Pensieri segreti di una commessa
L’eterna guerra per i turni in negozio

Se vi capitasse di lavorare come commessa in un negozio, c’è un aspetto che dovete assolutamente conoscere prima. Non si tratta della mansione, né del cliente di turno, né tantomeno della collega invidiosa. I turni di lavoro. La vostra vita, una volta che prenderete servizio, diventerà un’appendice del negozio stesso. Innanzitutto, il monte ore non verrà rispettato mai e poi mai. Che siate assunti per ventiquattro ore o per quaranta, il vostro turno finisce quando è il momento. Cioè quando lo decide il capo, il cliente, la collega isterica o qualsiasi altro accadimento che interverrà a modificare le vostre giornate. Tutto quello che vi eravate prefissati di fare nel vostro tempo libero dimenticatelo, a meno che avvenga in orari notturni in cui il negozio è chiuso (per ora).

 

 

«Ma non ci sono i turni apposta per distribuire il personale?», penserete voi ingenui che bramate di avere un impiego da dipendente per stare tranquilli. Vi svelo un segreto. Il lavoro su turni, per funzionare e agevolare il lavoro di tutti, presuppone che i turni vadano fatti. Vanno predisposti in anticipo e fatti conoscere a tutto il personale. L’ente supremo preposto alla decisione dei turni è il responsabile del negozio, il quale dovrebbe avere a cuore il suo staff, dato che manda avanti la baracca. Di contro sarebbe anche utile che il capo avesse una discreta abilità di comando tanto da sapere quando imporsi e quando no. Ma quando si tratta di discutere sui turni, il capo si fa di nebbia. È in bagno, deve sistemare il magazzino, spolverare la cassaforte, pulire la cassa oppure semplicemente non si trova. Un po’ li capisco, i capi, perché ogni dipendente ha le sue richieste e organizzare i ritmi di dieci o più persone è un bel problema. Molti usano la tattica della “scatola delle richieste”, in cui i dipendenti mettono il loro pizzino minaccioso con le disponibilità di orario. So che vi ricorda molto la scatola delle frasi carine di quando eravate alle medie, ma siccome il livello di dialogo ed empatia è esattamente quello, è più facile che non gestire e affrontare le domande di tutti faccia a faccia.

Comunque il parto è sempre lungo. I capi temporeggiano, cancellano e riscrivono su quelle tabelle orarie come degli amanuensi per giorni e giorni. Risultato, la domenica sera una non sa mai che turno ha il lunedì. Più si avvicina la fine della tabella turni, più il nervosismo cresce. «Riuscirò a portare il bambino a scuola calcio?». «Potrò andare al cinema quella sera?». «Potrò finalmente farmi quell’otturazione dal dentista che aspetto con ansia dal Natale scorso?». Poi finalmente i turni appaiono in bacheca (senza tra l’altro che il capo sia mai avvistato da nessuno mentre li appende) e spetta all’ultima commessa che chiude di domenica sera diffondere le foto degli orari. Ovviamente il malcontento è sempre generale. I turni hanno la capacità di scontentare sempre tutti nonostante vengano fatti cercando di tenerne in considerazione le richieste. Anche in questo caso, come per le ferie, figlio vince su qualsiasi altra cosa. È una specie di gioco della mura: figlio, funerale, partner malato. Vince sempre figlio perché «una madre ha diritto a passare del tempo con i suoi bambini». Cito testuali. A parte che vorrei indagare sulla vera età di questi figli che si spera verso i vent’anni acquisiscano un’autonomia tale da poter passare il pomeriggio soli, non sono d’accordo sulla precedenza assoluta. Non ti ho spinto io alla riproduzione compulsiva, quindi non posso subirmi io i turni scomodi solo perché tu hai dei figli. Ma nessuno contraddice le genitrici, e così noi donne prive di progenie e quindi dal dubbio genere ci teniamo il resto.

 

 

Non parliamo poi del caso in cui ci siano commessi uomini e magari anche giovani. Certamente sarebbero abbonati al turno del mattino con il corriere quando sono arrivate le lavatrici nuove o alla chiusura perché (e torno a citare) «sai, con il buio una donna…». Non ho mai saputo cosa succede se una donna chiude il negozio con il buio nonostante l’abbia fatto tante volte, ma io non ho figli quindi non conto. Ma tutto questo potrebbe essere più sopportabile se solo si potesse conoscere il proprio destino con un po’ di anticipo. Non dico molto anticipo, giusto quelle ventiquattro ore per poter decidere se scongelare la bistecca per il pranzo di domani oppure no. E invece arrivo al lavoro all’orario che credevo di avere e… «Ah, ti ho spostato il turno, finisci alle 20 stasera». «E inizio?». «Alle 12». Peccato siano solo le 8. Non mi resta che tornare a casa e mangiare subito la bistecca.

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