La triste debacle dell’Italia
raccontata da un atalantino

Non è facile, in questo momento, parlare di calcio. Guardare la Nazionale italiana che in 180′ minuti non riesce a segnare un gol alla Svezia e fallisce la qualificazione ai Mondiali di Russia 2018 è frustrante; in queste serate non ci sono bandiere di club e un po’ tutti gli amanti dello sport più seguito del nostro Paese guardano la partita sperando di regalarsi qualche serata mondiale. Non è successo, l’Italia ha clamorosamente fallito l’obiettivo più grande di tutti e dopo sessant’anni non parteciperà alla manifestazione più importante. Adesso ci sarà la fila di esperti con la soluzione giusta in tasca, si scriveranno chilometri di articoli con analisi più o meno condivisibili, ma noi ci tiriamo subito fuori e proviamo a fare qualcosa di diverso: raccontiamo il fallimento azzurro con gli occhi di chi negli ultimi due anni ha ammirato e goduto per uno spettacolo pallonaro da libidine. Parliamo di sensazioni, ragioniamo di pancia e diciamo subito una cosa semplice ma tremendamente vera: il bel calcio, la Nazionale, non ce lo mostra da troppo tempo.

 

 

Due gare con la Svezia, nessuna emozione vera. Vedere Svezia-Italia e Italia-Svezia, da amante del calcio di Gasperini, è stata una tortura. Il calcio è fatto di logica, di scelte e di tante piccole componenti che vanno previste, allenate e gestite. Passare dalla trama orobica al caos azzurro è tremendo, vedere lanci lunghi continui in area di rigore contro difensori che aspettano solo di saltare e colpire di testa è un autentico suicidio tecnico-tattico, vedere Insigne in panchina per 90′ minuti nella serata decisiva e pensare che Gasperini appena può mette in campo Gomez pure zoppo fa capire tutto. Per battere la Svezia non serviva l’aiuto di San Siro, sarebbe bastato giocare a calcio. Gasperini, allenatore dell’Atalanta che ha cambiato il concetto di pallone a Bergamo, ha dimostrato più volte quanto la testa sia importante ma che altrettanto decisive sono identità di gioco e valori tecnici. In tv, appena prima delle attese dimissioni di Ventura (che poi, incredibilmente, non sono arrivate), ci si arrovella parlando dei fischi all’inno svedese e di quanto il “non-gioco” della Svezia sia stato deleterio per l’Italia. Volete sapere cosa pensa un atalantino che ha visto la Nazionale? Quest’estate vedremo gli altri giocare e vincere il Mondiale perché l’Italia non è una squadra di calcio nel senso più pieno del termine. Tanti giocatori selezionati, pochissima amalgama tra vecchi e nuovi. L’esatto opposto di quello che accade alla Dea.

 

 

Non serve un allenatore, manca il progetto. All’Italia non serve un allenatore, ma un progetto. Qualcosa che abbia paletti, regole, obiettivi, strategie e una traccia da seguire per essere messo in pratica. Realizzato e reso vincente. Sulla panchina di una squadra che si ritrova poche volte l’anno per una manciata di giorni a Coverciano deve sedere un uomo capace di fare da collettore delle migliori individualità che in quel momento vengono espresse dal calcio italiano. Non solo in Italia, ma nel mondo. Anni addietro c’erano selezionatori che seguivano un percorso dalle giovanili e poi arrivavano nella Nazionale maggiore. Negli ultimi anni si sono visti allenatori vincenti e di grande livello come Lippi e Conte, mentre ad un certo punto Tavecchio (uno che non ha nessuna esperienza di livello internazionale nel calcio che conta) ha scelto Ventura (un altro senza nessuna esperienza fuori dai confini nazionali) per intraprendere un percorso che ha portato al fallimento più grande dell’ultimo mezzo secolo. Un allenatore deve lavorare con i suoi giocatori ogni giorno, non una volta ogni due mesi: senza un progetto che parte da lontano, i fallimenti si ripeteranno.

 

 

Imparate dall’Atalanta: fidatevi dei giovani. In Italia ci sono pochi esempi di realtà che investono davvero sui giovani del vivaio per garantirsi un futuro. L’Atalanta è una delle società migliori da questo punto di vista e, con tutti le diversità del caso, il calcio italiano non ha altra via che passare dai ragazzi. Se nella gara decisiva per andare al Mondiale giocano contemporaneamente Buffon, Barzagli, Bonucci e Chiellini e in panchina non ci sono alternative di livello pronte a subentrare significa che c’è un problema profondo. L’Italia ha selezioni giovanili che nelle rispettive competizioni si fanno sempre molto valere, tra una squadra e l’altra però ci sono pochissimi punti di contatto e la distanza diventa baratro quando si passa dall’Under 21 alla Nazionale maggiore. Ora ci sono davanti due anni di partite ufficiali per il prossimo Europeo del 2020, le regole e le strategie da portare avanti dovranno essere ponderate molto bene ma il consiglio è soltanto uno: il futuro è dei giovani, bisogna avere il coraggio di prenderlo in mano e decidere di ripartire da loro. Sbaglieranno, è sicuro, ma un giorno daranno grandi soddisfazioni. Come quelli della Dea.

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