Le posso consigliare una sòla?
(Pensieri segreti di una commessa)

Ti è mai capitato di andare a pagare alla cassa dopo una proficua battuta di shopping e di ritrovarti ad uscire con qualcosa in mano che ti hanno rifilato alle casse? O di provare un istinto omicida nei confronti della commessa che ti propone quell’utilissimo spray al tartufo anti zanzara da spruzzare nelle ciabatte? Sono sicura, è già capitato a tutti. A volte ci si lascia ingannare, se la commessa è particolarmente gentile o se è di buon umore; la maggior parte delle volte invece si tende a borbottare un «No» a metà strada tra la cortesia e il disprezzo.

 

 

Il (necessario?) bonus sui gadget. Pochi sanno però quale impalcatura di sottile pressione psicologica ci sia dietro la vendita di articoli alle casse. È un terrore sconosciuto ai più il lavorio sotterraneo che si produce ai danni delle commesse obbligate a cercare un modo per rifilarvi qualcosa di meravigliosamente inutile come l’ultima crema per le unghie incarnite. È vero, a volte il venditore ha una percentuale sugli oggetti effettivamente venduti che si aggiunge a un fisso mensile. Interessante cercare di capire la somma di base percepita dall’accanimento della commessa. Se cortesemente cerca di consigliarvi un nuovo deodorante, senza crederci troppo, allora il suo stipendio è dignitoso. Se con un po’ più di ansia si ostina a voler accostare alla vostra borsa quell’improbabile sciarpa viola, stiamo già calando pericolosamente verso la sussistenza. La faccenda inizia a puzzare quando dopo il vostro primo no al cappellino di Hello Kitty, vi para davanti anche il bracciale di Justin Bieber e cerca di mettervi il rossetto di Hannah Montana. Se poi la commessa suda ed estrae da sotto al banco sua nonna per dimostrarvi che la lacca che vi consiglia è efficace per almeno novant’anni, allora vi trovare di fronte a uno dei nuovissimi contratti “servo della gleba”.

 

 

Il terribile registro delle commesse. E se invece non viene percepito nessun bonus sui gadget? «Tutto apposto» penserete voi, chi non ha l’anima del mercante può evitarsi la scocciatura. In cassa ci sta solo chi ha il talento e la voglia. Illusi. Ogni commessa ha un codice, battuto in cassa quando fa lo scontrino. La cassa registra le vendite per ogni venditore e a fine mese viene stampato un impietoso grafico che mostra l’andamento delle vendite: gadget evidenziati in rosso. Bene, questo grafico verrà appeso in ogni area possibile dello spogliatoio, stampato e inviato a ogni commessa affinché la perseguiti, citato e sventolato fino alla disperazione.

Ora, le questioni sono due: la prima è che è difficile interessarsi veramente alla prosperità di un negozio dove hai la certezza di lavorare solo per tre mesi e poi chissà, forse, il Natale, la riforma, lo stage ecc. La seconda è che se uno non ha l’indole del venditore, non ce l’ha. Non c’è corso, minaccia, consiglio o sgridata che tenga. Ho provato varie volte a sottrarmi all’incombenza della vendita con vari stratagemmi, quali la pulizia della toilette, il magazzino, le fatture o il conteggio delle graffette, ma niente da fare. Se stai in un negozio, prima o poi ti tocca. E così guardi rassegnata il cliente che si avvicina con la sua merce, cercando di capire se questa sia la volta buona per far salire quel maledetto grafico.

 

 

«Guarda come si fa». «Guarda come si fa», mi diceva sempre una mia collega abile. E lo spettacolo in effetti era notevole. Arriva la solita signora che acquista un paio di scarpe alla settimana. Per inciso, non so cosa ne faccia, l’ipotesi è che sia una serial killer che veste a nuovo le sue vittime prima di smembrarle. Comunque, la signora poggia la scatola sulla cassa, la mia collega controlla accuratamente la merce come se si trattasse di cuoio e platino invece che di plastica e poi con occhio da estimatrice dice: «Sa che con queste ci vorrebbe proprio una bella soletta?». «Lei dice?» chiede la cliente curiosa, che oltre che serial killer è anche affetta da Alzheimer, visto che ogni settimana le viene venduto di tutto. «Certo signora, vede? Queste scarpe sono bellissime, ma hanno la camminata un po’ piatta e il piede fa male (perché le vendiamo allora? Ma questo lo tengo per me). Io ne so qualcosa, sto tutto il giorno in piedi! ». «Oh, in effetti ha ragione, sa? Mi faccia vedere». La soletta viene inesorabilmente inserita nella scarpa, inutile ma convincente. La cliente, per cui provo tenerezza, la tocca. «Come è morbida!». «Certo signora, è pura lana di pecora dell’Himalaya nutrita dai monaci». «Voi sì che avete sempre degli accessori carini! Ora sono più comoda». «Gliene do cinque allora?». Vendute.

Solo che io… Affascinante, mi viene quasi voglia di diventare abile come lei. Bene, al prossimo cliente ci proverò io! «Buonasera, le posso consigliare questa soletta morbida per migliorare…». «No. Ho i piedi piatti, la sciatica, la gotta e le unghie ritorte ». «Ma sono morbide e fatte con la lana dei lama peruviani ». «Che cosa? Ma lo sa che io sono del Wwf? Non comprerò mai più niente da voi!». E se ne va senza comprare niente, anzi quasi denunciandomi alla guardia forestale. Decisamente, devo cambiare lavoro.

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