Omaggio tardivo a una dea terrestre

Non so se cominciare: Si chiamava Maria Teresa Galli. Oppure: Mia mamma insegnava disegno. Sta di fatto che Maria Teresa Galli prendeva lezioni di disegno da mia mamma. Erano entrambe giovani e belle. Mia mamma perché era mia mamma e aveva i capelli profumati di Colonia 4711 che mi sarei spazzolato la sua treccia sotto il naso tutto il giorno e non solo quando mi metteva a letto. E anche perché in effetti era bella. Maria Teresa Galli, invece, era bella perché era bellissima: gentile, si muoveva facendo danzare i capelli e la seta dello chemisier: e mi voleva bene. Lo sapevo che mi voleva bene.

Abitava a qualche centinaio di metri da casa e veniva lei a lezione da noi nel primo pomeriggio. Avevamo una casa grande. Teneva in mano la matita come se non dovesse neanche sfiorare la figura, non diciamo il foglio. E poi io, nonostante si appressi il momento di lasciarci per sempre, non domino ancora completamente il mio inconscio, per cui non posso garantire di essere veritiero. Però quando penso a Maria Teresa Galli mi torna sempre alla mente Rita Hayworth che cantava sul grammofono Amado mio (ora, su YouTube, si vede anche che balla) e quell’altra cosa, Besame mucho, che Maria Teresa sussurrava mentre il 78 giri frusciava ondeggiando e io, in collo a lei sul tappeto rosso del parquet del salotto, potevo darle appassionato e felice come una furia tutti i baci da treenne che volevo, appoggiato alla spalla dietro le orecchie, prima che lei tornasse a casa sua.

Ma mia madre aspettava sempre un fratellino o una sorellina e per quei giorni bisognava trovare qualcuno che ci prendesse finché quello non si decideva a nascere. E mia madre non si fidava di tutti. Di mio fratello – due anni dopo di me – non ricordo quasi nulla. Dei giorni in cui nacque Giovanna (tre anni e mezzo, la prima femmina) ricordo tutto. La culla di vimini, con le ruote e con la fodera che pareva una tovaglina bianca e rosa. Ricordo perfettamente che a casa di zia Renata mangiai per la prima volta gli spinotti (“spinaci” – corresse zia Renata a mio babbo quando la sera venne a riprendermi) che mi erano piaciuti molto e mi piacciono ancora.

Ma ricordo che prima di andare a pranzo da zio Mario e zia Renata ero stato tutta la mattina a casa di Maria Teresa Galli, che abitava sola al pianterreno di un villino che aveva, sul dietro, un giardinetto con tanto di sedile liberty di pietra come si usavano allora, lo schienale avvolgente come una poltrona di stoffa coi braccioli che accompagnavano il corpo e tre lastre di pietra per appoggiarci i cuscini. Attorno crescevano dei giovani lecci e, in basso, degli acanti come quelli dei capitelli corinzi (allora nessuno si vergognava di parlare di acanti e capitelli corinzi a un bambino di tre anni e mezzo) e dei cotoneaster che però – al tempo – nessuno sapeva come chiamare precisamente. Erano solo belli, anche loro, coi loro pallini colorati.

Maria Teresa Galli e io disegnavamo insieme in perfetto silenzio anche le altre volte che andavo da lei. Io in piedi coi fogli direttamente sulla pietra serena. Lei di sbieco appoggiata alla curva del bracciolo, le gambe accavallate su cui posava un leggero cavalletto in legno, dotato di una meravigliosa cassettina per le sanguigne e i Crayon Conté che non potevo – era inteso – toccare, pena impolverarmi da capo a piedi di Terra di Siena bruciata, Ocra, Bianco Zinco, Indaco e uno dei mille possibili rossi.

Io disegnavo invariabilmente locomotive. Non quelle nere, a vapore, con la caldaia davanti e il vapore che esce bianco. A me piacevano quelle quasi nuove (allora): elettriche, enormi scatole marrone con sopra i pantografi e davanti una specie di altra scatola appesa, più piccola, al lato della quale luccicava il finestrino del macchinista. Mio padre – ingegnere – le chiamava trifase e son durate a lungo. Qualcuno può aver fatto ancora in tempo a vederle. Un oggetto orrendo per un bambino. Ma a me piacevano quelle. Le mattine miti di novembre in cui aspettavamo che nascesse Giovanna ne avrò disegnate e colorate quattro, tutte rigorosamente marrone chiaro, marrone scuro, grigio per i binari, nero per i fili della rete aerea e maniacalmente prive di vagoni. E, ovviamente, c’erano ancora tutte quelle di prima.

Poi – il giorno della nostra familiare Nakba (la “catastrofe” come i Palestinesi chiamano la loro Shoah) – lasciammo Firenze. Mio babbo aveva avuto una promozione, era stato trasferito in una città del Nord, eravamo quasi diventati ricchi. Il giardino di Maria Teresa Galli scomparve. Io smisi di disegnare. Coloravo gli album che si comprano in cartoleria. Solo a mio fratello – che sarebbe poi diventato un grande architetto – era consentito disegnare: ovunque ci fosse uno spazio bianco su un libro, un quaderno, una busta, disegnava cavalli che parevano tratti vivi dalla Battaglia di Anghiari. Avesse disegnato con la stessa maestria donne nude lo avrebbero rinchiuso dai Corrigendi. Invece erano cavalli (ed erano e sono – per esempio quelli sul vocabolario di Greco che abbiano ancora noi – davvero belli) e così lo lasciarono libero di proseguire la sua vocazione.

Io però persi Maria Teresa Galli. Niente più locomotive. Fine delle foglie d’acanto. Tango e baci, nemmeno a pensarne. Con le zie che mi ritrovavo.

Solo un giorno, anni dopo – tanti anni dopo – tornati a Firenze, mia mamma mi disse di averla casualmente incontrata in centro: si era trasferita a Osimo (la prima volta che sentii quel nome, nelle Marche) poco dopo la nostra partenza, e ora abitava lì. A Osimo. Come se uno potesse farci qualcosa, a Osimo. Comunque d’accordo: Maria Teresa Galli aveva deciso di tornare in quel suo posto strano. D’altronde a me piacevano le locomotive trifase. Ma nella conversazione Maria Teresa Galli aveva inserito una domanda importante, che mia mamma mi riferì senza domandarmi – bontà sua – se mi ricordavo di chi stesse parlando: «E Alberto, come sta?». E aveva aggiunto, Maria Teresa Galli, una cosa ancor più decisiva: «Sai, Luce (Luce è il nome di mia mamma), io ho sempre conservato le sue locomotive. Le ho ancora tutte, credo». Che anni saranno stati? I primi Sessanta? L’anno della Maturità?

Tre o quattro inverni fa chiedemmo a una giovane architetta di ristrutturarci la casa di Chiavari. Mia moglie – che disegna ancora peggio di me – le sottopose delle bozze di progetto che la giovane professionista si apprestò a ricomporre ordinatamente a matita. Le domandai se avesse fatto l’artistico, per la grazia e la leggerezza con cui maneggiava quello che poteva essere addirittura un Koh-I-Noor 1500. No. Aveva fatto lo scientifico, ma aveva continuato a prendere lezioni di disegno da un professore della sua città per il solo fatto che amava da pazzi disegnare. Il modo con cui teneva la guaina gialla in legno attorno all’anima di grafite di quel gioiello e muoveva il polso mi fecero in un lampo tornare in mente il mio grande amore dell’età degli dèi: ma, ovviamente, non potei né invitarla a ballare Amado mio né coprirla di baci sui riccioli lievi dietro le orecchie. Gli anni – e la vita tutta – si pagano. Eccome.

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