L’uomo che arrivò per primo
sulla cima dell’Everest. Forse.

L’Everest – la montagna più alta del mondo – fu conquistato la prima volta il 29 maggio del 1953 dallo neozelandese Edmund Hillary e dal suo portatore, l’alpinista nepalese-indiano di etnia sherpa Tenzing Norgay. L’anno successivo i nostri Compagnoni e Lacedelli avrebbero domato il K2: il secondo degli Ottomila, ma il più difficile. La leggenda dell’alpinismo vuole però che prima di Sir Edmund e del suo sorridente compagno di cordata qualcun altro si sia levato in piedi sulla cima della montagna dai molti nomi: Chomolangma (madre dell’universo) in tibetano; Qomolangma in cinese; Sagaramāthā (dio del cielo) in Nepalese e Cima XV a partire dal 1852. L’attuale fu introdotto nel 1865 in onore di Sir George Everest, capo del servizio topografico in India.

Il “qualcun altro” si chiamava Georg Mallory, faceva l’insegnante e aveva già scalato quasi tutto lo scalabile in Europa. “Perché vuole scalare l’Everest?”, gli chiesero un giorno. “Perché è lì”, rispose. E così nel 1921, a trentacinque anni, lascò la natia Inghilterra per andare a vedere da vicino come si potesse fare a salire fin lassù. A quel tempo non c’era altro modo. L’anno dopo tentò l’attacco. Gli andò malissimo: il monsone si presentò in anticipo provocando una serie di valanghe che si portarono via sette portatori: la spedizione decise di rientrare. Due anni, e ci riprovò. Testimoni riferiscono che avrebbe giurato alla moglie che quella sarebbe stata l’ultima volta e che poi avrebbe smesso di arrampicare. Non sapeva cosa diceva.

L’8 giugno 1924 – dieci giorni prima del suo trentottesimo compleanno – la spedizione di cui faceva parte, guidata dal colonnello Norton, decise l’assalto finale. Mallory è in coppia con Andrew Irvine, più giovane di parecchi anni, abile alpinista, che aveva messo a punto un sistema di erogazione dell’ossigeno che faceva pesare le bombole due kili meno delle altre. A quelle altezze anche cinquanta grammi possono fare la differenza. Da questo momento in poi solo notizie confuse. Pare che a causa del maltempo il gruppo abbia deciso di fermarsi a quota 8.000 circa, quando ne mancavano altri 800 alla vetta. Mallory e Irvine proseguirono da soli lungo il costone di Nord–Est. L’ultimo a vederli – senza l’ausilio di un binocolo – fu il geologo della spedizione Noel Odell. Per quanto fosse Keen-sighted (occhio di lince, diremmo noi) non è chiaro dove li abbia visti, se sul primo o sul secondo dei due cosiddetti “gradini” che precedono l’ultimo tratto di ascensione. In ogni caso erano in forte ritardo sui tempi previsti. E stavano ancora salendo o stavano già tornando alla base? C’è qualche discrepanza nel racconti fatti a distanza di anni. La cosa certa è che Mallory e Irvine non comparvero più. La domanda, a questo punto, è: i due riuscirono o no ad arrivare sul tetto del mondo? Il cuore vorrebbe che ce l’avessero fatta, nonostante l’attrezzatura a dir poco inadatta. Le foto di Mallory all’ultimo campo base lo mostrano in un abbigliamento che oggi sarebbe appena sufficiente per una passeggiata autunnale sul Gran Sasso. In alcune compare addirittura in giacca da città. E poi il costone su cui furono avvistati prima di scomparire è affare complicato assai.

L’altoatesino Reinhold Messner, il primo uomo al mondo a scalare tutti e quattordici gli Ottomila, sostiene che non potevano farcela. Crediamo che abbia ragione. Ma tant’è: noi continuiamo a vederli in cima. Di più. Dato che Mallory si era portato dietro la macchina fotografica – una comune Vest Pocket Kodak col soffietto che probabilmente (anzi: sicuramente) non riuscì neanche a mettere in funzione, a quella quota – in tanti si son dati da fare, negli anni, per trovare sia i corpi dei due compagni, sia la Kodak con la prova definitiva del successo. Invano. Finalmente, nel 1999, una spedizione americana capitanata da Eric Simonson (un grande) e organizzata con lo scopo preciso di trovare i corpi di Mallory e Irvine, riuscì, dopo un mese di ricerche, a trovare i resti del primo. Furono le etichette degli indumenti a favorire l’identificazione, poi confermata in maniera più scientifica. Di Irvine e della macchina fotografica nessuna traccia. Negli ultimi anni, inoltre, l’Everest è diventata una specie di discarica e il ritiro dei ghiacciai ha modificato in maniera sensibile il paesaggio. Dobbiamo attendere ancora un poco, dunque, per poter riconsegnare anche il corpo dell’amico alla pietà dei suoi.