Le leggi supreme dell’educazione

Fonti autorevoli riferiscono che alcuni anni fa i membri di una consulta giuridica di un certo rilievo posero una domanda pesante ad un rabbino del nord che faceva parlare molto di sé: quale fosse, secondo lui, il principio costituzionale imprescindibile nella loro situazione. L’interrogato rispose che era uno solo, diviso in due commi: “Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente” e “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due paragrafi, concluse, “dipendono tutta la legge e i profeti’”. Ovvero l’intera legislazione vigente.

Della stessa mirabile sintesi si è reso protagonista – giorni fa, nel corso di un viaggio in Messico – un altro personaggio implicato col precedente mediante una serie di contestate successioni. Visitando un ospedale pediatrico messicano ha dichiarato – in riferimento all’atteggiamento di una leggendaria figura di sacerdote che officiava nel tempio di Gerusalemme: “Simeone è il “nonno” che ci insegna questi due atteggiamenti fondamentali della vita: quello di ringraziare e quello di benedire”. Noi aggiungiamo: da questi due comandamenti dipendono tutta la pedagogia e l’educazione, non solo dei bambini.

Ovviamente i due verbi non si riferiscono ad una indicazione di galateo (il primo) o liturgica (il secondo). Non sono precetti del tipo: “Di’ grazie al bambino che hai davanti” o “Traccia nell’aria un segno di croce in direzione dei destinatari”. Vogliono piuttosto dire – crediamo: questo è il segno per te che sei diventato adulto, che la tua vita si è compiuta: quando – davanti a una vita che ti è posta davanti, ti troverai a non saper dire altro se non “Grazie, Signore, di avermelo fatto incontrare” e “Signore, abbi cura di questo piccolo che ho davanti”. C’è uno struggimento ineluttabile, un dolore acuto accoppiato alla gratitudine per ciò che lo provoca, che – crediamo – è il compimento di ogni legge relativa all’educazione.

Non possiamo fare che pochissime cose per coloro che ci sono stati affidati. Rivolgendosi a quei bambini, (molti dei quali – è certo – moriranno), Francesco ha detto: «…i medici vi benedicono, ogni volta che vi curano, gli infermieri, tutto il personale, tutti quelli che lavorano vi benedicono, voi bambini, però anche voi dovete imparare a benedire loro e a chiedere a Gesù che abbia cura di loro perché loro hanno cura di voi». E ha poi soggiunto: «Da un lato, attraversando quella porta e vedendo i vostri occhi, i vostri sorrisi… mi ha fatto venire il desiderio di rendere grazie. Grazie per l’affetto che avete nell’accogliermi; grazie perché vedo l’affetto con cui siete curati qui, l’affetto con cui siete accompagnati. Grazie per lo sforzo di tanti che stanno facendo del loro meglio perché possiate riprendervi presto. È così importante sentirsi curati e accompagnati, sentirsi amati e sapere che state cercando il modo migliore di curarci; per tutte queste persone dico: grazie, grazie».

Comma secondo: «E nello stesso tempo, desidero benedirvi. Voglio chiedere a Dio che vi benedica, accompagni voi e i vostri familiari, tutte le persone che lavorano in questa casa e fanno in modo che quei sorrisi continuino a crescere ogni giorno. A tutte le persone che non solo con medicinali bensì con la “affettoterapia” aiutano perché questo tempo sia vissuto con più gioia. È tanto importante la “affettoterapia”! Tanto importante. A volte una carezza aiuta tanto a stare meglio».

L’ospedale, l’oncologia, è un sintomo. Come direbbe Eugenio Borgna, il principe degli psichiatri, il sintomo di una malattia che ad alcuni privilegiati è stato dato di portare perché la si veda meglio e venga risparmiata agli altri, ai più fragili: l’offesa che gli adulti – con le loro insensate pretese educative – fanno continuamente ai giovani, alla loro voglia di vivere, al loro desiderio di essere uomini, alla loro gratitudine alla vita che si esprime in baldanza tante volte spudorata, un po’ fuori dalle righe («i vostri sorrisi – alcuni birbanti», ha detto Francesco: pillos, in messicano. Facce da schiaffi ridenti), ma anche alla loro sofferenza, al loro cuore già troppo ferito. In questo solo si riassume l’educazione modello vecchio Simeone: nello struggimento per i ragazzi offesi – per il genere umano offeso, avrebbe detto Vittorini. Offeso a sangue nei giovani che gli adulti dovrebbero solo ringraziare per il dono che è stato fatto loro concedendogli di incontrarli.

E ora lascia che il tuo servo vada in pace, secondo la Tua promessa, chiede il vecchio Simeone al suo Signore. I miei occhi hanno visto quel che dovevano vedere. La mia anima ha appreso quel che c’era da apprendere. Che la vita ci è data perché impariamo a dire grazie. Che la vecchiaia ci è data per accorgersi che una cosa sola è necessaria per far crescere un uomo: affidarlo al Signore con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra anima strizzata di dolore. Tutto il resto, sia quello che dev’essere.