Eppure qualche domanda
dovremo farcela (dopo Parigi)

Questa settimana abbiamo scoperto tutti che esiste un settimanale francese che si chiama Charlie Hebdo. Forse ne avevamo già sentito parlare a proposito delle vignette su Maometto, ma è passato tanto tempo e la memoria archivia in fretta. Abbiamo scoperto anche che in questo settimanale satirico lavoravano fior di disegnatori e vignettisti (tutto dicono un gran bene di Georges Wolinski), gente prima sconosciuta ai più. Ma è il modo in cui siamo venuti a conoscenza di tutto questo che ci ha fatto male. Due fanatici, in nome di Allah il Misericordioso, hanno fatto irruzione nella redazione del giornale a Parigi e in cinque minuti di terrore hanno prodotto 12 morti e 8 feriti: giornalisti, disegnatori, poliziotti. Una strage orrenda.

«Je suis Charlie Hedbo» è stata la frase più ripetuta, scritta, rilanciata in questi giorni nei quali i media europei non hanno raccontato altro, e i ragazzi su Facebook si sono messi a discutere e condividere parole, immagini e video. Stefano Disegni, una delle matite italiane più appuntite, in relazione a questo fenomeno, ha realizzato una vignetta molto interessante, che mette in guardia dal rischio di una suggestione collettiva. Proviamo a descriverla. Voci fuori campo: «Oggi siamo tutti disegnatori francesi», «Dalla Senna al Tevere un solo grido: liberté», «Anche le matite piangono». In primo piano c’è un disegnatore che dice a un tipo: «È ora di combattere in nome della satira». «Contro l’Isis?». «No, contro la retorica da social network». Conclusione a fondo disegno: «Loro la odiavano».

Loro, evidentemente, sono i redattori di Charlie Hebdo. Gente intelligente, in alcuni casi geniale, abituata a dissacrare, provocare, sbeffeggiare senza andare tanto per il sottile. Sicuramente odiavano la retorica da social network. E chissà cosa avrebbero detto dello “spettacolo” di indignazione a cui stiamo assistendo, del cordoglio collettivo, delle imponenti manifestazioni di piazza, degli editoriali dei giornali, di tutti quelli che improvvisamente «sono Charlie», diventato il mantra di questa tremenda settimana di inizio 2015. Non sorprenderebbe affatto se con il consueto cinismo, uno dei disegnatori uccisi se ne fosse uscito con una vignetta ancora una volta provocatoria: «Non rompeteci i coglioni». È un’espressione contenuta nel manifesto iniziale di Charlie Hebdo: «Voi, i cristiani, gli ebrei, i musulmani, i buddisti, gli scintoisti, gli avventisti, i panteisti, i testimoni di questo e di quello, i satanisti, i guru (…), quelli che pregano a ginocchioni, quelli che pregano a quattro zampe (…), Tutti voi che non potete sopportare di non essere altro che vermi di terra con un cervello (…). Voi, oh, tutti voi, non rompeteci i coglioni…».

Erano tipi tosti, quelli di Charlie, sapevano bene quello che stavano facendo e i rischi che correvano. Il direttore Stéphane Charbonnier era scortato da anni dopo la pubblicazione delle vignette su Maometto. Faremmo dunque loro un torto a considerarli vittime ingenue di un odio fanatico. Erano militanti di una guerra non cruenta, una guerra laicissima contro ogni forma di Stato o di religione, combattuta a colpi di matita. Che in guerra si possa anche morire i redattori di Charlie lo sapevano bene e non indietreggiavano di un millimetro. «Preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio», aveva detto Charb.

Per noi europei cresciuti nel culto della libertà di pensiero e di stampa, è qualcosa di inammissibile che si possa morire ammazzati per avere espresso delle idee, per quanto provocatorie esse siano. Ci rifiutiamo di immaginare che una vignetta possa essere considerata da qualcuno un insulto degno di una condanna a morte. È tutto il nostro modo di essere che si ribella a questo. Nei secoli abbiamo acquisito, con la libertà, il diritto di ridere del potere, la possibilità di scherzare sulle questioni serie, di inventarci momenti di allegria anche giocando sulle cose più sacre così nostre come altrui. Perdere questa ricchezza vorrebbe dire perdere ciò che ci costituisce uomini nel modo in cui ci piace esserlo.

A livello simbolico – che è quello che più conta – il delitto di mercoledì si è configurato dunque come un gesto molto più radicale di quelli che hanno fatto crollare le Torri Gemelle o insanguinato la stazione di Atocha a Madrid. Perché non era diretto contro un progetto politico – importante quanto si voglia, ma per sua natura contingente -. Chi lo ha progettato ed eseguito si è dichiarato infatti portatore di un’idea di uomo e dei rapporti tra uomini per noi intollerabile, oltre che intollerante.

Nessuna giustificazione, dunque, per i criminali che hanno assassinato i giornalisti, i poliziotti, i quattro ebrei nel supermarket. Nessuna. Il fanatismo islamico va combattuto senza incertezze ed è necessario difendere fino alla fine i nostri valori.

E tuttavia, davanti a tante tragedie, una domanda sull’idea di libertà che si è andata affermando nel nostro mondo, dovremo pur farcela, se non vogliamo continuare a piangere morti. Non solo per una questione di prudenza o di buonsenso o di convenienza (che sono tutti comunque comprensibili). Bensì per un problema di ragione e di rispetto reciproco dentro una società in cui ormai convivono fianco a fianco modi di pensare, di agire e di credere tanto diversi.

La domanda è questa: siamo proprio così sicuri che quella che il grande scrittore francese Péguy chiamava “panmuflerie”, ossia una sorta di rozza volgarità che avvolge tutto, caratteristica dei nostri giorni, in cui niente – neppure la vita – è sottratta alla sfera della disponibilità, sia il modo di essere uomini più vero e più giusto? Siamo proprio sicuri che si possa sempre desiderare tutto, pretendere tutto, dire tutto, scherzare di tutto, «senza chiedersi mai se questo è grave, ma solo se è abbastanza divertente?». Ci sarà un motivo per cui i grandi giornali americani si sono rifiutati di pubblicare le vignette. E sabato alcuni familiari di Hamed Merabet, il poliziotto ucciso barbaramente mentre invocava aiuto, si è detta offesa per la pubblicazione delle immagini della morte del loro congiunto fatta dai nostri media.

«Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo» è la citazione più nota attribuita a Voltaire. Se questo è l’autentico spirito europeo, a incarnarlo in questi drammatici giorni sono stati soprattutto i poliziotti come Hamed, musulmano, e i civili che hanno perso la loro vita anche perché Charlie potesse dire quello che voleva. Sono ebrei, cristiani e musulmani. Di colore o francesi doc: oltre ad Hamed ci sono Franck Brinsolaro, l’agente che proteggeva il direttore “Charb”; Fréderic Boisseau, addetto alla portineria dello stabile di Charlie Hebdo; Yoav Hattab, Philippe Braham, Yohan Cohen, François-Michel Saada, uccisi nel supermarket ebraico e una ragazza di 27 anni di colore, Clarissa Jean Philippe, originaria della Martinica, assunta 15 giorni fa nella polizia francese e il cui sogno era quello di diventare poliziotta effettiva. Nous sommes eux.