Rottamatore swapping 2.0
Ma come parli?

Cocopro, hashtag, inzitellito, rosicone, rottamatore, selfie, shortino, zoccolaggine. Parole da tempo di uso comune in rete, in politica o nella vita di tutti i giorni, vengono ora ufficializzate come lemmi nel Vocabolario della Lingua Italiana Zingarelli 2014. Ce ne sono altre, che indicano piuttosto stili di vita, tendenze.

WWOOF. La porta per vacanze non convenzionali nell’era dell’economia solidale. È l’evoluzione aggiornata di quello che un tempo si chiamava “scambio alla pari”. È acronimo di World Wide Opportunities on Organic Farms: Opportunità in tutto il mondo (di passare un periodo) in Fattorie Bio. È presente in 42 paesi, compresa l’Italia, sparsi in tutti e cinque i continenti. Una rete di 12.000 fattorie biologiche pronte a ospitare gratuitamente i visitatori in cambio di alcune ore di lavoro. Movimento mondiale nato nel 1971 in Inghilterra, quando una segreteria londinese ebbe l’idea di dare la possibilità a persone come lei, che non avevano accesso alla terra, di conoscere il mondo delle fattorie attraverso brevi weekend di scambio lavorativo. Chi è abituato a vivere in città ha modo di scoprire una nuova cultura e un modo di vivere totalmente diverso, imparando a zappare un orto, mungere una mucca o tosare una pecora.

Couchsurfing. Chi, senza alcuna intenzione di lavorare, desidera soltanto viaggiare a costo zero (o quasi), magari conoscendo persone interessanti e vicine per interessi e stili di vita, può contare sul Couchsurfing, il social network sempre più conosciuto anche tra i meno giovani. Mette in contatto tra loro persone di tutto il mondo desiderose di ospitalità gratuita, meglio se arricchita dalla possibilità di avere una guida locale in grado di far conoscere da vicino usi, costumi e luoghi di interesse del posto che si vuole visitare. La parola indica “passare da un divano a un altro”. Avvisa che non si può pretendere un giaciglio da re.

Swapping. I love swapping. Sophie Kinsella (autrice del best seller I love Shopping ) potrebbe scriverci il suo nuovo romanzo. Lo shopping è superato in quanto occasionale: lo swapping, al contrario, è uno stile di vita: ecologico, economico, estetico.
Nato tra gli onnipresenti frequentatori delle feste di Manhattan è pensato da taluni come l’evoluzione del vintage, la passione per le cose vecchie. Non è così, perché gli oggetti accarezzati dal tempo non si comperano: si barattano (swap, in inglese) con altri. Il mercato non fa differenza fra generi merceologici: tutto può essere scambiato con tutto: capi di abbigliamento con opere d’arte, gioielli contro accessori, case con barche.
Da qualche tempo si è sviluppato anche lo scambio immateriale: oggetti contro, che so?, lezioni di merletto, ospitalità in cambio di musica balkanica. Per l’inizio di novembre, Bedandbreakfast.it ha lanciato la «Settimana del baratto». Invece di pagare il soggiorno si possono offrire fotografie, video, aggiornamenti del sito, lavori di manutenzione dell’impianto di riscaldamento, giardinaggio, consulenze legali, psicologiche e di design.  Non si butta via niente.

Cowo di idee. Per trovarsi, per scambiarsi le idee, per pensare, per progettare, per inventare – insomma: per lavorare – c’è bisogno di un covo. Anzi: di un cowo.
Uno Spazio di Schengen ante litteram. Il coworking è come un bosco, una foresta in cui moltissime specie diverse fra loro prosperano, coesistono e si adattano in modo spontaneo, in un ecosistema favorevole alla vita: ognuna rimane indipendente ma è rafforzata dal sistema di relazioni in cui si inserisce. E ancora: il coworking è software, è network, è community, e via inglesizzando.
L’idea originale, narrano le cronache,  venne a un certo Bred Neuberg operante a Los Angeles. Nel 2005 costui «prese un locale all’801 di Minnesota Street, lo riempì di mobili Ikea e disse: “Ecco le postazioni, qui c’è quello che occorre per un ufficio, chi vuole lo può affittare. Questo posto si chiama Hat Factory”». Il nome deriva da un modo di dire: Wherever I Lay My Hat, That’s My Home (dove appendo il cappello, quella è la mia casa).
Fu preso in parola. Anche da noi. Situate, ovviamente, in luoghi precisi, le scrivanie in affitto sono però appetite anche dai sempre più numerosi nomad workers, il popolo dei consulenti a partita Iva abituati a spostarsi da un luogo all’altro del pianeta con tutto il loro mondo racchiuso in un portatile e un trolley. Ancora: gli hub (“snodi di traffico”, tali sono pensate le Hat Factories) permettono agli utenti di essere liberi senza restare isolati: uno dei loro vantaggi consiste proprio nel fatto che vi si può trovare consulenza occasionale offerta da altri coworker, o che vi si possano sviluppare collaborazioni per nuovi business. Una forma di cooperazione spaziale.

Vivere in 2.0. Che il cohousing fosse un strategia di sostenibilità è risaputo, in Danimarca, dagli anni sessanta. Che l’Italia lo abbia ereditato negli anni novanta, intuendone le potenzialità, anche questo è noto. Che possa costituire  un piano strategico adatto ad affrontare positivamente crisi economica e mal di solitudine della terza età, invece, lo si scopre ora. Si tratta di uno strumento per l’approccio sistemico alle nuove forme di socialità, attraverso la costruzione e la realizzazione di comunità residenziali nelle quali i singoli soggetti collaborano, coabitano, condividono e cooperano insieme con un obiettivo comune”. I sostenitori del cohousing creano comunità residenziali in cui vivere spartendosi compiti, servizi e soprattutto tempo: si può decidere di creare un orto comune nel cortile di un palazzo, realizzare una sala comune da adibire a micronido o palestra condominiale, oppure istituire un servizio di bike/car sharing.