Siamo un Paese di ignoranti
e ce ne compiaciamo pure!

Già un rapporto Ocse di una decina di anni fa ci bollava come il Paese più arretrato culturalmente. In poche parole, ormai da tempo le nostre scuole sfornano diplomati e laureati non solo privi di conoscenze specifiche in materie di base, ma incapaci di un uso corretto della lingua italiana parlata e scritta. Due anni fa è stata inoltre stilata una interessante classifica che ci relega a riguardo all’ultimo posto in Europa, aggiungendo ai neo ignoranti-titolati la massa di analfabeti funzionali. Si tratta di quanti, superata la soglia dei cinquanta, non ricordano un fico secco di quello che hanno, forse per giunta malamente, studiato e sono quindi affetti dal cosiddetto “analfabetismo di ritorno”.

Non occorrono grafici complicati e speculazioni accademiche per comprendere in quale situazione sia sprofondato anche in questo ambito il nostro Bel Paese, ere fa autentico faro di sapere e conoscenza per il mondo intero. Cosa può essere successo, dunque? Nient’altro che la contaminazione becera con il concetto ambiguo e pericoloso di “società easy”, di estrazione tutta americana. Un cavallo di Troia che ha fatto e fa credere tutto straordinariamente a portata di mano, tutto semplice e semplificato, fino alla totale banalizzazione. Con il messaggio, sin dall’inizio assai seducente, che chiunque avrebbe potuto attingere a quel meraviglioso pozzo colmo di possibilità altrimenti interdette. Prospettiva purtroppo illusoria e piena del niente assoluto. Una massa di pseudo studenti che già dagli Anni Ottanta, che già mostravano i primi segnali di condizioni destinate solo a peggiorare, ha affollato aule di scuole superiori e di università, dove col passare degli anni non sono stati più considerati studenti ma clienti.

Una differenza non da poco, che ha dato la stura al grande business dell’istruzione, della formazione dai nomi esotici, di stage, di infiniti corsi di perfezionamento al solo scopo di oliare per benino i meccanismi di strategie di marketing ben studiate e conosciute da mezzo secolo oltreoceano. Ma questi modelli appiccicati al nostro piccolo Paese si sono rivelati utili, adatti? Il sistema abbaia fiero proclamando grandi passi in termini evolutivi e continua a indicare quei sistemi come protocolli da imitare pedissequamente, per non restare indietro. Ed ecco che, a sorpresa, invece indietro ci siamo eccome, fanalino di coda di un’Europa che si è fatta imbacuccare con meno facilità da certe suggestioni forse non così pregevoli. Fare ad esempio “stage” di inglese senza la padronanza della propria lingua si rivela involontariamente comico. Insomma, ci scopriamo affetti da un provincialismo inguaribile di cui non dovremmo essere troppo orgogliosi. Basta fare una capatina sui social per rendersi conto di come stanno le cose. Io stesso per divertimento (in realtà a volte mi arrabbio dal dispiacere) ho dato vita a una pagina Facebook, “L’italiano sotto la suola della scarpe”, timidissimo omaggio a quel maestro di giornalismo che fu Luciano Satta con le sua Matita Rossa e Blu. Davvero disarmante accorgersi come persone con un preteso buon livello di istruzione scrivano in modo spaventoso commettendo errori da seconda elementare.

Assolutamente sconfortante. Ma l’aspetto peggiore è che la maggior parte delle persone addomesticata dal sistema del modello easy non trovi la cosa tanto grave, perché in fondo può capitare a tutti. È vero, sbagliare è fatale! Ma quando ci si imbatte in errori talmente diffusi da ripetersi costantemente (p.e. «sono apposto» invece di «a posto») siamo di fronte a una ignoranza pandemica ormai irrefrenabile. Niente di peggio che essere strenui custodi della propria ignoranza, atteggiamento che questa nostra società fondamentalmente auspica e incoraggia. “Errare humanum est, perseverare diabolicum”, si diceva una volta, e tutti anche se non particolarmente attrezzati sotto il profilo culturale, capivano e convenivano. La demolizione del latino finalizzata a considerarlo una emerita perdita di tempo è la madre di tutte le fesserie possibili. Latino e greco sono le nostre stesse radici culturali e umane, dunque imprescindibili. Non lo sono i jeans strappati, i tatuaggi da coatto, i piercing al naso e via discorrendo: se abbiamo fame di radici antropologiche, se siamo attratti davvero dal desiderio di sapere da dove veniamo, quella rimane l’unica strada ideale.

C’è un’America cui dovremmo ispirarci, quella che si stupisce davanti a una t-shirt con su scritto qualche verso di Catullo e che trova in Bill Gates uno degli assertori più entusiasti della latinità classica, tanto da pretendere la perfetta conoscenza dai suoi tecnici più importanti. Poi esiste un altro cuore degli States, quello tamarro a cui noi viene più facile guardare. Che si traduce nel business spicciolo, quello che rende un consumismo da strada cui si sono uniformati anche i nostri atenei. Lo stesso delle scuole che devono promuovere per forza, altrimenti ci sono le rivolte dei genitori bifolchi e alla fine le casse piangono e lo Stato non si sogna neppure lontanamente di rimpinguarle. La situazione è questa. E se così non fosse, sarei il primo a compiacermene.

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