10 frasi liberatorie in bergamasco
sul lato B e annessi e connessi

Nella nostra cultura c’è un afflato scatologico che scorre attraverso tutto il corpo della tradizione, per venire periodicamente alla luce con un’esplosione liberatoria. Per evitare qualsiasi sospetto di trivialità abbiamo scrupolosamente indagato, rintracciando le espressioni più rivelatrici negli austeri vocabolari di Antonio Tiraboschi e Stefano Zappettini. Buona lettura, e absit iniuria verbis.

 

Quando la merda la mónta ‘n scagn
o che la spössa o che la fa dagn

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“Non è superbia alla superbia uguale, d’uom basso e vil che in alto stato sale”, parafrasa lo Zappettini. L’erudito Tiraboschi cita invece Claudiano: “Asperius nihil est humili cum surgit in altum”. Noi riteniamo la versione orobica più pregnante. [Trad: quando la merda monta sul trono o puzza o fa danni]

 

Tö ‘l büs del cül per ona piaga

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Stavolta lo Zappettini propone una metafora ittica: “Pigliar un granchio per un pesce”. Noi diremmo forse “Prendere lucciole per lanterne”. Se applicata al campo medico, il detto assume risvolti inquietanti. [Trad: scambiare il buco del sedere con una piaga]

 

Va a cagà ‘n di ürtighe

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L’invito, di per se stesso perentorio, diventa ancora più pungente nella nostra lingua. Il valore aggiunto deriva dalla contestualizzazione dell’atto invocato. [Trad: vai a cagare nelle ortiche]

 

Làssem la mé erba, che t’ l’ lasse la tò merda

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Un detto che vanta la superiorità della pratica agricola del sovescio, che consiste nell’interramento di vegetali per aumentare la fertilità del terreno, nei confronti dello spargimento di letame. [Trad: lasciami la mia erba che ti lascio la tua merda]

 

Mossà ‘l cül

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“Cader la maschera, cioè divenir palese ciò che si avrebbe voluto tener celato”. Non ci sentiamo di aggiungere nulla all’eccellente definizione di Antonio Tiraboschi, che ha argutamente spostato il focus del discorso agli antipodi fisici. [Trad: mostrare il culo]

 

Merdù

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“Si dice per persona grassa e lenta nell’operare” sostiene il Tiraboschi. Stavolta la sua definizione non ci convince appieno, perché troviamo che il lemma abbia applicazioni più vaste, meno specificamente legate alla taglia e alla velocità di azione. [Trad: cagone]

 

Dà öna pesada ‘n del cül a ergù

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Al di là del banale significato letterale, il Tiraboschi ben ne individua il senso metaforico: “licenziare da un ufficio con modo brusco e risentito”. Noi siamo, come al solito, un po’ più espliciti. [Trad: dare un calcio nel posteriore a qualcuno]

 

Fa i laùr col cül

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“Operare, o far le cose col maglio, alla peggio, a casaccio, colle gomita — malamente” chiosa lo Zappettini. E per un begamasco, è in verità colpa assai grave. [Trad: far le cose con il sedere]

 

Me ‘n vé gna per ól cül

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Secondo l’ottimo Zappettini, significa: “Non istimare, о non apprezzare uno, disprezzarlo”. Si dice anche riferito a oggetti o azioni tenuti in poco o nullo conto. [Trad: non mi viene neanche per il didietro]

 

Iga i gri ‘n del cül chi fa ostaréa

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Immagine di straordinaria potenza espressiva, fa percepire, e colloca anatomicamente, il fremito che ci pervade quando ci capita di “aver il cuore nello zucchero, essere о stare in gioia”. La definizione è dello Zappettini. [Trad: hanno i grilli nel culo che fanno osteria]

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