Diario (ironico) di una commessa
Quei poveri mariti al supermercato

Vorrei spezzare oggi una lancia in favore di una particolare categoria di avventori del centro commerciale: gli uomini che aspettano. Mi è capitato varie volte di notare, durante lo svolgimento delle mie mansioni da commessa, queste creature abbandonate sulle panchine dei corridoi o dentro i negozi.

Ormai una delle attività preferite dalle coppie durante il tempo libero, vuoi per stile di vita, vuoi per condizioni atmosferiche avverse, è diventata “fare la spesa”. E fare la spesa dentro a un centro commerciale vuol dire per forza di cose transitare nella galleria luccicante di vetrine di vestiti, scarpe e gioielli. La scena che si ripete è più o meno questa. La coppia entra nel centro commerciale con l’intento di fare la spesa per la settimana. Le vetrine esercitano fin da subito un inesorabile “effetto farfalla” su di lei, che vorrebbe precipitarsi a guardare manco fosse una gazza ladra.

 

 

In prima battuta lui, il marito/ fidanzato in questione, la vince trascinandola dentro al supermercato, sperando che nel frattempo si faccia tardi. Ma la sottovaluta. Lei conosce meglio dello scaffalista stesso la disposizione dei prodotti di suo interesse, nonché l’ordine esatto di tutti i dispenser con le promozioni. Esce dal supermercato in venti minuti netti, con le borse della spesa ordinate per colore. A questo punto lui si mette a spingere il carrello, mentre lei già guarda l’orologio trionfante. «Ti dispiace se do un’occhiata alle scarpe?», trilla lei raggiante. Lui scuote la testa mormorando un mesto «No», che lei non sente nemmeno, tanto è già dentro a parlare con la commessa.

 

 

Se lui ha un carrello voluminoso si siede fuori sulla panchina più vicina all’entrata del negozio e aspetta. Inizia nell’ordine a consultare tutti i volantini con le offerte, gli opuscoli sui divani in pelle, le tariffe di telefonia mobile e internet. Quando i volantini sono finiti ma lei ancora non esce, allora estrae il cellulare dalla tasca e inizia a sfogliare Facebook, i risultati delle partite, le quotazioni di borsa, le macchine usate. Intanto inizia a lanciare occhiate impazienti dentro al negozio. «Arrivo subito, la signorina mi è andata a prendere l’altro numero», dice lei da dentro. Lui scruta la commessa, che di solito a questo punto condivide con il marito lo stato d’animo, ma che non può aiutarlo. Lui torna a guardare il suo cellulare, ma dopo aver letto anche le classifiche del calcio bulgaro, mette via tutto e si alza abbandonando la spesa, deciso a entrare e risolver la faccenda da vero uomo.

 

 

Entra e cerca la moglie nella corsia; picchietta con il dito sul quadrante dell’orologio assumendo un’espressione spazientita. Io, la commessa, lo guardo cercando di fargli capire di scappare, almeno lui che può; ma non capisce e così lei, sommersa tra venticinque paia di scarpe di venticinque neri differenti dice: «Meno male che sei entrato, aiutami a scegliere». Ci cascano sempre, e si siedono. Loro pensano che il parere che stanno per esprimere sia decisivo e si mettono persino ad ascoltare con attenzione. «Secondo te, con il vestito del matrimonio di Lucia, va bene questo nero lucido o meglio questo opaco? Perché ricordati che quel vestito ha degli inserti di seta qui e qui, ma ha anche una serie di piegature qua e qua. Quindi secondo te meglio lucido o opaco? Perché non vorrei sembrare volgare con una scarpa troppo alta e lucida, ma se la metto opaca poi sembrano scarpe della nonna. A te cosa sembra meglio?».

 

 

A questo punto io inizio a provare un misto di pena e sollievo. Pena perché leggo sulla faccia dell’uomo in questione lo sforzo di capire quello che gli viene richiesto, sollievo perché a questo punto io posso dire: «Vi lascio decidere» e posso svignarmela. Mors tua, vita mea. Procedo con il lavoro, servo altri clienti, sistemo scatole, sistemo i conti, compilo scartoffie e dopo un po’ vado a controllare la situazione. Solitamente la corsia è stipata di scatole sparse e scarpe spaiate, che con gioia io dovrò risistemare. La signora si è spostata di reparto, lasciando dietro di sé la distruzione e lui. Lui, dopo un’ora e mezzo di attesa complessiva, è in stato catatonico da shopping: sguardo vacuo sul pavimento, immobilità interrotta solo da tic nervosi degli arti, aumento della temperatura corporea segnalato da svestimento progressivo, assenza di attività celebrale. Nel frattempo la signora, dalla corsia a fianco, continua a interrogarlo saltuariamente: «Allora meglio queste o queste?». «Queste», risponde lui senza nemmeno sapere di che cosa si tratti.

 

 

A questo punto la mia simpatia per il marito è totale, corroborata anche da una punta di odio verso la consorte. Una volta tolte le ragnatele da lui, vado dalla signora è le dico «Signora, stiamo chiudendo». Non aggiungo altro. Lei, fresca come una rosa, trasale sullo sgabello: «Ma è così tardi?». «Io devo chiudere», ripeto sorridendo come farebbe un sicario. A questo punto lei afferra la prima scarpa che le capita, non importa più quale colore abbia, e scuote il marito con improvvisa fretta. «Dai andiamo, non vedi che è ora di cena?». Lui si riscuote dal torpore, afferra il cumulo dei suoi vestiti incredulo. Io gli sorrido andando alla cassa per farli pagare e porre fine finalmente alla nostra sofferenza; a questo punto potrei infierire vendendogli qualche accessorio inutile che tanto lui comprerebbe pur di uscire, ma non lo faccio mai. Non con i mariti abbandonati in corsia.

Perciò, prima di partire per la spesa con un marito, pensaci. Lascialo a casa, non in corsia.

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