Chi fu Girolamo Tiraboschi
(non quello della Biblioteca)

Di Tiraboschi famosi ce ne sono due: uno –  Antonio, nato a Alzano Lombardo nel 1838 –  si dedicò alla storia, ai dialetti, alle tradizioni bergamasche. Bibliotecario presso la Civica di Bergamo pubblicò, uno dopo l’altro, Raccolta dei Proverbi Bergamaschi (1875), Usi di Natale nel bergamasco (1878), Usi pasquali nel Bergamasco (1878) oltre al Vocabolario dei Dialetti (ovviamente bergamaschi) antichi e moderni. Cagionevole di salute, morì giovane. La città, memore della sua qualifica, gli ha dedicato la biblioteca in città bassa.

L’altro, Girolamo, è più antico di oltre un secolo. Nacque infatti  Bergamo nel 1731. Fino a quarant’anni pare nessuno si accorgesse di lui. Gesuita dall’età di quindici, insegnava nei collegi dell’Ordine fondato da sant’Ignazio e nelle scuole di provincia. A un certo punto fu chiamato a Brera, dove si era liberata la cattedra di Retorica. Era il 1755 e quella che adesso è l’Accademia di Belle Arti era soltanto l’ennesimo collegio in cui prendere servizio. La sua fortuna – e la nostra – fu che annessa alla scuola c’era una biblioteca: un sacco di volumi in disperante abbandono. Padre Gerolamo decise che bisognava metterci mano. Oggi è la Biblioteca Nazionale Braidense. Un patrimonio bibliografico unico al mondo.

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Mettere i libri in ordine doveva essere una passione profonda del nostro personaggio. Genetica, si direbbe oggi. Tanto è vero che quindici anni dopo – nel 1770 –  il Duca di Modena Francesco III d’Este lo chiamò  alla direzione della prestigiosa  e ricchissima Biblioteca estense. Lì tutto filava alla perfezione, perché i bibliotecari precedenti (“Prefetti” nel linguaggio dell’epoca) erano stati dei veri e propri giganti della biblioteconomia: Ludovico Antonio Muratori e Francesco Antonio Zaccaria.

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Il padre Tiraboschi ne approfittò per mettere insieme, attingendo a piene mani da quella concentrata miniera di informazioni, la prima Storia della Letteratura Italiana degna di questo nome. Impiegò dieci anni per realizzare un’ “opera di consultazione nel suo genere e per il suo tempo perfetta, grazie alla ricchezza e alla controllata esattezza delle notizie, mentre vano sarebbe chiederle apprezzamenti estetici, da T. volutamente tenuti in secondo piano rispetto all’accertamento dei fatti”, come la definisce la Treccani. Nove volumi la prima edizione, sedici la seconda (1787–94): un lavoro gigantesco che il Foscolo, che era un poeta e non un bibliotecario, suggerì di chiamare “Archivio ordinato e ragionato di materiali, cronologie, documenti e disquisizioni per servire alla storia letteraria d’Italia”. Un database, in termini più vicini a noi.

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Modena divenne la sua sede di elezione. Per il duca fu un vero investimento pubblicitario. Qualche titolo, fra le decine di opere che padre Gerolamo riuscì a comporre nella sua perfetta esattezza:  Biblioteca modenese (6 volumi), Storia dell’augusta abbazia di S. Silvestro di Nonantola (2 volumi), Memorie storiche modenesi (3 volumi). Una goccia nel mare della sua produzione.

Tra un libro e l’altro diresse per quasi vent’anni il Nuovo giornale de’ letterati d’Italia (1773-90) e compilò quel Dizionario topografico-storico degli stati estensi che la morte –  che lo raggiunse il 9 giugno 1794 – non gli permise di vedere stampato e che è un paradiso di delizie per gli amanti del genere.