Sei cose di casa nostra
che ci han lasciato un po’ così

Questione di opinioni, certo. O di sensibilità. Ma alcune cose dette o accadute nei giorni scorsi a Bergamo e in provincia ci hanno lasciato un po’ (o molto) perplessi. Le abbiamo riunite e riassunte, senza farla troppo lunga. Epperò…

1. Don Resmini, Bossetti e la carne dei carcerati
Chi conosce bene don Fausto Resmini non può credere alle accuse di scorrettezza che gli ha rivolto l’avvocato di Massimo Bossetti, il muratore in cella da cinque mesi come presunto omicida di Yara. Secondo il legale, questa volta nei panni dell’accusa, il cappellano del carcere avrebbe suggerito al suo assistito di rivedere la sua posizione e la sua strategia difensiva. Si occupi di anime e non di processi, ha sentenziato l’avvocato. Don Resmini non si occupa di anime, ma in effetti di qualcosa di più: della carne ferita degli uomini, siano detenuti o poveri che dormono in strada. Non lo vediamo nei panni dello stratega che arringa i carcerati. L’avvocato, se aveva dei dubbi, poteva rivolgersi privatamente al cappellano invece di rendere pubblico un sospetto. Ma ormai nella vicenda Bossetti il confine fra privato e pubblico è stato ampiamente superato: dall’accusa e dai giornali, talvolta a braccetto. Ora anche dalla difesa.

2. La busta paga (vuota) di Rossi
Il nuovo presidente della Provincia non è proprio quello che si dice un uomo della Casta. È cresciuto a pane e politica, facendo gavetta nel partito (Cristiano sociali-Ds, Pd) e nelle amministrazioni locali (consigliere comunale e assessore a Bonate Sopra). Matteo Rossi è prima di tutto un insegnante, mestiere che continua a fare anche ora che è al vertice dell’istituzione di Via Tasso. La mattina cinque ore in classe, poi dalle 14 a mezzanotte nel suo ufficio in Provincia. Il fine settimana forse riesce a incrociare la famiglia, tra convegni e incontri pubblici. Su Facebook ha pubblicato il cedolino del suo primo rimborso spese da presidente: 139,70 euro. I pm del Corriere di Bergamo, che dopo la condanna in tribunale per una violazione formale gli hanno dichiarato guerra, hanno avuto lo zelo di riportare anche nel titolo le voci di chi ritiene quella cifra comunque troppo alta. Se andiamo avanti così, con questo populismo che liscia il pelo ai peggiori umori del Paese, in Italia per fare politica bisognerà versare ogni mese un obolo allo Stato. La faranno solo i ricchi: ma che bella democrazia.

3. Il Natale de L’Eco col Vava. Quello che canta
Si chiama “Vava Christmas” e non e’ uno scherzo. La garanzia è che se ne fa latore un giornale serio come L’Eco. Il quotidiano dei bergamaschi nei giorni scorsi è andato in edicola offrendo in abbinata il cd natalizio del cantante e doppiatore di casa nostra, Daniele Vavassori in arte appunto Vava. Nell’articolo di lancio dell’iniziativa l’artista era presentato fra l’altro come autore di canzoni goliardiche, una definizione garbata perché chi ha ascoltato le performance del Vava sa che nelle sue parole la goliardia scivola a volte, o spesso, nella volgarità. Niente a che vedere con un Bepi o con un Ravasio, se vogliamo restare nel campo di autori che accompagnano le note col nostro dialetto. Nel suo genere niente da obiettare al Vava, ma vederlo andare a braccetto col giornale della Curia stride un po’.

4. Carri e Carroci, i salti di Petteni
Gigi Petteni, ex segretario regionale Cisl, ha indubbiamente fiuto. Non sarebbe arrivato cosi in alto se non avesse anche questa dote. Un fiuto particolare, che gli permette tra l’altro di capire quando i vincenti intraprendono la parabola discendente. Al culmine di quel percorso e all’inizio della discesa, lui li abbandona per salire sul carro del vincente di turno. Formigoniano con  Formigoni al potere, maroniano con Maroni, renziano con Renzi, pezzottiano con Pezzotta, bonanniano con Bonanni. Memorabile una sua intervista a L’Eco nei giorni in cui Formigoni iniziava a cadere in disgrazia, nella quale mise sotto accusa il “sistema di potere del Celeste” che fino a poco tempo prima aveva frequentato e osannato, al punto che si parlo’ di Petteni come possibile assessore regionale di una giunta formigoniana. Anche Bonanni è stato vittima di questa corsa del sindacalista bergamasco sul carro buono. Appena approdato alla nuova segreteria nazionale Cisl, il buon Gigi ha annunciato controlli sull’ultima retribuzione e sull’assegno pensionistico di Bonanni, così consistenti da destare scandalo. Ma fino a lì Petteni dov’era stato, alla Cgil?

5. Telgate si è fermata a Ebola
L’ordinanza anti Ebola del comune di Telgate ha destato polemiche. E non poteva essere altrimenti vista l’ambizione del provvedimento e il virus che evoca. C’è chi ha parlato di regole razziste perché rivolte solo alla popolazione immigrata. Ma a noi interessa rimarcare un altro aspetto: il sindaco di Telgate firmando l’ordinanza ha debordato dalle sue competenze. Sul territorio italiano non c’è un’emergenza dettata da un’eventuale diffondersi dell’epidemia. In questo caso le competenze spetterebbero allo Stato e alle Regione. Ne tantomeno si sono verificati casi di trasmissione di virus sul territorio di Telgate. Il Comune stia tranquillo quindi. E a ciascuno il suo potere. Un po’ come quando i consigli comunali di Bergamo o dei paesi hanno approvato in passato mozioni su temi di politica internazionale, per chiedere la liberazione dei marò italiani in India o la fine del conflitto in Siria. Ma chi ascolterà mai quelle flebili voci se nemmeno i governi nazionali e l’Onu riescono a trovare il bandolo della matassa? Meglio occuparsi di piani regolatori e servizi sociali.

6. Ultrà, s’invoca la linea dura. Anzi no

Delle due l’una: o si invoca la linea dura e quando arriva se ne accettano le conseguenze, o il richiamo alla fermezza deve avvenire con dei distinguo, perché anche per il mondo ultrà vale il principio che le responsabilità penali (nel caso la pianificazione e la realizzazione di incidenti post partita) sono personali e non estendibili a un intero gruppo. C’è stata della schizofrenia nei commenti degli opinionisti della stampa locale sulla grave aggressione alle forze dell’ordine dopo Atalanta-Roma. Prima il richiamo al pugno di ferro contro gli ultrà come categoria, e solo dopo la decisione del Viminale di vietare le trasferte a tutti i tifosi atalantini si è levato l’invito a distinguere. Addirittura nei commenti agli scontri c’è chi ha invocato “il blocco di ogni ipotesi progettuale sullo stadio. (….) Lo stadio si fa se l’Atalanta può certificare di avere sostenitori che non calpestano la libertà altrui nel nome della squadra di calcio”. E quale ente dovrebbe certificare questa condizione, che è anche potenziale perché ogni tifoso potrebbe a un certo punto calpestare la libertà altrui?  Ma soprattutto condizionare il rifacimento dello stadio alla buona condotta degli ultrà significa tenere in scacco, in un impianto che è frequentabile solo grazie alla deroga alle norme sulla sicurezza, migliaia di tifosi pacifici. E consegnare una carta di ricatto formidabile agli ultrà violenti. Davvero una bella trovata.