Pensieri segreti di una commessa
Anche noi mangiamo (e vi spiamo)

Anche le commesse mangiano. Vi sembrerà strano forse, visto che ci vedete sempre sostenere ritmi furibondi e forse vi immaginate che abbiamo sviluppato una sorta di fotosintesi clorofilliana stimolata dai neon. Ma anche noi abbiamo una pausa pranzo, ogni tanto. Essendo dentro al centro commerciale ci serviamo anche noi degli stessi servizi ristorazione che usano i nostri benemeriti clienti. Ed è quindi con la fame del servo della gleba e la pretesa di giustizia di chi ha fatto il proprio sporco dovere che ci appropinquiamo alla coda di clienti. In quel momento siamo anche noi nostro malgrado equiparate al “nemico”, che è come al solito un misto di flemma e impazienza. E inizia così l’avanzata verso il rancio. Noi, in coda, vi osserviamo, quando voi meno ve lo aspettate e quindi siete senza ritegno.

 

 

La pizza senza bordo e il separatista. Sono assolutamente solidale con le cassiere che lavorano in questi ristoranti da galleria. Sappiate che la categoria tutta vi è vicina. Il primo originale della fila chiede: «Vorrei una pizza» e fin qui sembra facile. Ma non lo è mai: «Mi potresti togliere il bordo per favore?». Certo, poi il suo bordo lo conserviamo e quando arriverà il cliente della pizza senza centro vi combineremo un appuntamento. Poi arriva il separatista. Lui chiede un piatto unico, ma per favore, se è possibile, vorrebbe che i piselli non toccassero la carne e la carne non toccasse l’insalata, inoltre l’insalata non deve mai toccare i piselli, ma se c’è del pane allora sì, quello può toccare tutto. E poi del ketchup a parte in un angolo. Praticamente il suo ordine è un test di logica, oltre che una prova discriminante per una diagnosi di disturbo ossessivo compulsivo.

L’esteta del panino. Intanto la fila avanza, e quello dietro di voi ha già sbuffato quattro volte anche se è arrivato da soltanto trenta secondi ed è visibilmente in pensione, quindi senza nessun cartellino da timbrare. Il prossimo è l’esteta del panino. «Mi può fare un panino col crudo, però con le fette non ammucchiate, ma stese bene in ogni angolo?». Ma prego, mi faccia pure un progettino su questo tovagliolo, la prego, e mi mostri come desidera siano disposte le fette. A spirale? A rosa dei venti? Qual è il numero esatto per il sofista del filoncino? E questa rosetta è abbastanza simmetrica o vuole che vada a scavare nel fondo del sacco per cercarne una che rispecchi le proporzioni del cosmo? Quando gli consegnano il suo pane, ovviamente lo alza e controlla l’operato. Non è mai all’altezza; si apparta così in angolo e “opera” il suo panino a mani nude, ridisponendo le fette in modo che non turbino i suoi molari.

 

 

Il panino smontabile. Ma che dire poi dei panini dietetici che i nostri clienti vogliono improvvisare? «Mi può dare un panino con la pancetta, ma senza grasso?». O anche: «Mi può dare quel panino con lardo, carciofi, pomodoro, insalata e fontina e togliermi la fontina, i carciofi e il pomodoro che mi resta un po’ pesante?». Sicuro, i panini già pronti sono fatti esattamente per essere smontati e rimontati a piacimento. Li mettono lì come le demo della Lego, e poi con i pezzi puoi scegliere tu cosa fare! Ma è geniale questa vetrina interattiva. So che la mia collega alla cassa sta pensando esattamente questo, mentre la paresi della cortesia segna il suo volto.

La neomamma e la pappa da scaldare. Nel frattempo il signore alle vostre spalle raggiunge una potenza di soffio tale da spettinarvi, e inizia a borbottare frasi cercando rissa. La prima della fila però è lei, la mamma col neonato. La neomamma è attenta alla salute sua e del bambino. Quindi prende un’insalata scondita sulla falsa riga del panino light, cioè facendo togliere tutto tranne l’insalata e la bacinella, e poi chiede: «Mi può scaldare la pappa del bambino?». Tutta la fila ha un brivido. Scaldare la pappa vuol dire mandare in tilt l’intera cucina per un quarto d’ora. Dove scaldare quello sputo di minestra? Su quale fornello? Per quanto tempo senza carbonizzarla? E soprattutto: «Non troppo calda che poi si scotta». Ogni volta che una commessa vi vede in fila con un biberon, vi maledice. Io fossi in voi ci penserei prima di mangiare fuori con il pupo. Ma non si può dire di no a una mamma, e quindi la coda si ferma.

 

 

Lasciar passare e poi. Nel frattempo la vostra pausa pranzo è quasi finita, ma pur di far cessare Eolo alle vostre spalle, lo fate passare. Tocca a lui, che dopo tutta quella fretta resta dieci minuti a osservare il tabellone del menu e poi chiede un piatto di pasta al sugo, ma abbondante e con lo sconto. E poi è finalmente il vostro turno. Quando arrivate davanti alla cassiera, riconoscete in lei lo sguardo dell’omicida. Vi capite subito, e la transazione dura dieci secondi netti. «Un menù uno». «5euro e 99». «Ecco, grazie». «Buon appetito». Il mondo sarebbe molto più semplice se tutti i clienti fossero anche commesse.

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