Siamo sempre più dei centenari
(abbiam la smania di essere eterni)

Mezzo milione di persone nel mondo hanno quest’anno spento le loro prime cento candeline. Per l’esattezza, 533.000 secondo i dati forniti dall’ufficio federale di statistica tedesco in occasione del recente World Population Day. Non sorprenderà il fatto che i numeri sono più a favore delle donne rispetto ai maschi. Ma quello che davvero stupisce è come, dall’inizio del terzo millennio, la cifra di quanti hanno varcato la soglia del secolo sia letteralmente quadruplicata. La tanto sovente vituperata “qualità della vita”, oggetto di speculazioni e critiche di ogni genere, ha insomma mostrato di poter regalare un supplemento di anni non indifferente a tante persone tutto sommato in buona salute e in molti casi con il pieno possesso delle proprie facoltà mentali. E pare che siamo soltanto all’inizio, dato che i centenari non sono più destinati a essere un fenomeno così raro. Un amico, eminente endocrinologo, mi ripete spesso: «Arriveremo a vivere sempre più a lungo portandoci dietro tutte gli inconvenienti tipici da consunzione».

In poche parole, sopravviviamo a una serie di malanni, ci conviviamo, magari li curiamo, ma è certo che li contrarremo. È fatale, ad esempio e sempre secondo il mio amico esperto, che arrivati a una certa età ci ammaleremo di diabete senile. Tutti. Più si superano certi limiti temporali e più l’organismo ne risente. Non c’è niente da fare. Quindi un giorno brinderemo da vecchi bicentenari, metà uomini e metà computer: esseri androidizzati che, come Dorian Gray, si vedranno inossidabili, mentre in realtà il tarlo del trascorrere del tempo sta facendo il suo lavoro di corruzione. E magari, se non sarà tardi, al momento della morte chiederemo di far parte nuovamente di quella umanità così come la ricordavamo, per parafrasare il film con Robin Williams.

Ma in realtà cos’è cambiato rispetto alle nostre radici più remote, di cui si ha traccia sensibile nei cosiddetti testi sacri? Qui si incontrano profeti da Noè a Matusalemme che vivono ere, cavalcano secoli e in qualche caso sfiorano il millennio. Impressionante, e ardito crederlo davvero. Certamente avranno vissuto a lungo e questo deve aver colpito le genti di quei tempi e gli esegeti che ne hanno costruito un mito stupefacente. La tensione verso l’eterno, il superare i confini temporali concessici, l’illusione di potersi approssimare a quella dimensione ultraumana capace di ingannare e forse eludere la falce di sorella morte… I patti per la vita sono gli stessi che portano a ignorarne il vero senso, la lezione profonda e la direzione che dà significato ai nostri giorni. Sono patti mefistofelici che non si arrendono all’ineluttabile, perché l’uomo e la donna vengono dal seme trasgressivo di Adamo e di Eva che si è propagato nell’onta della mortalità e che per questo non si rassegna, né si rassegnerà mai.

Viviamo potenzialmente fino a cento anni, in molti casi ci possiamo riuscire, a quanto pare. Questa è la notizia. Vuol dire che, in barba all’inquinamento, ai pesticidi, alle scie chimiche, alle porcherie che mettono nel cibo, ai presunti cambiamenti climatici, siamo più forti e più vecchi. Probabilmente ci stiamo irrobustendo e adattando come i topastri di fogna: non mi sorprenderebbe. Ma invece sono più propenso a credere che, rispetto al passato, si stia notevolmente meglio per un mucchio di ragioni, a partire dai progressi della scienza che non ci fa più (sempre) morire per una banale influenza o di tifo. La smania di vivere a lungo, se non di sopravvivere, è il vero tarlo di questo millennio. I social sono nati per questo e non per caso: dare la perfetta illusione di poter lasciare di sé memoria incorruttibile, imperitura e digitalmente dura a morire. In effetti ogni tanto mi capita di ricevere l’invito a fare gli auguri di buon compleanno a qualche amico morto e sepolto da un pezzo. E c’è pure qualcuno che lo fa. Ecco, per dirla col mio amico Bukowski, a questo punto sento semplicemente voglia di vomitare.

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