Pensieri segreti di una commessa
L’assurdo prezzo dei capi vintage

Nel nostro centro commerciale ci sono a volte dei negozi che sono un po’ fuori dal solito range (e sto usando l’inglese per calarvi proprio nell’atmosfera) della passeggiata dell’italiano medio. Sono quelle boutique di abbigliamento un po’ defilate, minuscole, con una vetrina che espone un manichino alla volta (ma di quelli senza faccia alla De Chirico) circondato da oggetti inutili quali un triciclo e/o un comodino rococò. Non hanno l’insegna col nome, che sta male. Sembra quasi non voler attirare l’attenzione. Ormai avrete capito che vi sto per introdurre nel mondo della moda vintage/alternativa/equousatarattoppata. Dentro ci sono esposti pochissimi capi, rigorosamente appesi a delle relle di ferro nude con grucce una diversa dall’altra. Tra un vestito e l’altro c’è almeno mezzo metro di spazio vuoto. Alle pareti, appesi o in apposite librerie provenienti dalla discarica comunale più vicina, ci possono essere altri oggetti dal dubbio nesso logico. Mappamondi, l’opera omnia di Ungaretti, marionette, quadri astratti, le abat-jour della bisnonna, pentole di rame, una ruota di bicicletta e a volte anche una poltrona. A patto che sia polverosa e sfondata, tanto non avrete certo voglia di sedervi lì sopra.

 

 

Dentro la boutique ci sta di solito una sola commessa. Certo, il negozio è un buco e i capi esposti saranno al massimo sette, non è che ci sia bisogno di molta manodopera. La cosa inquietante è che questa commessa è proprio l’unica e sola lavoratrice in questo posto. Apre, chiude, sistema, spolvera, a volte si fa anche le battute da sola e litiga, giusto per dire che anche lei fa parte della nostra stessa categoria. Ora che vi ho descritto l’àmbient (non ho dimenticato la “e”, ho voluto scriver proprio “àmbient” con l’accento sulla a, perché così è molto più esclusivo di un ambiente) avrete sicuramente già capito quale tipo di vestiti ci potete trovare dentro. Certo, quelli che voi e io metteremmo nel cestone della Caritas, quelli che a vederli in fondo all’armadio durante le pulizie di primavera viene voglia di usarli come cuccia per il gatto. Insomma, i vestiti che hanno fatto il loro dovere e sono pronti per la pensione. Invece no. Sbagliato, siete proprio antichi. Non è roba vecchia e stra usata, ma è roba vintage. Sono capi vissuti, con un carattere, che fanno un po’ intellettuale comunista anni ’70 appena entrato di straforo in un palazzo da occupare. Per esempio quegli scarponcini che assomigliano in tutto e per tutto a quelli che ereditavate da vostro fratello maggiore quando a lui era cresciuto il piede e a voi no. Sono già scoloriti e hanno le pieghe della camminata, quasi quasi la suola si scolla anche sul tallone. E quel maglione un po’ infeltrito e tra l’altro dal dubbio color senape? Io mi aspetto di vederci anche il buchetto di una tarma che fa molto casa di campagna. Pure i pantaloni, difficilmente di jeans e più spesso di velluto a coste, sono rovinati. Sulle tasche e sul sedere. E poi su quel manichino metafisico non si capisce mai bene che forma abbiano i capi.

Di solito i vestiti così non stanno mica in vetrina. Non fraintendetemi però; non ce l’ho con gli abiti usati. Io indosso da sempre abiti di seconda mano. Primo perché odio fare shopping e quindi se qualcuno me lo evita liberandosi dei suoi panni io ne sono più che felice. Secondo perché nei negozi dell’usato capisco cosa è meglio non comprare mai per non avere poi l’imbarazzo di doverlo rivendere. Quello che mi innervosisce della boutique è la contraddizione tra la camicia col bordo sfilacciato e il cartellino del prezzo esposto. Deve essersi sbiadita anche la virgola che separa i numeri, altrimenti non si spiega come una scarpa prossima alla morte abbia ben tre cifre. Non si spiega come, per esempio, quella tracolla con i manici precari costi come metà del mio umile stipendio. Forse è per pagare profumatamente la commessa monoturno? Ma no, una commessa è pur sempre una commessa, cioè pagata poco e spremuta molto, ma lei sembra credere in quello che vende. Indossa una sciarpina a fiorelloni che forse persino mia nonna a questo punto avrebbe deciso di cambiare e gli orecchini fatti all’uncinetto.

 

 

Il cliente tipo di questo negozio sembra sempre spiantato, sempre uno studente che va al mercatino della domenica e scava nelle bancarelle alla ricerca di un cappotto per svernare. Invece no, vi sta ingannando. Probabilmente è proprietario di tutta la piazza dove il mercatino ha sede e ne incassa anche l’affitto. Però si aggira tra noi facendoci credere di essere un filosofo non attaccato alla materia. Poi però vedo che la commessa, sotto tutto quell’usato, indossa delle scarpe che probabilmente le ho venduto io all’esorbitante cifra di 15 euro. Sorrido trionfante pensando a quanto sarà alternativa la sua vescica da plastica nuovissima.

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