Scusate se insisto, ma il Papa…

Scusate se insisto. Però, se da una parte mi riconosco in Homer Simpson in underwear Cagi, dall’altra non vorrei in alcun modo far la parte di Fabrizio Del Dongo (celebre personaggio de La Certosa di Parma di Stendhal), che a Waterloo – dov’era in cerca di Napoleone – si lamentava di non partecipare mai ad avvenimenti storici di quelli veri. «La vita fugge, et non s’arresta una hora», scriveva il Petrarca. La storia, anche lei passa, ma a me non piacerebbe vederla passare stando seduto sopra un paracarro, come canta Paolo Conte (Bartali). E la storia, in questo momento, si chiama Francesco.

Quando, l’altro giorno, Luis Badilla ha cercato di capire come mai il papa a Bangui avesse usato la formula «Vengo come pellegrino di pace e mi presento come apostolo di speranza», la sua memoria diamantina ha innescato una fulminea reazione intertestuale mettendo in rapporto il secondo «come» con un altro passo di Francesco in cui si diceva che qualcosa – forse la guerra? – uccide la speranza. Annunciandosi come  «apostolo di speranza», il papa avrebbe dunque voluto dichiararsi contro la guerra. Al momento non c’è stato tempo per controllare, però dopo si è visto che nell’originale non era la guerra, ma la mafia (e anche la cultura in cui siamo immersi) a uccidere la speranza. Il suo contrario è la famiglia, «fabbrica di speranza». E dunque forse il papa voleva intendere che era sceso lì, a Bangui, per «seminare la speranza» (come aveva detto, ringraziandoli per il loro operato, ai vescovi della Calabria nel febbraio scorso) facendo leva sulle famiglie. Anche nell’udienza di oggi, mercoledì, si è mostrato nuovamente meravigliato del fatto che oltre la metà dei cittadini centrafricani sia minorenne.

Nel percorso di questa ricostruzione testuale – che ha il valore che ha; ma che volete farci: ognuno ha la testa che gli è capitata – mi tornava alla mente un’altra idea, anzi un’immagine. Molto insistente. Una cosa che non aveva nulla a che fare col papa. E nemmeno con l’Africa. Una cosa su cui ero capitato mesi fa non ricordo per quale ragione, forse per un problema di traduzione della parola kubanjski. Avevo così incontrato la regione chiamata Kuban, dal fiume che la percorre, nella Russia meridionale, nei pressi di Krasnodar. È la regione dei cosacchi. I cosacchi usano un bellissimo copricapo chiamato kubanka e indossano una veste meravigliosa, elegantissima, chiamata chokha.

Come i neri dal Kenya a Bangui, passando per Kampala, i cosacchi sono gente meravigliosa, in tempo di pace. E così, tanto per stare un poco in loro compagnia, sono finito su due video del Ruski Kubanjski kozački ansambl (Gruppo artistico – in versione più elegante: Ensemble – dei Cosacchi Russi di Kuban). Sono due concerti, il primo chiamato Prvi deo koncerta, il secondo Drugi deo koncerta, che sarebbe opportuno ascoltare subito, perché sono incredibilmente belli da vedere e da ascoltare. Sono concerti di pace. Del tempo di pace. Ad ascoltarli più volte c’è dentro tutto: il vento delle steppe, la forza fisica, la nostalgia, la gratitudine per coloro che ci stanno intorno, le schermaglie amorose.

E pensavo a com’è orrenda la guerra. Le stesse facce – in sovrimpressione mnemonica – le trovavo nei ragazzi che si massacrano a vicenda nella vicina Ucraina, nella regione di Donetsk. Azioni di una ferocia inaudita da entrambe le parti, mutilazioni orrende inflitte al nemico per togliergli ogni speranza di una vita che torni ad essere bella. Per suggerirgli di pensarci lui, a farsi fuori da solo. E invece questi qui, uomini e donne bellissimi nelle loro vesti, nei loro cappelli, nelle loro voci: volti e corpi che fanno sorgere seriamente la domanda su come mai il Signore Iddio si sia inventato quella perversione che si chiama monogamia. Per seminare la speranza, ha detto il papa. Ma sarà il caso di approfondire.

C’è però, in tutta questa dolorosa gloria dell’umano, qualcosa che mi pareva più azzeccato del resto. Ed era la chokha, l’abito tradizionale che si vuole georgiano ma che è cosacco fin dall’origine. La chokha dunque – si vede perfettamente nei due video, ma si può allargare la ricerca nella rete – presenta, sul petto, due ornamenti che sono in realtà due cartucciere. Forse servono a ricordare che anche nei giorni comuni si può presentare la necessità di salire a cavallo e combattere con le spade sguainate. Che bisogna comunque essere preparati alla battaglia imminente, pronti alla difesa come all’attacco.

Mi pare una buona immagine per i nostri giorni, questo abbigliamento che dice: rivestitevi di forza, siate pronti. Bisogna seminare la pace, per poter cantare ed amarsi. Bisogna esser pronti a difenderla, se qualcuno intende attaccarla o togliercela. Perché la pace indifesa è solo fonte di disastri, come in Ucraina. E di volti umiliati, di corpi oscenamente abbandonati – «E di cani e d’augelli orrido pasto», cantava l’antico – ne abbiamo visti già troppi, caucasici o neri che fossero.