Il mio ricordo di Andrea Pinketts
Un amico tutto genio e anima

Pochi giorni fa mi ha lasciato un amico speciale. E la sua morte ha commosso tutti, perché Andrea Pinketts, scrittore di successo, indagatore del mistero e un mucchio di altre cose a dissetare una fame sempre inesauribile di sensazioni, si è fermato di passaggio su questa trottola celeste lasciando di sé il ricordo di un uomo buono. Il mondo della cultura lo piange, gli editori spesso dal cuore gelido lo commemorano e forse faranno riedizioni delle sue opere, gli amici più stretti stanno in silenzio con gli occhi lucidi confidando in cuor loro che Lazzaro, suo alter ego letterario, si alzi in piedi e faccia gridare ognuno non tanto al miracolo quanto allo scherzo ben riuscito.

 

 

In ogni caso, di Pinketts rimane l’impressione che non se ne sia andato via per sempre, ma senza chiedere permesso si sia appisolato nella sua poltrona preferita, annoiato dal troppo chiasso del mondo, in una nuvola tiepida di toscani fumati con gioia infantile. L’etichetta, lo strasentito luogo comune “genio e sregolatezza” non mi piace affatto. Andrea era geniale perché conservava assieme al suo immenso talento la semplicità, non apparteneva alla categoria di quelli che “se la tirano” e questo lo faceva naturalmente grande, lo consegnava di diritto all’olimpo degli artisti autentici, di valore. Solo un uomo dotato di incredibile follia oppure di straordinaria autoironia può alludere alla propria genialità ponendo una ammiccante G tra nome e cognome: fate voi! E la mancanza di regole? Un non problema, un modo assurdo e ipocrita immaginato solo per tagliare addosso agli altri abiti inadatti e stretti, buoni solo per chi giudica. Hemingway privato anche di una sola delle sue debolezze non sarebbe stato Hemingway, semplicemente un’altra persona, probabilmente tutt’altra persona. Lo stesso vale per Pinketts: senza sigaro, senza il bicchiere in mano, inibito nel suo modo guasconesco di porsi e di esprimersi… Irriconoscibile e ridotto a un povero ragioniere del catasto dalla vita grigia come le sue giacche.

Godiamocelo così com’è stato, tutto intero, sottraendolo con tutte le forze alle logiche contemporanee troppo legate al meccanismo di causa effetto, segno di insopportabile scientismo d’accatto. Non credo affatto nel nesso di causalità tra vita spericolata e fine precoce dei propri giorni. Ho un amico che beve e fuma Antichi Toscani da una vita e ha già raggiunto la bella età di ottantacinque anni. E che dire di artisti come Mik Jagger o Keith Richards? Usando quel metro di analisi dovrebbero essere morti e sepolti da secoli. Quindi resta solido come una roccia tutto il mio scetticismo con cui rimando indietro ai compilatori di protocolli, sempre meno medici, questo genere di conclusioni. Direi che un sano determinismo etico serva da buon sestante per arrivare a comprendere che l’orologio cosmico aveva segnato la sua ora per volontà del fato: è una visione volutamente ascientifica ma che soddisfa cuore e spirito in maniera molto più ampia di qualsiasi altra. Secondo me Andrea si era stufato, e voleva andar via. Per lo meno la sua volontà profonda lo voleva e così aveva decretato. A dispetto di quella superficiale e velleitaria, i filosofi ermetici la chiamano “mentale”, che fa i conti con la conservazione di sé e delle proprie abitudini, del confronto con gli altri e del rapporto con il proprio io che esige attaccamento e a cui dire addio è difficile. Andrea Pinketts era un uomo dalle apparenze semplici, dalle frequentazioni anche perfino ordinarie, ma la cui natura profonda era difficilmente sondabile. Specie negli ultimi tempi dissimulava su tutto: sul suo malessere, i suoi pensieri, se stesso. Metteva a riparo gli amici, con atteggiamenti evasivi, più fumosi degli sbuffi del suo sigaro.

Con una punta di amarezza, l’amico comune Emanuele aveva creduto che Andrea non gli volesse «più bene come un tempo». No, al contrario gliene voleva di più e questo Emanuele non ha faticato a capirlo, afferrando il senso del suo isolamento. Emanuele, che mi è stato presentato anni fa da Pinketts a cena a Torino. Abbiamo rasentato la rissa, dopo una mia infelice (ma giusta) battuta contro Giorgia, la sua fidanzata. Andrea fa da paciere: è vero che ignorare chi sia Nanda Pivano è un crimine, ma lavare l’onta facendo scorrere rusticano sangue è eccessivo perfino per lui. Baci, abbracci e grandi bevute: io e Emanuele e la dolcissima Giorgia siamo da allora ottimi amici consacrati e benedetti dal grande ierofante Pinketts. Già, sapete come ci siamo conosciuti, io e lui? Tantissimi anni fa alla Rizzoli di Milano, Fernanda Pivano presentava il mio A Spasso con Papa Hemingway. C’era Pinketts. Ha da ridire sull’abbinamento cromatico della mia cravatta. Mi impermalisco e critico i suoi due orologi definendoli «da disorientato mentale». In quel caso, davanti a una maestosa cassoeula, fu Nanda a mettere argini alla nostra esuberanza. Bastarono un paio di bicchieri di ottimo Barbera per allentare tensioni e renderci benedicenti l’uno con l’altro. Da quel momento non ci fu libro da me pubblicato che non volesse tenere a battesimo, alle Giubbe Rosse di Firenze ho presentato la sua Fiaba di Bernadette. Ciao Andrea, so che prima o poi manderemo a segno quel nostro bislacco progetto di andarcene in carrozza settecentesca a percorrere luoghi ed emulare gesta cari al vecchio Jack Casanova. Vedrai che prima o poi ce la faremo.

Lascia un commento

Devi loggarti per pubblicare un commento.