Zeffirelli e gli altri

L’ultima volta che ci siamo incontrati è stato sulla banchina 9-10 o 10-11 di Firenze santa Maria Novella, quella per cui da una parte di sale a Milano e dall’altra si scende a Roma-Napoli cioè – immagino – Capri, dove lui aveva la villa. Io tornavo a Milano. Era in carrozzina – magrissimo – e aveva un plaid scozzese sulle gambe. C’era chi lo spingeva e che si occupava della valigia.

Non so come ho fatto a infilarmi tra quelli che gli stavano intorno, per dirgli: «Buona sera, Maestro. Sono il figlio di Luce S**. Posso portarle i suoi saluti?». In realtà mia madre era morta da qualche anno, ma io penso che quando uno è ancora vivo anche gli altri non sono ancora del tutto morti. «Ah, – sorridendo – Luce! Come sta? la figlia del Professore!».
In effetti mio nonno insegnava pittura, lì in piazza san Marco, dove c’era il Liceo Artistico e dove inizia il meraviglioso documentario di Zeffirelli – appunto – sull’alluvione di Firenze: con quel pallone che si alza dal cortile del convento del Beato Angelico e sorvola la città ferita. Mia mamma era del ‘21, lui del ‘23. Primo e ultimo anno del Liceo. Poi probabilmente non si erano visti più. La guerra. Strade diverse. Una caterva di figli lei. Il successo mondiale lui, che pure si ricordava ancora che la bella Luce era la figlia del prof. S**. Le ho portato i suoi saluti, anche se non c’era più.

Qualche anno prima. Venerdì sera. Buio. Nebbia. Mensa della Cattolica a Milano in via Necchi. L’orrore. Tavoli verdi in formica e metallo. Vuoto ovunque (venerdì sera, figuriamoci). Inservienti stanche dietro il bancone, in fondo: Pasta, minestra, riso. Formaggio, carne, frittata.
«Ciao Alberto, come mai qui?» mi sento apostrofare da una inconfondibile T anteriormente palatale, solo sua, da una sedia a qualche distanza. Era Giannozzo Pucci. Erede di una delle più nobili famiglie fiorentine. La SS. Annunziata, a Firenze, è stata eretta da Alessandro e Roberto Puccii Fratres, in onore della Madre di Dio, come si legge sul frontone. Facevano parte degli amici che ricordiamo come i “Servi di Maria”, gli unici a essere canonizzati proprio perché amici.
Lo zio di Giannozzo era Emilio Pucci, eroe delle Resistenza, sarto tra i più grandi del mondo, l’unico italiano ad aver realizzato una tuta per astronauti. «Ciao Alberto». Ero al secondo anno di università. In giro non c’era nessuno. L’ultima volta che avevo giocato con Giannozzo non avevamo, nessuno dei due, più di undici anni. Alle Cascine, ricordo. Lui era del Firenze IV Bosco Fiorito, il gruppo dei Lupetti di San Lorenzo: fazzoletto viola. Io ero del Firenze IX, gente meno nobile, anche se qualche quadro degli Uffizi era stato dipinto da Paolo Uccello per una famiglia di miei fratelli di branco. Tanto per dire, la prima immagine di una forchetta che si trova in una pittura italiana lampeggia da un quadro di proprietà dei Pucci. Oltre dieci anni che non ci vedevamo: «Ciao Alberto». Dieci anni come un’ora.

Al primo “Wired Festival” a Milano era stato invitato quello che io considero – senza pari e senza possibili confronti – il più grande designer italiano: Andrea Branzi, l’inventore dell’Archizoom e del design radicale. Alla fine delle sua relazione, sotto una tenda, mi avvicino per dirgli che ero uno dei fratelli Br**, e che avevamo giocato qualche volta, d’estate, a ping-pong, a un certo bagno – stabilimento balneare – in Versilia. Poi lui era – me lo aveva detto, era più grande di me – era andato a fare architettura e noi non eravamo più tornati al mare. Questione di prezzi. Ma lui ugualmente – parlo dell’estate tra le medie e il ginnasio, si ricordava dei fratelli Br**, che erano tanti. Di sua sorella, ovvio, la grande Giuseppina, che veniva a prendere la mia – che faceva le elementari – per passare insieme il sabato.

Sono cresciuto fra gente che si ricorda. Non di aver realizzato opere immense. La tesi di Andrea Branzi è conservata al Centre Pompidou, a Parigi. Non di essere l’erede dei fondatori della SS. Annunziata e dei Servi o il nipote della signora che – nella più elegante semplicità – mai abbia camminato per le strade di Firenze. Gente che si ricorda di chi ha incontrato per nulla: Luce – mia mamma, che pure disegnava bene, ma niente di straordinario -; il Professore mio nonno – un bravo professore, chi lo nega, ma pur sempre un professore; i fratelli Br** che giocavano a ping-pong al Bagno Mongioia e ce n’era uno più bello degli altri. Il primo, o forse il secondo. Il secondo, garantito. Il primo ero io.

E Giannozzo, che – che cosa ha fatto di grande Giannozzo, per ricordarsi di me? o io, ancor meno, per lui? – nulla: un giocone nel prato delle Cascine. E tanto basta. Però, se passate da Firenze, andate alla Libreria Editrice Fiorentina (la LEF), in via de’ Pucci. Non è più dov’era prima, ma l’aria è sempre la stessa: gente che si conosce e che si vuole bene anche a distanza di anni.