Il cafonometro dei dialetti italiani
Perché ogni terra ha la sua lingua

L’Italia è un Paese campanilista, si sa. Si difendono strenuamente i baluardi delle tradizioni e, soprattutto, dei dialetti, quartiere per quartiere, ciascuno in una folle, insensata, controproducente, ottusa ma a tratti divertente e poetica ricerca di identificazione tutta italiana. Simpatici e autolesionisti, come solo noi italiani sappiamo essere. Vediamo i dialetti più cafoni.

N.B. L’elenco sacrifica l’accuratezza e lascia spazio a generalizzazioni. Cafonata inevitabile, precisazione dovuta.

 

10) Chi parla senza un accento riconoscibile

Ogni tanto ci si imbatte in uno di questi strani soggetti. Di solito costoro sono nati in un posto da genitori provenienti da altri due luoghi diversi, con i nonni un po’ in Francia, un po’ in Sicilia, possibilmente divorziati, con rispettivi nuovi accompagnatori da ulteriori provenienze. Il melting pot culturale ha impedito il radicalizzarsi di un determinato accento. Ogni tanto qualche vocale scivolerà, qualche consonante si indurirà, facendo intravedere il luogo in cui il soggetto con la perfetta dizione ha fatto le elementari. Ma ogni tentativo di indovinarlo sarà sbagliato.

Livello cafonaggine: identità nazionale.

Piace perché: è veramente stranissimo.

 

9) Sardo

Quanto fanno ridere. Seriamente. Sono stupendi.

Livello cafonaggine: esilaranti.

Piace perché: divertenti ma non ancora inflazionati.

 

8) Pugliese

Il collega pugliese è un regalo che spero che la vita vi abbia fatto. È possibile o molto probabile che ciò sia successo in effetti, perché sono davvero ovunque. Il loro modo di chiudere le vocali, la “a” che sembra una “e”, dà vita a un simpatico, inevitabile, quotidiano italiano degli equivoci. Un irrisolto conflitto tra Riccardo Scamarcio e Pino Campagna.

Livello cafonaggine: Cologno pugliese.

Piace perché: bergamaschi e pugliesi sono d’accordo sulla pronuncia della parola “moto”.

 

7) Napoletano

I simpaticoni dell’Italia, i più imitati, i più stilizzati. Chi ha l’opportunità di conviverci da vicino capirà che la struttura grammaticale del dialetto napoletano è, in realtà, quella di una lingua parallela, e anche molto difficile da imparare. Impossibile staccarsi dai luoghi comuni, ma non si può negare che il napoletano passa alle orecchie come una musica. Tra Liberato, Gomorra ed Elena Ferrante, siamo sempre lì e non può essere un caso. Anche se c’è chi non lo gradisce.

Livello cafonaggine: Maradona.

Piace perché: oggettivamente simpatico.

 

6) Emiliano / Romagnolo

I marpioni. Una popolazione che corre dietro alle gonne con un divertimento e una goduria molto apprezzati dal genere femminile. Chi non ricorda i teneri approcci da Riviera, quando eravamo giovani e liberi. Un accento che parla già di cibo, di vino, di godersi la vita. È caratterizzato da un fraseggio che pare comprensibile ma nasconde molte insidie: tra gli anfratti di un apparente italiano chiaro e simpatico, si nasconde infatti una lingua alternativa fatta di termini totalmente inventati, senza affinità con la lingua madre. Non solo: hanno un rapporto difficile con le fricative (non sanno dire la zeta). Però quanto sono carini…

Livello cafonaggine: ma poi “socmel” cosa vuol dire?

Piace perché: I-R-R-E-S-I–S-T-I-B-I-L-I.

 

5) Toscano

Non ne possiamo più, basta con queste “c” aspirate e questo atteggiamento ridanciano. Possiamo perdonare solo Pieraccioni e Ceccherini, perché sono simpaticissimi.

Livello cafonaggine: Ceccherini.

Piace perché: Ceccherini.

 

4) Siciliano

Un boom cinematografico di film sulla mafia, supportato dal senso dell’estetica americano, ha fatto dell’accento siciliano qualcosa di iconico. E dell’abbigliamento di don Vito Corleone la figurina dell’italiano nel mondo. Loro malgrado, agli occhi degli altri i siciliani parleranno sempre come un personaggio di un film, che sia un Soprano o un Montalbano. Il non siciliano lì imiterà collocando il verbo alla fine della frase e facendosi prendere la mano, invertendo casualmente l’ordine delle parole, inserendo dei «minchia» folkloristici. Sbagliando.

Livello cafonaggine: Il Padrino.

Piace perché: Il Padrino.

 

3) Milanese

Un accento che – incomprensibilmente – sta antipatico per definizione agli altri italiani. È difficile convincere i non meneghini che nel linguaggio quotidiano sotto la Madonnina esistano altri verbi al di fuori di “fatturare” e altri intercalari al di fuori di “figa”. La battaglia è lunga. Il non milanese imiterà il dialetto abbreviando le parole: “sushino”, “attimino” e intervallandole a dei “taaaac” di Pozzettiana memoria. Ne verrà fuori un ritratto da Cumenda d’altri tempi, che a Milano però non esiste più (o non forse non è mai esistito).

Livello cafonaggine: «Uè, pheega!».

Piace perché: «Taaaac» lo dicono veramente.

 

2) Romano

Nella città più bella del mondo si parla la lingua franca dello spettacolo italiano, quella del centro della cultura e della televisione tricolore. Difficile sbilanciarsi, i romani si muovono da sempre in una zona grigia tra la simpatia dilagante e un burbero senso di superiorità. In ogni caso, la loro cafonaggine è proverbiale, si colloca saporita come la porchetta e bella come Trastevere tra le loro doppie dimezzate e le parole troncate.

Livello cafonaggine: Christian De Sica (lo amiamo).

Piace perché: Roma capitale.

 

1) Gli anziani che si capiscono tra loro, qualsiasi sia il dialetto

Talvolta, nei condomini di provincia dove famiglie autoctone si sono trovate a dover condividere il loro spazio vitale con famiglie importate dal sotto-Tevere (o da molto più giù) si assiste a questo spettacolo magico di meravigliosa integrazione: la anziana pugliese chiacchiera con la anziana di, ipotizziamo, Mantova e ciascuna parla nel proprio dialetto. E si capiscono.

Livello cafonaggine: incomprensibile, ma adorabile.

Piace perché: c’è bisogno di dirlo?

Lascia un commento

Devi loggarti per pubblicare un commento.