I camerieri non sono altro che attori
a cui serve vocazione e cultura

Se volete formare i nuovi camerieri, fate studiare loro la letteratura, la storia, la geografia. Se volete costruire i camerieri del futuro, fate imparare loro le lingue, almeno due. Non pensate che per avere dei buoni camerieri sia sufficiente aprire blog dove perorare la causa dell’abnegazione al lavoro, dove tuonare che questo lavoro è prima di tutto sacrificio, che è tutto una questione di accoglienza e sorrisi. In parte è così, ma questi sorrisi e queste attitudini da dove arrivano?

Chi è innamorato di questo lavoro non può fingere davanti agli ospiti. Non pensate che per formare i nuovi protagonisti della sala basti farli lavorare come dei muli e spronarli a sgobbare per ore perché «questa è la gavetta (alle volte un po’ troppo cameratesca) e chi è venuto prima di noi ha fatto così: ha cominciato lavando i piatti». Per fare un bravo cameriere ci vogliono due cose: la vocazione e la cultura. La prima è proprio come per i preti: arriva e non si sceglie. La seconda è proprio come per tutti gli altri: bisogna avere voglia.

Se volete formare i camerieri del futuro insegnate loro il teatro, fate fare loro il training attoriale. Il cameriere è un attore, la sala è un palcoscenico e il servizio una rappresentazione dove tutti hanno un ruolo, solo che, come nei migliori spettacoli d’avanguardia teatrale, gli spettatori fanno parte della scena. Non avrete mai dei buoni camerieri finché vi lamenterete dei programmi obsoleti delle scuole alberghiere e finché non si farà una scuola per camerieri. Una scuola vera che formi persone in grado di conversare, prima ancora che tecnici, che sappiano rispondere senza imbarazzo a una domanda non prevista e che sappiano tutto, ma proprio tutto, del mondo in cui vivono.

Ma in fondo bisogna sempre tenere a mente la cosa più importante: che, nonostante tutto, camerieri si nasce e non si diventa.

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