Il grazie commosso all’uomo
che ha reso Bergamo felice

«Non è un pezzo facile quello su Gasperini perché ieri ha scavallato la dimensione della leggenda». La chiamata al direttore di prima mattina è servita per spiegare il ritardo nell’invio di quello che state per leggere. Ieri, lunedì 9 settembre 2019, ho visto un uomo a pochi metri da me ricevere la cittadinanza onoraria di una città che, grazie a lui e ai suoi ragazzi – senza dimenticare la società -, sta vivendo emozioni enormi. Aveva il vestito buono, Gian Piero Gasperini. Con la faccia sorridente e la cravatta scura su camicia bianca: è entrato con il sorriso nella Sala Consiliare di Palazzo Frizzoni e fino a quel momento sembrava tutto molto tranquillo.

 

 

Il video che lo ha incrinato e le lacrime del cuore. Seduto di fianco al sindaco Gori, il tecnico dell’Atalanta ha ascoltato in silenzio le parole che sono state dette su di lui ma quando è partito il video che raccoglie le emozioni più belle di questi ultimi tre anni ha iniziato a vacillare. Lui, così schietto e a volte spigoloso, aveva gli occhi lucidi. Davanti al monitor da cui non ha mai staccato gli occhi, una brocca d’acqua naturale. Ci si è rifugiato un sacco di volte, l’ha praticamente finita. E quando è stato il suo momento, si è alzato in piedi e ha messo la sua faccia, le sue emozioni e il suo più intimo sentimento di gratitudine davanti alla sala gremita. «Mi avete sbarellato» ha detto subito. Poi ha cercato di ringraziare i suoi ragazzi e il sindaco portando però l’esempio degli “All Blacks”, la squadra di rugby «più titolata del pianeta». «Ho letto un libro su di loro, c’è la maglia all’inizio e poi tante storie di successo. Alla fine sono inserite delle pagine bianche: ogni giocatore deve poter scrivere la sua storia di successo, questo è un messaggio grandioso. Anche noi dobbiamo guardare avanti. Sempre». Da quel momento, però, l’uomo che la Bergamo nerazzurra vorrebbe sindaco ma anche Papa, ha scelto di regalare a tutti le sue emozioni. «La cosa più bella di tutta questa storia è la felicità della gente». A quel punto, Gian Piero Gasperini da Grugliasco si è fermato. E ha pianto.

 

 

Un legame forte, una storia che sembra una favola. I successi del campo, i gol fatti e quelli subiti o le sfuriate in sala stampa sono secondari. A Palazzo Frizzoni, tutti abbiamo visto un piccolo grande uomo con i capelli bianchi che davanti ad una platea pronta ad applaudirlo per la strameritata cittadinanza onoraria, ha detto grazie con il cuore. «Questo è il regalo più bello della mia vita» non è la solita frase di circostanza ma è una presa di coscienza che ormai Bergamo è la sua seconda casa. «Perché qui a Bergamo è diverso, c’è qualcosa di speciale» ha aggiunto il Profeta di Grugliasco. Per chi non conosce a fondo Gasperini, per chi non lo ha incrociato avanti e indietro per gli stadi d’Italia e d’Europa, diventa difficile capire perché lunedì sera il tecnico della Dea abbia “scavallato la dimensione della leggenda”. Nemmeno nei sogni più belli si può pensare che un allenatore di calcio riesca ad entrare così in sintonia con la piazza in cui allena. E non si tratta di vittorie o sconfitte, ma della consapevolezza che il popolo dell’Atalanta aveva solo bisogno di qualcuno che in panchina mettesse in chiaro al mondo che non siamo i più forti, non siamo i più belli e non siamo neppure imbattibili. Però ce la giochiamo, a viso aperto e contro tutti. «Sotto la cenere c’era un fuoco pronto ad esplodere, io ho solo soffiato un po’…», ha detto ancora Gasperini. Mister, ha semplicemente incendiato un popolo che non aspettava davvero altro.

 

 

Passata la cerimonia, si torna in campo. Avanti con fiducia. Spenti i riflettori, della serata di ringraziamento resta quel messaggio forte. Che non è un sogno, ma una realtà. «Adesso pensiamo avanti». Con un calcio che per una mezz’ora buona contro il Torino ha visto da Champions, con Muriel che lui vede prima punta anche perché «ha sempre giocato da seconda punta? Vero, è si è fermato a 6/7 gol. Io vedo cose diverse». Ma, soprattutto con messaggio che non poteva che essere quello: perché uno che guarda sempre avanti ha già vinto. Sempre. «Si tratta di coltivare le emozioni, non esiste essere belli e perdenti. Non diciamo che siamo solo l’Atalanta, sarebbe l’inizio del declino. Siamo nel posto che ci siamo meritato, dobbiamo essere come un golfista che parte da un par 5 e punta a un par 4: solo a quel punto guarderemo gli avversari, se ci arrivano davanti sono stati bravi loro. Altrimenti saremo ancora davanti. Corriamo solo su noi stessi e proviamo a migliorarci». Proviamo a migliorarci, lo dice uno che l’anno passato è arrivato terzo. E poi mi chiedono perché quest’uomo ha scavallato la leggenda…

 

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