L’esilarante descrizione del dialetto
bergamasco firmata da Guareschi

In un’atmosfera intima, riservata a pochi appassionati, addolcita dalle melodie della chitarra di Giacomo Parimbelli e dalle voci di Katia Cassella e di Virginio Zambelli, sono stati letti alcuni scritti di personaggi illustri della cultura relativi a Bergamo. Nella sala del refettorio del monastero di Astino, domenica 4 agosto, è riaffiorata la memoria del «paese degli Arlecchini» (la nostra città era così chiamata da Goldoni), con il suo paesaggio, i suoi abitanti e la sua cultura. In ogni epoca in cui Bergamo viene descritta dai grandi e la costante è la meraviglia. Foscolo «si sentiva rivivere» vedendo il paesaggio bergamasco, Ermes di Colloredo lo paragona a quello della Toscana meridionale e afferma che la piazza con le sue vetrine e i caffè appare un gioiello, reso ancora più prezioso dall’oscurità e dal mistero che tutta la città gli trasmette.

Due però, in particolare, sono stati gli aspetti che, nel susseguirsi delle letture, hanno attirato l’attenzione: il carattere, il portamento dei bergamaschi e il loro dialetto. Già nel 1517 le «gagliarde spalle dei facchini» bergamaschi, la loro «implacabile fame di formaggio» e la colorita esclamazione «porco càn» sono note grazie a Teofilo Folengo, il quale annota che tutto ciò ha più effetto di cento chiacchiere in fiorentino. D’Annunzio descrive la città di Bergamo come «geniale, operosa e fatta sempre più capace grazie al suo popolo che conosce la disciplina». Vittorio Rossi, scrittore e giornalista ligure, si lancia addirittura in una vera e propria dichiarazione d’amore a Bergamo e ai bergamaschi, nei quali ritrova tutta la virilità della razza umana.

 

 

Purtroppo non tutti ebbero la stessa impressione. Foscolo, nonostante la lode al paesaggio, criticò le donne bergamasche affermando che potevano anche indossare abiti parigini, ma non avrebbero mai avuto il portamento e la classe delle milanesi. La critica più curiosa e divertente è arrivata però da Guareschi trattando il tema del dialetto. Vale la pena riportarla. «Da Lovere faccio rotta verso Bergamo costeggiando il piccolo lago di Endine, poi, a un bel momento, chiedo l’ora a uno che passa sul barroccio. L’uomo ferma il cavallo, cava l’orologio, lo consulta, spalanca la bocca, emette una buona quantità di fiato e termina con una serie di “hhaà, hheè, hhiì, hhoò, hhuù”. […] Per chi lo ascolti per la prima volta, il dialetto bergamasco si compone esclusivamente delle cinque vocali. Per somma sfortuna, l’uomo del contado bergamasco porta nascoste le cinque vocali nei polmoni: quando deve pronunciarne una è obbligato a espellere con forza l’aria dai polmoni in modo che la vocale, trascinata dalla corrente, gli arrivi fino alla gola. L’uomo allora blocca di colpo la vocale e la fa scattare un paio di volte. Poi ne va a pescare un’altra, un’altra ancora, e così via. Più che altro si ha l’idea di colpi di tosse fonetici con esclusione assoluta di ogni consonante. Davanti a quella torre di vocali non mi resta che ringraziare e proseguire. Quando incontro un vecchio fermo sul ciglio della strada, smonto dalla bicicletta e, dopo aver salutato correttamente, riprovo: “Hhaà, hhiì, hhuù, hheè?”, chiedo sorridendo. “Hhoò, hheè, hhiì, hheè”, risponde cortese il vecchio. E mi porge la scatola dei cerini. Più oltre interpello una donna ferma davanti alla porta di casa: “Hheè, hheè, hhaà?”. La donna sorride, entra in cucina e, di lì a poco, esce e mi offre un bel bicchiere d’acqua fresca. È meglio non insistere: avendo gridato “Hheè, hhoò” a un giovanotto fermo a un crocicchio, mi è stato risposto con un urlaccio e un gesto poco promettente. Bisogna partire, e alla svelta».

Metà del pubblico presente ad Astino ha sorriso, lasciando perplessa l’altra metà, forse risentita. E che ha prontamente risposto con un «A l’capès negòt».

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