I Pau Amma sono rinati, per fortuna
Ci han spiegato come all’Esselunga

Neo-psichedelia sculettante e orecchiabile: è la ricetta dei Pau Amma che ha convinto Dischi Sotterranei, etichetta discografica padovana, a puntare su di loro. Il secondo singolo del quartetto bergamasco, Funicolare (che potete ascoltare QUI), è uscito lo scorso 22 novembre e rappresenta un passaggio fondamentale nella storia della band: si tratta infatti del primo lavoro pubblicato sotto etichetta, a cui con ogni probabilità seguiranno altri singoli nei prossimi mesi. La storia dei Pau Amma è iniziata nel 2015, ha conosciuto uno iato importante tra 2016 e 2017, quando il leader Gregorio Manenti ha vissuto per un anno a Brighton, ed è ricominciata nel 2018, con tre nuovi membri (Giulio Mastropietro, Andrea Moriggi e Alessandro Seminati, rispettivamente voce, basso e batteria) e il vento in poppa. Dalle prime frettolose prove con la testa già sul palco fino alla vittoria del contest tutto bergamasco Nuovi Suoni Live, la crescita della band è stata rapidissima.

 

 

Parlando di musica: la proposta è interessantissima, e dopo il passaggio dall’inglese all’italiano i ragazzi stanno forgiando a loro immagine e somiglianza una complessa materia proveniente tanto dal nostro Paese quanto dal resto del mondo: spicca un approccio lirico e vocale che ammicca da un lato al cantautorato nostrano anni ’70 e ’80, dall’altro a certe lezioni più recenti provenienti da quel mondo frettolosamente e funzionalmente archiviato come “indie”. Non si possono poi ignorare certe sonorità provenienti da una non meglio definita zona tra i classici della psichedelia di ieri e le fresche proposte degli ultimi anni, con le librerie di suoni tipici della psichedelia che sempre più spesso si mettono al servizio di proposte più marcatamente groovy e ballabili. Tutto questo a sorreggere e colorare un songwriting che si fa notare per una certa destrezza nella sperimentazione armonica. Ma queste sono chiacchiere, fortunatamente vanificate dalla possibilità di parlare del progetto direttamente con i ragazzi. Meglio se tra una provinciale carbonara apocrifa e un’internazionale brioche, nell’ultima domenica di sole che Bergamo ricordi da dieci giorni a questa parte. Al Bar Atlantic dell’Esselunga di Curno: pochi minuti a piedi dalla loro sala prove.

 

 

Fateci un riassunto delle puntate precedenti.

Alessandro Seminati (batterista): «Comincio io che Gregorio sta mangiando: il progetto Pau Amma nasce nella sua testa (di Gregorio ndr) credo nel 2015. Lui era già allora il chitarrista e il compositore, ma con altri membri. Sono andati avanti per un anno e mezzo, poi lui si è trasferito in Inghilterra».

Gregorio Manenti (chitarrista): «I miei compagni di prima si erano trovati altri progetti e stavano andando forte, quindi ho dovuto rifondare la band da capo, nel 2018».

Nel 2018 avete anche vinto Nuovi Suoni Live: siete stati velocissimi!

Alessandro: «Si, abbiamo voluto iniziare subito. A Nuovi Suoni ci eravamo iscritti con le preproduzioni di Gregorio, e alla fine siamo riusciti a vincere. È stato un passaggio importante: quei soldi li abbiamo utilizzati per produrre e registrare il primo singolo con video al No Elevator Studio e da quel lavoro è incominciato un po’ tutto. Il video ha iniziato a dare buoni frutti, nonostante l’avessimo lanciato senza nessuna agenzia di stampa o cose del genere. Nel giro di tre mesi siamo stati presi a Musica da Bere, un contest alla Latteria Molloy di Brescia. Sceglievano sei band su centinaia di iscritti, e questa cosa è stata una spinta importante».

Giulio Mastropietro (cantante): «Lì è aumentata la nostra fiducia nel progetto: abbiamo conosciuto il chitarrista dei Marta Sui Tubi, Dragogna dei Ministri, i Camillas».

Alessandro: «È successo tutto spontaneamente: siamo saliti su un palco  e ci ha visto gente interessante e da lì sono successe tante cose di conseguenza. Come la stessa proposta di Dischi Sotterranei».

Arriviamo quindi al vostro nuovo singolo, fuori dal 22 novembre.

Gregorio: «Abbiamo girato anche quello sempre al No Elevator, e abbiamo deciso di presentarlo al Joe Koala che è un posto che nel nostro peregrinare tra i locali di Bergamo non avevamo ancora toccato».

E dopo questo brano?

Alessandro: «Ci muoveremo a singoli per i prossimi mesi, e poi si vedrà»

Gregorio: «A settembre si potrebbe poi pensare di raccogliere i singoli che usciranno in questi mesi e aggiungere qualcosa, insomma, iniziare a parlare di album».

Un ritorno alle origini dell’album, insomma.

Gregorio: «Eh sì, più o meno».

Ma parlateci di questo pezzo in particolare, Funicolare.

Giulio: «È in quattro quarti!».

Gregorio: «Eh sì, diciamo che rispetto al primo singolo, Shangai, questo è un po’ più influenzato dall’Italia e da un certo cantautorato anni ’70 e ’80, penso a Lucio Dalla o Lucio Battisti. I suoni arrivano da quel periodo, alcuni strumenti fanno proprio parte di quell’era: penso ad esempio alla string machine analogica anni ’80 che abbiamo utilizzato nel pezzo. Tutti questi accorgimenti hanno determinato il sound del brano. Ma anche tornando in questi tempi c’è molta italianità anche nelle influenze moderne, diciamo che il mio background ha dialogato secondo me in maniera fruttuosa con gli ascolti più recenti, penso a Giorgio Poi, per dirne uno».

Alessandro: «O Andrea Laszlo De Simone, anche se lui è un po’ più sixties forse».

Gregorio: «Sì, in effetti potrebbe essere accostabile la cosa, anche se quando ho scritto il pezzo non avevo mai sentito un brano di Andrea Laszlo De Simone. Ma si fa musica tutti nello stesso periodo, e se si guarda nella stessa direzione poi ci sta essere in qualche modo simili».

 

 

Quale direzione? Nel senso, come vi rapportate con i vostri ascolti?

Gregorio: «Personalmente diciamo che non mi tiro troppe pippe: lascio che i miei ascolti dialoghino tra loro e se in un periodo mi piace una certa cosa lascio che si fonda con il mio background e le mie conoscenze».

Alessandro: «Poi c’è da dire che siamo abbastanza voraci come ascoltatori: si ascolta di tutto, dall’elettronica alla musica classica, l’importante è che ci sia criterio nell’ascoltare. Anche perché poi siamo abbastanza eterogenei come ascolti privilegiati di partenza. Cioè per dire a me piace il post rock mentre ad Andrea piace molto il grunge»

Andrea Moriggi (bassista): «E i Beatles. E i Tame Impala. Poi c’è Giulio, il nostro cantante, che arriva sostanzialmente dal cantautorato vecchia scuola».

Giulio: «Vero, fino a pochi anni fa vivevo con il chitarrino nella mia cameretta e suonavo sostanzialmente tutti quei cantautori che non avevano sezioni ritmiche».

Gregorio: «Corre voce che Giulio negli anni ’70 si aggirasse per le osterie di Bologna. Però ci sarebbe una cosa in più da dire».

Siamo qui apposta.

Gregorio: «Nella musica, al di là del genere, stile e arrangiamento, la cosa che più mi coinvolge mi invoglia sono gli “sfasi” armonici orecchiabili. Accordi non banali ma che messi insieme diano un risultato orecchiabile. Quella per me è la chiave, è quello che mi fa dire “sì”».

Alessandro: «Dice proprio “sì!”»

Giulio: «In camera da solo: “Bello questo pezzo: sì!»

Alessandro: «A parte gli scherzi, penso che in effetti sia vero che il minimo comune denominatore sia una certa attenzione e cura dell’armonia».

Prima cantavate in inglese, come mai siete passati all’italiano?

Gregorio: «La questione per noi è semplice: o proprio senti l’inglese alla perfezione, oppure comunicare rimanendo credibili risulta più difficile. Il rischio è sempre quello di essere sempre e comunque l’italiano che canta in inglese».

Andrea: «Poi è andata bene che da qualche anno il mercato si stia orientando verso proposte italiane e quindi ci si sono aperte più opportunità in questo senso».

Il vostro nuovo brano si chiama Funicolare: immagino che in testa ci fosse innanzitutto la nostra, di Bergamo. Che rapporto avete con la vostra città?

Giulio: «Secondo me è un posto molto stimolante perché rispetto ad altre città italiane c’è veramente un livello molto alto di proposte e di scambio. Il bello di stare qua è che il continuo confronto e la qualità degli altri ti impedisce di sederti e compiacerti per le tue cose, e questo è ovviamente molto motivante».

Alessandro: «Esatto, se vuoi mantenerti al livello degli altri devi sempre dare tutto. Bergamo poi ha un humus molto vivace, il continuo scambio influenza un po’ tutti a raggio».

 

 

I vostri sono volti noti da molti anni nella musica bergamasca: la trovate cambiata?

Alessandro: «Io sono uno degli ultimi qua ad aver iniziato, credo otto anni fa, ma qui ogni anno salta fuori qualcosa di nuovo, quindi sì, è cambiata, e per fortuna continua e continuerà a farlo».

Andrea: «Diciamo che dieci anni fa il fattore Verdena era ancora qualcosa di veramente fondamentale, l’approccio era molto più sporco e suonato, adesso la tendenza è una ricerca in altre direzioni, sono tornate molto le tastiere. Dieci anni fa non c’erano i sintetizzatori, quasi nessuno qui li usava».

Gregorio: «Nel 2010 a Bergamo non esistevano i synth anni Ottanta!».

Alessandro: «Uno dei pochi a usare la tastiera era Marco Ghezzi. In ogni caso per un ascoltatore versatile e interessato alle ricerche e alle sperimentazioni penso che Bergamo sia da ritenersi una città molto molto interessante. Ci sono tanti gruppi veramente forti».

Gregorio, hai detto che sei tornato dal’Inghilterra con le idee chiare. Cosa hai fatto in Inghilterra?

Giulio: «Ha fatto deliveroo».

Alessandro: «Uno si aspetta che ti risponda “ho studiato musical composing alla Royal Albert Hall”, e invece ha fatto deliveroo».

Gregorio: «Confermo. In realtà l’intento era trovare qualcuno con cui suonare, nella mia testa il fatto che avessi dei brani con le parti già scritte avrebbe dovuto facilitare. Sono andato a Brighton, ma la ricerca non è stata fortunatissima. Là probabilmente è più facile trovare qualcuno con cui suonare in amicizia, difficile progettare qualcosa a lungo termine. Quindi dopo un paio di tentativi e vari incontri con hippies sono tornato a Bergamo con le idee più chiare».

Alessandro: «E sulla via di casa ha trovato tre hippies sul ciglio dell’A4 e li ha caricati sul suo furgone Volkswagen: ecco come sono (ri)nati i Pau Amma».

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