Presenza di qualcosa che manca
La piccola storia della saudade

Una parola che viene da lontano, dal latino e dal portoghese, da due termini (soledade e solitas) che significano solitudine. Una parola che indica la mancanza di qualcosa o qualcuno che non c’è più, una nostalgia intensa che fa tornare continuamente a ciò di cui rimane il ricordo. La lontananza da casa dei marinai, quel misto di nostalgia e solitudine che si unisce al desiderio di tornare in un luogo o assieme a una persona. Una parola che porta in sé un sentimento di amore non corrisposto, separato da noi dal tempo e dallo spazio, che ci ispira una nostalgia struggente che è anche piena di dolcezza, in bilico tra una lacrima e un sorriso. Un sentimento di mancanza verso una casa, un Paese, una terra, che da tanti scrittori è stato definito una vera e propria categoria dello spirito che solo superficialmente può tradursi con malinconia o nostalgia.

 

 

Può essere il desiderio di una persona che non si può più avere che si trasforma in dolore perché quella persona non è più con noi. Presente fin nella tradizione trobadoriana del XIII secolo, saudade nella sua tipica accezione portoghese unisce il termine latino solitate (ovvero solitudine), con il verbo saudar, in portoghese “salutare”. Fu, del resto, già nella metà del XV secolo che il re Duarte del Portogallo fece notare quanto singolare fosse un concetto come quello di saudade, e per questo andasse inserito all’interno di una chiara identità nazionale. Nel periodo delle scoperte portoghesi e dei grandi viaggi oltreoceano, la parola saudade si legò strettamente alla figura dei marinai, che, in partenza per terre sconosciute, erano destinati a restare mesi o anni lontani da casa. Un sentimento che è una “doppia nostalgia”, sia per la casa lasciata quando salpavano per il viaggio, sia per il mare, che mancava loro non appena passavano pochi giorni sulla terra ferma.

Un sentimento che non si rivolge solo al passato ma anche al futuro, a un momento in cui ci mancherà quello che sta accadendo ora o che invece avremmo desiderato accadesse e non è mai avvenuto. «La nostalgia di quello che potrebbe essere stato», come definisce la saudade Ferdinando Pessoa, uno dei poeti portoghesi che proprio di questo sentimento ha riempito pagine e pagine delle sue opere. La saudade, del resto, nel XX secolo diede vita a un vero e proprio movimento, il saudosismo, responsabile anche della creazione della saudade come simbolo identitario portoghese. Nato dopo la rivoluzione repubblicana del 1910 che pose fine a una monarchia secolare, il movimento del saudosismo voleva, in qualche modo, ristabilire lo splendore della vita culturale portoghese, liberandolo dalle tante influenze straniere che avevano invece cancellato la vera identità nazionale. Per farlo utilizzò anche alcuni termini, alcune caratteristiche che rendevano unico il popolo portoghese. Tra queste ci fu anche la saudade, così legata a quella nostalgia del mare e della terra dei marinai del periodo coloniale, così facilmente identificabile come segno distintivo di tanti poeti portoghesi (e poi brasiliani) che continuamente parlavano di questa malinconia, nostalgia, di questo ardore, di questo desiderio non appagato, dell’ansia di qualcosa che c’era e non c’è più, che ci sarebbe dovuto essere e non si realizzerà.

 

 

Nata e cresciuta all’interno del mondo lusitano, la saudade resta un termine intraducibile, un sentimento che secondo molti psicologi, come altre emozioni legate ad alcuni idiomi e intraducibili in tutti gli altri, è diventata, nel corso dei secoli, un tratto distintivo di questo popolo, simbolo di un insieme di emozione che definiscono, in modo unico, i popoli portoghesi e brasiliani.

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