Tu, Sanremo, puoi trattarmi male
(un’analisi politicamente scorretta)

I miei genitori, con me, hanno fatto uno splendido lavoro. Mi hanno cresciuto educandomi ai valori che davvero contano. Il rispetto per le cose e le persone, il lavoro che abbinato al sacrificio porta a raggiungere tutti i propri obiettivi, l’amore per la mamma che ti ha messo al mondo, un giusto distacco nei confronti della religione e, ultimo ma non per importanza, il festival di Sanremo.

Sollecitato su tematiche musicali, mi concentrerò sul raccontarvi il mio rapporto con il più grosso e grasso e luccicante e chiacchierato festival della canzone italiana. E nello specifico sul terzetto finito sul podio nell’edizione conclusasi qualche giorno fa.

Guardare la kermesse sanremese era uno di quei riti annuali immancabili per la mia famiglia. Alla stessa stregua della cena della vigilia di Natale, del ferragosto e di poche altre situazioni, la mia famiglia si riuniva e santificava l’occasione. E così ci ritrovavamo adagiati sul sofà a commentare canzoni, ospitate e scalinate da scendere con i tacchi. Era la prima vera occasione che avevo da bambino per andare a letto tardi e per sentirmi improvvisamente cresciuto. Il disegno aveva un suo ulteriore compimento quando mio padre, il giorno dopo la prima serata, tornava da lavoro portando a casa la musicassetta con tutte le canzoni dell’edizione in corso. Una festa, insomma. Una magia che ti entrava in casa e che ti faceva sentire facente parte di un popolo dedito alla buona musica ed al bel canto. Poi ti distrai un attimo e passano vent’anni. Si cresce senza chiedere il permesso a nessuno e si scopre che la musica non è davvero così buona come hai sempre pensato. Che il canto non è così bello, che le classifiche finali non sono così indipendenti dal volere delle major e che basta con ‘sta storia della città dei fiori che dopo un po’ puzzano di morto.

Nonostante questo le abitudini di una vita non cambiano e ci si ritrova per cinque giorni a commentare gente che canta canzoni stonate e che non significano proprio nulla. Sono Ermal Meta e Fabrizio Moro con Non mi avete fatto niente i vincitori della sessantottesima edizione del Festival di Sanremo. Al secondo posto Lo Stato Sociale con Una vita in vacanza, terza Annalisa con Il mondo prima di te. Ecco il podio, con al primo posto i protagonisti dell’unico “caso” (presunto plagio) di questa edizione molto seguita e ben condotta.

 

 

Nel gradino più basso c’è una delle figlie dei talent di questi anni: Annalisa. Brava e bella e giovane e vestita alla moda e con i capelli pettinati tutti così e con le urlate nel microfono che ti insegnano i coach. Il titolo della sua canzone ricorda quello di un pezzo strepitoso di quel gruppo di Pordenone con le mascherine da scheletro che tanto mi ha fatto cantare fino a qualche anno fa (Tre Allegri Ragazzi Morti, la canzone è Il mondo prima, ndr) e il testo è stato scritto anche da quell’Alessandro Raina già voce de I Giardini di Mirò e anima degli Amor Fou. Tutto molto patinato. Tutto molto innocuo. Tutto molto sanremese. Tutto molto passabile per radio che sarà difficile non cercare di cambiare stazione per cercare Fabio Gennari su Radio Sportiva per riconciliarci con le cose belle della vita.

 

 

Saliamo un gradino e troviamo un gruppo che chi lo aveva mai sentito prima del festivalone se non noialtri malati di alternativa musicale. Lo Stato Sociale mica lo conoscevano in molti prima di martedì sera, diciamolo. Per non parlare della faccia che avrà fatto mia madre ad ogni utilizzo della parola «coglioni» sul palco dell’Ariston. Ma alla fine sono arrivati secondi questi cinque ragazzotti figli del nuovo indie italiota, anche se sono quasi tutti convinti che siano i vincitori morali. Gli haters hanno attribuito il successo del gruppo alla strepitosa performance della ballerina di salsa acrobatica Paddy Jones, 83 primavere e invidiabilisssime giunture. Ma io, ad ogni performance avevo paura che potesse improvvisamente succedere l’irrecuperabile e mi alzavo per andare nella stanza di là, percependo solo il ritornello fatto per essere canticchiato. È giusto dire due cose sul loro conto, però. Come prima cosa mi sento di affermare che una canzone sul lavoro, in un momento storico in cui i diritti del lavoro sono stati sistematicamente smantellati, ha un valore enorme. Ma tolto questo, e siamo alla seconda cosa, resta la sensazione amara che il prodotto presumibilmente più in vista della musica alternativa di questa generazione sia di una mediocrità artistica disarmante.

 

 

Passiamo ai vincitori, quindi? Nei giorni scorsi ho già avuto modo di dire quanto la canzone del “MetaMoro“, animale fantastico biteste ma monoplagio, sia stata rubacchiata da un tema di presunto impegno sociale scritto da un bambino delle elementari non troppo dotato. Il pensiero che ho maturato dopo la vittoria di questo componimento tutt’altro che memorabile riguarda il nostro essere un pubblico di maestre elementari imboscate messe lì da uno Stato distratto. Maestrine che magari te lo danno anche un ceffone quando sbagli l’uso di una doppia, ma che soprassiedono sull’importanza di farti crescere come uomo detentore di un pensiero complesso. Io non ho capito di cosa si parlasse in questo testo mediocre, lo giuro. Ma sento puzza di paraculaggine lontano un chilometro.

Non fraintendetemi, amici. Questa cosa di aspettare il festival, guardare il festival e parlare del festival, io la amo. E un anno non potrebbe avere davvero compimento se per caso nessuno scendesse dalla scalinata dell’Ariston cercando di non inciampare. O se il maestro Beppe Vessicchio si tagliasse i baffi. Ti amo Sanremo. Per questo puoi trattarmi così male.

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