«O apro un forno o vado in Africa»
Iniziò così la storia dei Mambretti

Vent’anni di passione per il pane, compiuti nel 2018 appena concluso. Questo ciò che racconta la storia di Stefania Mambretti, che gestisce da due decenni uno dei panifici presenti su viale Duca D’Aosta a Comun Nuovo. Una passione di famiglia, ereditata dal padre Roberto Mambretti. È la titolare a parlarne: «Nel 1998 mi sono distaccata dal panificio in cui tuttora opera mio fratello, a Stezzano. Sono quindi venuta a Comun Nuovo e ci sono rimasta. All’inizio il pane lo produceva mio padre, mentre oggi è Massimiliano – il fratello – a occuparsi del pane che viene poi venduto a Stezzano e a Comun Nuovo». Pane che, sottolinea Stefania, è prodotto ancora con metodi artigianali: «Spesso arrivano delle richieste di carichi enormi, ma preferiamo rimanere artigiani. Questo perché, rispetto al pane industriale, quello artigianale si riconosce per croccantezza e friabilità. E anche nelle forme: quasi tutte sono ancora modellate a mano. L’unico pane “stampato” sono i soffiati e le carote».

Ma come nasce quest’avventura? Per saperlo, bisogna tornare indietro di una generazione: «Mio padre – classe 1940 – ha iniziato a lavorare a tredici anni. Di ritorno dal servizio di leva, disse a mia nonna che sarebbe andato in Africa, da mio zio missionario, se non l’avesse aiutato ad aprire un panificio. La nonna, pur di non fare partire il figlio, lo aiutò. Fu così che papà aprì il primo forno a Bergamo, vicino alle poste di Valtesse. Da lì abbiamo proseguito, spostandoci a Stezzano. Dopo aver lavorato con mio fratello, nel 1998 ho deciso di venire a Comun Nuovo per dare nuova linfa all’attività di famiglia». Bottega che, nel frattempo, ha ricevuto anche tre importanti riconoscimenti: nel 1969 Roberto ha ottenuto un attestato per la partecipazione alla seconda «Mostra nazionale del pane e del grissino»; nel 1987 lo stesso Roberto ha ottenuto un «Diploma di perfetta panificazione» in un’altra esposizione. Infine, il noto conduttore televisivo Davide Mengacci ha conosciuto nel 2016 il panificio durante una sua trasmissione. In questi vent’anni, Stefania si è insediata stabilmente in paese: «Nonostante l’arrivo della grande distribuzione, diciamo che a Comun Nuovo si vive ancora bene. Siamo rimasti una piccola realtà nella quale si preferisce ancora il negozio di paese. Questo, credo, perché ancora oggi si riesce a costruire un rapporto confidenziale con le persone, andando al di là della semplice compravendita. Cosa che, in città, è molto più limitata». Un qualcosa che per Stefania è molto importante: «Oltre che il mio lavoro, questa è per me una passione. Una realtà che vivo con gioia».

E per il futuro? «Io e mio fratello, con lo sguardo sempre vigile di papà, speriamo che i figli di Massimiliano continuino la tradizione di famiglia. Per il 2019, poi, si prevede un cambiamento a Stezzano, con l’attività di mio fratello che cambierà sede. Per i prossimi vent’anni? Si vedrà: sono davvero molti per fare previsioni». Una curiosità: qual è la giornata tipo di Stefania? E quella di Massimiliano che fa il pane? «Io mi alzo alle 6 del mattino, vengo in negozio per le 7.15 o 7.30 e chiudo attorno alle 13. In pausa mangio, ma sbrigo comunque le faccende contabili e alle 16 riapro, fino alle 19. Sto ancora mezz’ora in negozio per sistemare. Poi si riparte. Mio fratello, invece, si sveglia solitamente tra le 22 e le 23. Va in negozio, fa il pane, lo consegna a domicilio e finisce di lavorare tra le 12 e le 13. Questo durante la settimana: il sabato si sveglia alle 21». Una decina di ore al giorno passate in negozio. Una gran fatica, che però non le impedisce di lanciare un messaggio a chiunque voglia intraprendere questa carriera: «Bisogna avere una grandissima passione, curare molto il lavoro e non farsi abbattere dalla fatica delle ore, dal fatto che anche ammalati si debba lavorare. Credo che le cose più importanti siano due: passione e qualità». Una storia confermata dallo stesso Roberto, che aggiunge: «Sono davvero contento che i miei figli abbiamo continuato l’attività di famiglia. Questo vuol dire non stare mai fermo anche per me, perché do ancora una mano quando posso. Si tratta di un mestiere duro, che non va fatto senza passione». E la passione sembra di casa per la famiglia Mambretti.

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