Concentrato vitaminico dei Vanarin
Orange Juice è pensata per il mondo

Nei tre minuti e tredici secondi di Orange Juice, ultima fatica dei Vanarin (disponibile su tutte le principali piattaforme di ascolto, potete ascoltarla QUI), c’è un vero e proprio manifesto di composizione ragionata. E il bello di questo manifesto è che si può tranquillamente ignorare, trascurare, proprio perché la sua forza sta nella sua capacità di collocarsi sullo sfondo di una composizione che, per prima cosa, è una canzone semplice, piacevole e ballabile. I Vanarin puntano forte su una dimensione decisamente pop e internazionale, tra suoni di batteria leggermente ovattati, un basso chiuso e groovy, pattern ritmici che ammiccano all’alternative R’n’b più recente (senza esasperare troppo le influenze) e suoni di tastiere che si trovano perfettamente a proprio agio nel limbo tra il revival anni ’80 e alcune esperienze trap o lo-fi, nelle loro ultime derive alle porte del nuovo decennio.

 

 

La struttura di Orange JuiceMa la chiave è la struttura canzone: un imperativo che chiunque voglia rendere il messaggio immediatamente fruibile deve in qualche modo rispettare. In questo caso il tocco d’autore sta nell’arrangiamento. Orange Juice non dà mai l’impressione di essere un brano che stravolga la forma canzone: dopo un breve intro solo chitarra, attacca la prima strofa (sulla stessa progressione accennata dall’introduzione), a cui segue un pre-chorus che conduce al ritornello; nella seconda parte, l’intro è sostituito da un leggero arpeggio di chitarra suonato sul giro del ritornello, a cui segue la seconda strofa, di nuovo il pre-chorus per ritornare sul giro del ritornello, che condurrà il pezzo fino alla chiusura a cappella.

 

 

Della struttura base della canzone pop sembrerebbe sparire il bridge che ci si attenderebbe alla fine del secondo ritornello e che dovrebbe condurre a un terzo e conclusivo ritornello. E invece – e questo è uno dei tocchi di classe di questo brano – il bridge è ricavato innestando sul giro del ritornello una serie di voci distanti e riverberate che propongono una melodia che interviene per la prima volta proprio in quel punto. E anche la collocazione di questa variazione sul tema è davvero particolare. Dopo la seconda strofa viene infatti riproposto il pre-chorus («I need to search, i need to play») in una versione orfana della sezione ritmica: è il preludio perfetto per suggerire un’esplosione del ritornello, e invece l’ascoltatore viene sorpreso dall’assenza del cantato («I don’t need it, i don’t need it») e solo parzialmente soddisfatto nelle sue aspettative dall’attacco del giro del ritornello, in un primo momento semplicemente strumentale, arricchito nella seconda metà della sezione dalla nuova melodia, in quello che alla fine risulta essere una sorta di un bridge mascherato da ritornello. Quando poi attacca veramente il secondo ritornello, lo fa sorretto dagli stessi cori che avevano arricchito i bridge: è la coda del pezzo, costruita con elementi già presenti nelle sezioni precedenti, combinati in un modo nuovo. Insomma, il risultato finale è un pezzo in cui al massimo tre o quattro idee semplici ed efficaci vengono esaminate in tutte le loro potenzialità, ricombinate tra di loro e fatte girare in modo tale da rendere sempre e comunque dinamico il rapporto con chi ascolta. Che dal canto suo può scegliere di non rendersene conto e di subire questo processo in maniera inconsapevole e passiva, continuando ignaro a ballare e a canticchiare quelle idee che hanno il loro punto di forza in una ricercata orecchiabilità.

 

 

Presente e futuro dei Vanarin. I Vanarin sono una delle band più interessanti del panorama bergamasco, anche se Bergamo – a dire il vero l’Italia in generale – sembra essere un contesto che sta stretto ai ragazzi, non tanto per una questione di snobismo quanto per motivi legati al mercato: quello italiano si attende proposte diverse rispetto a quella dei Vanarin, che infatti puntano a espatriare o almeno a esportare la loro musica: «Penso che sarà il prossimo passo che cercheremo di fare – ha spiegato il frontman anglo-italiano David Paysden – perché abbiamo scelto di puntare su musica che risponda a una vocazione propria di un certo pop internazionale, che forse qui non è troppo di casa». Per ora il pubblico nostrano può continuare però a goderseli: il live è uno dei loro punti forti, e recentemente hanno suonato all’Ink Club di via Carducci insieme agli ottimi Iside e Pau Amma in quella che potrebbe tranquillamente essere ricordata come una delle migliori serate musicali underground del 2019. Ma cosa dicono del pezzo? «Orange Juice, già a partire dal titolo – ha raccontato David Paysden –, potrebbe essere interpretata in molti modi. Mi piaceva l’immagine di un concentrato di vitamine che ti sveglia alla mattina, una scossa di energia. Di per sé il pezzo poi è una riflessione attorno alla cultura dei social. Ho notato una differenza sostanziale tra gli inizi di questa fase della cultura dell’internet e ora: all’inizio il social rifletteva i nostri lati migliori, ora siamo noi a sentirci intrappolati nei personaggi che impersoniamo su internet. Non è facile ripetersi che non abbiamo bisogno di tutto questo, in questo pezzo ci ho provato».

 

 

I Vanarin sono attivi dal 2016, quando pubblicarono il primo singolo Think for Yourself. A quella prima pubblicazione era seguito il primo EP (Vanarin) e, nel 2018, l’album Overnight. Dopo il primo album, il primo tastierista Beppe ha deciso di abbandonare il progetto: «Da lì abbiamo iniziato a ripensare a quello che stavamo facendo e a dove volevamo arrivare – racconta ancora Paysden -. Abbiamo deciso di cercare un approccio che fosse più minimale, immediato e fruibile, per semplificare il messaggio e caricarlo di una forza di impatto maggiore». E l’hanno capito? «Credo che i singoli pubblicati negli ultimi mesi ci rappresentino molto fedelmente, per come siamo ora».

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