L’eroe enologico della Valcalepio

Potremmo dire che Alessandro Sala è un visionario. Questa definizione, però, è forse riduttiva per descrivere il lavoro che sta facendo in un territorio da tempo immobile come la Valcalepio. Sarebbe meglio dire, dunque, che Alessandro Sala è una sorta di eroe enologico, perché è riuscito in un’impresa che praticamente nessuno si aspettava più: fare qualcosa di totalmente nuovo e allo stesso tempo buono.

 

 

La sua azienda si chiama Nove Lune, si trova a Cenate Sopra e finora è stata commercializzata solo un’annata, la prima vendemmia, ma il giudizio è unanime: i risultati sono veramente sbalorditivi. Il nostro viticoltore ed enologo (che di mestiere, fino a qualche anno fa, faceva tutt’altro, e questo è importante dirlo), ha sempre coltivato la sua passione per il vino con un’impostazione fermamente legata a un tipo di viticoltura ecosostenibile, pulita e quanto più possibile naturale. Questo atteggiamento ha indirizzato negli anni le sue prove verso i cosiddetti PIWI, ovvero alcune varietà di vitigni ottenuti incrociando viti europee con viti americane e asiatiche. Nessuna complicazione ogm, però, né niente di lontanamente simile. Qui l’ingegneria genetica non c’entra nulla: si tratta solo di naturali fenomeno botanici che però sono osservati e indirizzati in un senso ben preciso. Il risultato sono piantine con ottime qualità genetiche per quanto riguarda lo sviluppo di profumi e sapori nel vino, e con in più la capacità di essere particolarmente resistenti alle malattie, il che oggi è importante. Talmente resistenti che con una buona pratica in vigna, i trattamenti richiesti durante l’anno potrebbero essere addirittura azzerati, con tutto ciò che ne consegue.

Queste coltivazioni sono molto presenti in Trentino e piano piano stanno interessando anche porzioni importanti del vigneto del resto del Nord Italia. A Bergamo sono quasi sicuramente i primi impianti che hanno portato a bottiglie commercializzate e a questo primato si aggiungono poi delle pratiche di cantina di un rigore assoluto ma non slegate da un certo slancio creativo. Non capita spesso di sentire infatti di vini a lunga macerazione, e meno che mai in anfora. Sì, avete capito bene. È lecito pensare che insieme ai PIWI, anche le anfore siano state introdotte nella produzione, in questo territorio, da Alessandro, che le usa per ottenere un prodotto inimmaginabile per Bergamo: il Rukh. Le uve sono Bronner e Johanniter e il risultato è un vino aranciato, dal profumo pulitissimo ed elegante che spazia dalle note agrumate a numerosi sentori balsamici e speziati. Un vino da bere assolutamente, tanto che la prima produzione è già andata tutta consumata. Molto più canonico è il 310, un bianco fresco e dalla spiccata sapidità, mentre il Theia è un passito che stupisce per la lontananza dalla stucchevolezza molto spesso comune dei vini dolci.

 

 

Un’azienda fuori dagli schemi, dal coraggio e dalla lungimiranza squassante per il discorso vitivinicolo locale: che la situazione generale sia stagnante e dal livello qualitativo non troppo entusiasmante in confronto al panorama nazionale è un segreto di pulcinella. Quello che sta succedendo in questa azienda, forse è fin troppo avanguardistico. Non chiediamo tanto. Ma ci si augura che possa essere d’ispirazione per tutti.

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