La prima volta non si scorda mai
Ma i Blue Wit ne avranno tante altre

Questa sera, sabato 30 novembre, all’Elav Circus (l’ex In DispArte) ci sarà l’esordio live dei Blue Wit (potete ascoltarli QUI), progetto recentemente fondato da Francesco Pedrinoni (voce e chitarra) ed Edoardo Nosari (batteria). Con loro, per il live, al basso ci sarà Manuele Mariani. Power trio vecchio stile, nato da una jam in Austria, dove viveva allora il batterista, e continuato e strutturato a Bergamo, dopo il suo ritorno. Al momento la band ha pubblicato due singoli che hanno raggiunto numeri impressionanti se si pensa che il lancio è avvenuto in completa autonomia, senza il supporto di alcuna etichetta o agenzia. Solace, primo singolo (QUI) pubblicato lo scorso 7 settembre, ha da poco sfondato la soglia dei quattromila ascolti, mentre Marilyn (QUI) si appresta a raggiungere i duemila. L’esordio dal vivo sarà seguito da un impegno più costante sul fronte live, aspetto che nei progetti del gruppo rivestirà un ruolo cruciale.

 

 

Come nascono i Blue Wit?

Francesco: «Ci siamo incontrati in Austria, a casa di Edoardo, che era lì per l’Erasmus. Avevamo già in mente di fare qualche canzone insieme, ma prima di avviare un progetto, quando è ancora tutta una tabula rasa, non sai mai bene cosa andrai a fare. Ricordo solo che le prime canzoni che eravamo sicuri di fare fin dall’inizio erano Marilyn e Solace, che poi sono state in effetti i brani su cui abbiamo puntato per lanciare il progetto. Quando sono andato in Austria avevo appena scritto Solace, nel senso che avevo in mente come avrei voluto che fosse il groove e in che modo avrei voluto utilizzare l’accordo di sesta che caratterizza la strofa, mentre di Marilyn avevo il giro d’accordi e una sorta di prototipo della linea vocale».

Edoardo: «Mi ricordo che quelle due canzoni mi avevano preso fin da subito e in assoluta sintonia ci è sembrato naturale lavorarci in saletta, dove le abbiamo sostanzialmente rivoluzionate. In generale è bello perché nei brani composti fino a ora da un lato è rimasto molto dei demo chitarra e voce di Francesco, dall’altro se li si confrontassero con i risultati finali risulterebbero radicalmente cambiati».

Avevate mai suonato insieme prima?

Edoardo: «Qualche progetto di vita breve».

Francesco: «Sì, una volta si era anche arrabbiato perché non avevo imparato una parte di chitarra!».

Di preciso come strutturate il vostro lavoro prima di arrivare alla pubblicazione?

Edoardo: «Nel caso dei due brani pubblicati siamo partiti dalle idee di Francesco e abbiamo edificato delle strutture che fossero il più immediate possibile. In questo ci hanno dato un contributo fondamentale Giorgio Pesenti e Dario Riboli (tra le altre cose, membri degli Iside, ndr), che hanno fatto per noi quello che essenzialmente fa un produttore».

Francesco: «Sì, fantastico lavorare con loro, perché sono due persone al contempo creative e competenti, e di musica sanno davvero tanto. Con loro il lavoro è stato molto semplice: sono venuti in saletta, abbiamo registrato in presa diretta i brani per come li avevamo pensati noi, poi ci siamo messi al computer con la struttura del brano davanti, e con loro abbiamo reso la struttura il più fruibile e immediata possibile. Ma poi in generale si è parlato molto di lavorare e ragionare sulla direzione da intraprendere da un punto di vista dell’identità del progetto».

 

 

Nello specifico?

Francesco: «In sostanza abbiamo deciso di lanciarci con due canzoni che rappresentassero i due estremi del progetto, almeno per quanto riguarda queste prime fasi, due poli tra i quali far oscillare tutto il resto dei brani. Solace e Marilyn sono esattamente questo».

Edoardo: «Lavoriamo molto su questo: siamo tendenzialmente due persone potenzialmente molto esuberanti sui nostri strumenti, imporci di ragionare in funzione dei brani e sperimentare cercando però di mantenere una certa coerenza interna al progetto è stato un passo importante per entrambi, per la nostra maturazione come musicisti. Per dire: Francesco arriva dalla psichedelia vecchio stile, quella degli assoli di chitarra di cinque minuti, io arrivo dal pop punk, dove sembra ci sia una specie di legge non scritta che ti obbliga a riempire di fill di batteria ogni secondo vuoto. Ecco, c’è un grosso lavoro di moderazione reciproca che secondo noi ha dato dei buoni risultati fino ad ora».

Quindi gli input, i canovacci, le idee di partenza arrivano da Francesco. Ma come?

Francesco: «Dipende da tanti fattori, dal momento, dagli ascolti. Può capitare che mi svegli la mattina e abbia in testa qualche piccolo spunto, un ritornello o un riff. A quel punto tendenzialmente mi metto alla chitarra e stendo le bozze da cui poi si parte a lavorare. Credo che la questione sia molto semplice: ascolti, ascolti e ascolti, fino a che il vaso non si rovescia e l’acqua che ne esce è la tua sintesi di quello che hai ascoltato, è la tua canzone».

Quali aspetti tieni in particolare considerazione per scrivere un brano?

Francesco: «Direi che una cosa su cui sto molto attento è la ricerca di strutture armoniche a supporto della melodia che pur rimanendo semplici e accessibili possano integrare elementi e dettagli che rendano il brano più accattivante. Ad esempio una cosa che cerco spesso di fare è variare gli accordi, colorandoli il più possibile con altre note diverse da quelle della triade, quello è un aspetto su cui sono molto attento in primis come ascoltatore. In ogni caso i brani sono sempre passati da una severa autocensura. Il primo approccio comunque è sempre abbastanza istintivo, poi vengono i calcoli e le riflessioni. Edoardo ha molto più in mente la concezione di una struttura, per quello poi lavoro bene con lui».

Che intenzioni avete a partire da questo live?

Edoardo: «Cercare di suonare il più possibile: è un punto chiave per noi, non siamo nati come gruppo da studio, sappiamo che oggi il mercato preferisce altre proposte rispetto alla nostra. Non è snobismo eh, sia chiaro: siamo noi i primi a coltivare certi ascolti che oggi sono considerati più vendibili, cioè per dire in scaletta abbiamo una cover di Billie Eilish, non è quello il punto, è che ci piaceva l’idea di essere innanzitutto una realtà da palco, un progetto il più suonato possibile e proprio per questo immediatamente riconoscibile live, che giochi molto sulla duplice dimensione, studio e live, che non siano insomma la stessa cosa, e che proprio per questo in un certo senso valga la pena venirci a sentire».

Francesco: «Per quanto riguarda invece i progetti in studio, che comunque chiaramente coltiviamo, abbiamo iniziato a lavorare al terzo singolo, sempre con Giorgio e Dario».

 

 

Voi anche se siete giovanissimi (hanno entrambi 22 anni ndr) suonate già da tempo. Che rapporto avete con la musica?

Edoardo: «Io la vivo in modo abbastanza disincantato da un lato, vedo gente che conosco iniziare a fare il musicista e penso “tecnicamente potrei essere anche io a fare quelle cose, il turnista piuttosto che altro”. Dall’altro buttarsi veramente è un rischio che lascia poche prospettive a lungo termine, quindi sono molto cauto. D’altro canto quando suono è il momento in cui più di ogni altro momento riesco a identificarmi e a esprimere. Diciamo che mi riconosco immediatamente quando qualcuno parla di me come di “quello che suona la batteria”, è la cosa che più di tutte mi rappresenta».

Francesco: «Oh no, adesso divento sentimental (in filodiffusione alla radio del bar in cui siamo seduti è partita Every Breath You Take, ndr). In ogni caso per me il bello di suonare è quando sai che chi ti ascolta capisce e si interessa alla musica e alla fine ti dice “bravo, hai fatto bene”. Dopo il video di Marilyn c’è chi mi ha detto di non smettere mai di suonare. È la cosa più bella che mi si possa dire, mi incita tantissimo, e io penso sempre che piuttosto se dovessi scegliere mollerei qualunque cosa, laurea in Economia compresa. La mia prospettiva è sempre ricercare nuovi stimoli nella musica. Sono sempre stato cosi. Adesso ti racconto una cosa».

Dimmi.

Francesco: «Durante il primo anno di liceo avevo iniziato a frequentare un corso di chitarra elettrica dopo la scuola. Io suonavo già da quando avevo otto anni, tendenzialmente chitarra spagnola, ma mi divertivo già a improvvisare, soprattutto sul be bop e altre cose del genere. Il maestro ci aveva chiesto di improvvisare, e io ero l’ultimo del giro. Quando toccava a me ho attaccato delle scale be bop, così molto a sentimento. Il maestro mi ha proprio fermato e mi ha detto: “che cazzo stai facendo, non si capisce nulla”. Da lì, oltre a non essere più andato al doposcuola, quella è sempre stata la mia molla più importante. La sensazione che provo quando sento di avere il controllo dello strumento è indescrivibile».

Cosa si prova quando si rilascia un brano?

Francesco: «Quando è uscita Solace abbiamo fatto una super festa. Il bello di Distrokid è che ti permette di scegliere la data del release, quindi eravamo in saletta con degli amici, abbiamo aspettato mezzanotte per il gusto di ascoltarla da Spotify, sono soddisfazioni incredibili le prime volte. Poi è un continuo controllare le statistiche di Spotify Per Artists».

Edoardo: «Io non sono così intrippato di Spotify per Artists, però anche per me è un continuo check. Ma è bello così».

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