Tentorio, Sant’Alessandro
e il salto di qualità

Tentorio e i suoi amici di lista hanno criticato il programma della festa di Sant’Alessandro presentato con enfasi dalla nuova amministrazione, assessorato alla Cultura. L’ex sindaco ha usato toni insolitamente duri parlando di «collage di cose autonome e sconnesse tra di loro» e di «evento svuotato del suo significato». Pare di capire che Tentorio non abbia gradito, in particolare, la cancellazione della rievocazione in costumi d’epoca del martirio di Sant’Alessandro che negli ultimi anni aveva registrato il favore di tanti cittadini.

La risposta del neo-assessore Nadia Ghisalberti non si è fatta attendere. Ed è nel segno di colei che sa. All’ex sindaco viene replicato, in sostanza, di non aver compreso il «salto di qualità nel livello culturale e nel coinvolgimento dei soggetti della proposta». Scrive infatti l’assessore: «Dopo 4 anni di una presunta rievocazione storica con relativa decapitazione abbiamo preferito proporre un percorso alla scoperta del valore civico di un simbolo religioso, a partire dalla scelta iconografica del Sant’Alessandro a cavallo che capeggia in aula consiliare: attraverso il “santo laico” rappresentato nell’affresco di Achille Funi, simbolo della rinascita politica della città dopo il fascismo e della libertà di religione, abbiamo voluto dare un segnale forte e quanto mai attuale del legame tra la città e il suo santo patrono, sia per la comunità di fedeli che per quella civile, e abbiamo costruito proprio con la Diocesi il programma che gli esponenti della lista Tentorio ci contestano».

Alla fine del comunicato ci siamo sfregati gli occhi. E dobbiamo ammettere che anche noi, cercando – come Tentorio – di mettere insieme Sant’Alessandro a cavallo, il fascismo e la libertà di religione, abbiamo fatto un po’ fatica a capire la svolta. Oltre al significato – va da sé – del comunicato.

Ma già scorrendo il documento di presentazione della festa patronale, eravamo stati messi sul chi vive da alcune affermazioni, che pure apparivano condivise con qualche monsignore di Curia. In un punto si può leggere, ad esempio, che essendo la ricorrenza «occasione nella quale la Chiesa e la Città laica fanno un punto sul loro ruolo e sui compiti specifici, si è scelto di incontrare ogni anno, in omaggio al patrono, una virtù in cui ciascuno si possa riconoscere per il suo valore al contempo religioso e laico. Le virtù nel tempo creeranno un vocabolario fondativo della città».

Lo ammettiamo: l’idea che possa esistere un «vocabolario fondativo della città» ci ha preso in contropiede. La sorpresa viene però qualche riga dopo, quando si parla della virtù prescelta per l’anno in corso, che – recita testualmente il documento –è «la virtù morale della Misericordia. A partire dalla Misericordia come virtù della reciprocità».

Ci chiediamo: che cosa vuol dire la Misericordia come virtù della reciprocità? La Chiesa non indica la misericordia come una delle virtù teologali o cardinali, essa è piuttosto una dimensione dell’essere: Dio stesso è misericordia.

Ma se anche di virtù si trattasse, quella della reciprocità è certamente la caratteristica che meno le si addice. Le opere di misericordia – corporale o spirituale, come si imparava a catechismo – a tutto invitano meno che ad aspettarsi qualcosa indietro. La misericordia o è gratuita o non è misericordia. Dove sta la reciprocità nel dar da mangiare agli affamati, vestire gli ignudi, consolare gli afflitti ecc. ecc.? «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date», ci è stato detto. Mi pare che dica che la misericordia tutto si aspetta meno che qualcosa in cambio.

Di questa gratuità Sant’Alessandro è stato – non solo simbolicamente – un testimone.