Pensieri segreti di una commessa
Quelli che sul pesce la sanno lunga

Il pesce fa bene, lo dicono tutti, dal medico a Donna moderna. E poi consumare pesce fa sempre un po’ chic, diciamocelo. Quanto vi sentite signori quando mangiate il pesce spada? Forse è un retaggio rimasto dai tempi duri in cui il pesce si poteva mangiare soltanto una volta ogni tanto perché costava troppo, e quindi era un cibo per i più ricchi. È per questo quindi che quando venite al banco del pesce vi atteggiate come nemmeno alla corte del re Sole? A me il pesce non piace. Sono sostenitrice della dieta bergamasca, e visto che il mare dista almeno 250 chilometri da qui, mi limito al massimo ad assumere qualche trota se proprio non se ne può fare a meno. Se sono nata in montagna ci sarà un motivo. Comunque non discrimino i clienti che vogliono mangiare del pesce, a patto che non sia avvolto in alghe dai colori inquietanti. Ma questa è un’altra storia.

 

 

Il cliente che vuole comprare pesce lo riconosci perché si avvicina con un sopracciglio alzato e l’altro schiacciato come se sostenesse un monocolo, segno della nobiltà acquisita con gli omega 3. Studia attentamente tutti i cartellini come se fosse un marinaio esperto o come se sapesse veramente quale zona geografica è l’area 74. Poi attira l’attenzione della banconista con aria discreta e sostenuta e chiede: «Che pescato avete oggi?» (immaginatelo con la voce del principe Carlo perché più o meno l’aria che hanno è quella). “C’è scritto lì”, sarebbe la risposta da dare, ma ovviamente l’addetta è costretta a fare l’elenco dei pesci pescati. Sicuramente l’esperto non sarà soddisfatto e per mostrare la sua assoluta padronanza della materia chiederà informazioni su un pesce inesistente e improbabile: «Non avete il salmone puntinato dell’oceano hawaiano?». «L’abbiamo finito» è la risposta che riceverà in ogni caso. «E allora mi dia quella sogliola». L’addetto afferra un pesce a caso apprestandosi a pesarlo, ma non ha fatto i conti con l’aggettivo dimostrativo. «No, ho detto quella», ripete il nostro lord pescatore ficcando un dito nel banco frigo e indicato l’ultima sogliola sotto a tutte le altre. «Ha l’occhio più fresco», spiega pensando di elargire scienza alla commessa che in realtà passa talmente tanto tempo in pescheria da avere ormai le braccia squamate. Vorrebbe anche aggiungere che sicuramente lo sguardo della sogliola morta da giorni è più vivace di quello del cliente che la compra, ma sta zitta e impacchetta.

Un altro grande simbolo di erudizione è la scelta del polpo. Clienti che toccano tutti i tentacoli di tutti i polpi cercando non so quale messaggio dalle profondità dei mari. Ogni tanto persino le piovre si risvegliano infastidite dai maniaci della ventosa. La domanda di solito che viene rivolta è: «Ma non è che questo polpo sarà duro?». Ma su, anche ammesso che sia un’indovina, volete davvero che la commessa vi risponda che sarà coriaceo, stoppaccioso e insapore? Ma il culmine si raggiunge con le cozze. Ancora una volta non vi discrimino anche se mangiate con gusto dei piccoli esseri della consistenza di un chewing gum masticato da ore, e più o meno dello stesso sapore. Capisco anche che il rischio di prendere delle intossicazioni da molluschi sia alto, ma non per questo potete pensare che la commessa vi faccia scegliere le cozze una per una scartando tutte quelle anche solo leggermente aperte. E nemmeno potete ammorbare l’addetta chiedendo se il mare dove le cozze sono state pescate sia molto inquinato. A parte che penso non esista più una cozza “libera” in tutti i mari di questo pianeta perché ormai sono tutte quante allevate, la risposta è ovvia. Sì, i mari fanno schifo (non avete notato quest’estate la risacca alla schiuma di lavanda?) e quindi le vostre cozze eventualmente pescate sono altrettanto impregnate di sostanze tossiche.

 

 

Ma nonostante tutta la vostra scienza ittica e la pluriennale esperienza su un peschereccio al porto di Bergamo, quando avete scelto il pesce migliore la domanda è sempre la stessa: «Non è che me lo può pulire bene?». Pulire le interiora non è chic. È quel «bene» che ci infastidisce più della richiesta intera, io ve lo dico. Non solo mi stai chiedendo un favore a cui non sono tenuta, ma mi stai anche facendo intendere che probabilmente lo farò in modo mediocre se non fosse per la tua supervisione. Fossi in voi starei molto attenta alla lische la prossima volta che preparate il pesce del supermercato, una commessa incapace potrebbe averne lasciate molte nascoste nella vostra orata pescata al largo di Seriate.

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