Le 10 frasi più dette in assoluto
dalle madri bergamasche

L’atteggiamento morbido e conciliante nei confronti dei figli è una conquista relativamente recente. Un paio di generazioni fa, pochi ma ferrei principi venivano trasmessi dai genitori con una decisione e una fermezza che, con il giudizio di oggi, verrebbero con ogni probabilità mal interpretate. La verità è che la nostra lingua non si presta a finezze pedagogiche, e a volte sembra che la quieta esortazione sia in realtà un ordine indiscutibile. C’è da dire che all’epoca era raro assistere a una replica costruttiva della prole. Forse perché non era proprio contemplata.

 

1) Tö mia fò ol dé per la nòcc
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Consiglio spassionato offerto al figlio o alla figlia che rientra molto tardi. L’espressione ha origine nell’infanzia, e si applica quando l’infante trova divertente dedicare al gioco e alla relazione con la madre le ore notturne, riposandosi delle fatiche durante il giorno. [Trad. Non scambiare il giorno per la notte]

 

2) Smètela de menà ‘l mat

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Frase impiegata nelle delicate fasi preadolescenziale e adolescenziale, in cui i ragazzi assumono a volte atteggiamenti scostanti e antagonistici nei confronti dei genitori. Se detta dalla madre, prevedeva il finale «gh’el dìghe al tò pàder» (lo dico a tuo padre). [Trad. Smettila di fare il matto]

 

3) Á mia fò bióta!
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Esortazione accorata alla figlia che si accinge a uscire abbigliata in modo sconveniente. Già utilizzata al tempo in cui la parte scoperta era la caviglia, ha accompagnato quasi tutta l’anatomia umana, dal polpaccio all’ombelico. Oggi può essere usata anche alla lettera. [Trad. Non uscire nuda!]

 

4) Tira mia a la dé di regò
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Prezioso suggerimento alla figlia in età da marito o al figlio che si apre al mondo delle amicizie. In questo caso il genitore intende mettere in guardia la progenie, suggerendo che la possibilità di incontrare persone sbagliate, per censo o attitudine al lavoro, è statisticamente molto elevata. [Trad. Non portar qui dei casini]

 

5) Mèt sö ‘l gulfì
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Inossidabile raccomandazione salutistica che ha attraversato indenne le generazioni. Come risultato, ancora oggi Bergamo è la provincia italiana che presenta la maggior concentrazione di maglioncini portati sotto la giacca. [Trad. Mettiti il golfino]

 

6) A che i ta ria
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Minaccia temibile di rappresaglie fisiche. I genitori bergamaschi pensavano ingenuamente che una sculacciata o uno scapaccione fossero metodi educativi ammissibili. Molti ricordano a questo proposito la micidiale precisione delle madri nel lancio delle ciabatte. [Trad. Guarda che le prendi!]

 

7) L’è mèi fa ‘nvidia che pietà
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Lapidario motto che tende a instradare i figli verso un percorso retto e virtuoso sì, ma anche attento agli aspetti più prosaicamente economici dell’esistenza. Osservando il nostro reddito pro capite, si direbbe che l’indicazione sia stata accolta. [Trad. È meglio fare invidia che pietà]

 

8) Fam mia dientà bretì/bretìna
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Benevolo tentativo di evitare un’arrabbiatura incipiente. La frase conciliatrice viene pronunciata quando il comportamento dei figli sta arrivando al livello di guardia. Se non ascoltata, spesso dà il via a situazioni sgradevoli. [Trad. Non farmi arrabbiare]

 

9) Smórsa chèla tiòrbola
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Altro imperativo sempreverde, che ha accompagnato l’evoluzione della tecnologia. Tiòrbola è stata la radio, poi la TV, il mangianastri, lo stereo, il lettore CD, per finire con lo smartphone. L’espressione è scarsamente utilizzata dopo l’introduzione delle cuffiette. [Trad. Spegni quell’aggeggio]

 

10) Fa mia ‘l bambo
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In quattro parole, la sintesi di un’educazione sentimentale, morale e materiale. Serietà nella scelta del compagno o della compagna, rettitudine nel comportamento, rigore calvinistico nel lavoro. Perché il bergamasco è buono e bravo, ma “l’è mia bambo”. [Trad. Non fare lo scemo]