendo io in errore, che in fondo si tenda a fare una specie di media proporzionale tra torti subiti o visti subire dalla squadra avversaria nell’arco di una stagione e tutto va a posto così. Non so se questo sia il migliore dei modi per vedere trionfare il principio di giustizia nella sua astrattezza, ma inseguendone ingenuamente l’ideale applicazione ho la sensazione che il calcio replichi pari pari la metafora del nostro ordinario sistema di vita.

Quante volte ci siamo indignati perché la giustizia dei tribunali non è uguale per tutti, a dispetto della legge che invece proclama di esserlo? E perché chi sbaglia, invece di essere sanzionato, magari viene incoraggiato con una bella promozione? Non lo so e preferisco restare nella mia beata ignoranza. Osservo semplicemente che talvolta è così e me ne dispiaccio, perché mi dà la vaga impressione di vivere in un contesto sociale sbagliato. Dove non si capisce perché a pagare siano sempre gli stessi: i diseredati, i poveracci, i fessi, le classi meno abbienti e le persone più esposte. Mai chi sbaglia per davvero. Gli errori andrebbero prima d’ogni cosa virilmente riconosciuti. Basterebbe dire: ho fatto una fesseria. Capita. È umano. Ma non dimentichiamolo mai: errare humanum est, diabolicum perserverare.

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