I 10 tesori più preziosi e poco noti
custoditi nella Biblioteca Mai

Ci sono libri che valgono milioni di euro. Ci sono libri che contengono opere d’arte uniche, che nello spazio di una lettera contengono un mondo, sono la miniatura di un dipinto. Alcuni di questi capolavori fanno parte del patrimonio inestimabile della nostra biblioteca Angelo Mai. Non tutti lo sanno. Osservarli, ammirarli, significa incontrare idee, modi di pensare, sensibilità, spiritualità di epoche lontane. Miniature che stanno in una semplice lettera e che, talvolta, valgono anche più di un dipinto. Re, regine, cavalli, popolani, immagini sacre, Gesù, i santi, gli alberi, il paesaggio, il deserto, la Natività… Un mondo in pochi centimetri. Libri del secolo XI, XII, via via fino al XVI. Scritti e dipinti a mano da artigiani e artisti mirabili. Ma anche stampati, come gli incunaboli: furono i primi libri a stampa che tuttavia mantenevano la tradizione del volume vergato dagli amanuensi e quindi le decorazioni, le lettere miniate.

Dice Giovanni Valagussa, scopritore del Mantegna della Carrara, storico dell’arte ed esperto di Medioevo: «C’erano artisti che si impegnavano nella scrittura dei libri, nella decorazione, nel dipingere le lettere capitali, che erano vere opere d’arte. L’iconografia, cioè il modo di rappresentare le figure, la realtà, spesso partiva dalle lettere dei libri per passare poi agli affreschi e ai dipinti. Questo avveniva in particolare nel XII e XIII secolo. È sorprendente confrontare figure umane dipinte nelle miniature con quelle degli affreschi del XII secolo: si verifica un’evoluzione che procede di pari passo tra pittura e miniatura». Molti di questi capolavori sono custoditi nella nostra biblioteca Angelo Mai, che non è soltanto un deposito di libri, un luogo della cultura e del pensiero: è un posto di meraviglie. Che la Mai custodisce dalla sua nascita, ai primi dell’Ottocento, patrimonio proveniente da raccolte private, a cominciare da quella del cardinale Furietti, e dai conventi soppressi. Questa ricchezza è stata per decenni e decenni custodita gelosamente, ma poco conosciuta dagli stessi addetti ai lavori. Fu soltanto verso la fine degli Anni Settanta del Novecento, mezzo secolo fa, che venne avviato il lavoro di ricerca sistematica e catalogazione dei fondi. Dice la direttrice della biblioteca, Elisabetta Manca: «Si avvertì in quegli anni, l’esigenza di esplorare e verificare il patrimonio di manoscritti e di codici miniati della biblioteca per controllarne l’integrità, sia dal punto di vista della quantità dei volumi, sia da quello dello stato di conservazione; si sentì anche il bisogno di rendere nota agli studiosi l’esistenza stessa di questa ricchezza di cui, all’esterno della Mai, nel mondo, si sapeva ben poco». I libri di grande valore sono decine, vengono ammirati e studiati da ricercatori provenienti da molti Paesi stranieri. Abbiamo chiesto a Elisabetta Manca di indicarcene dieci, quelli che forse sono i più preziosi, anche se l’elenco potrebbe essere ben più lungo.

 

Al primo posto…

Dice la responsabile della biblioteca: «Non è facile scegliere. Però al primo posto porrei il Taccuino di Giovannino de Grassi. Era un semplice taccuino, come dice il nome, cioè non aveva un intento artistico, era un insieme di figure, di persone, di fiori, di animali. In pratica era un repertorio che poi poteva venire utilizzato dai pittori, tramandato dalla bottega. Era utilissimo anche per i miniaturisti; nel libretto ci sono per esempio le lettere dell’alfabeto composte da figure umane che si intrecciano, icone religiose, animali e creature inventate dalla fantasia gotica. Durante il restauro del 1997 ci si accorse di un particolare dell’alfabeto, completamente forato, in maniera da venire riportato su altre pergamene, attraverso la trasposizione in spolvero. Il Giovannino ci viene chiesto in prestito spesso. L’ultima volta lo mandammo alla mostra sui Visconti e gli Sforza a Palazzo Reale, nel 2015. Venne assicurato per due milioni di euro».

 

Al secondo posto…

Il Taccuino di Giovannino è un librino, difficile sospettarne un tale valore. Al secondo posto, Elisabetta Manca pone l’Offiziolo di Valentina Visconti che contiene le miniature di tutta la Passione di Cristo. Dice la direttrice: «Venne redatto nel Trecento, ad Avignone, durante la presenza dei papi. Non sappiamo come sia arrivato fin nella nostra biblioteca, da quale raccolta provenga; certo, quando Bartolomeo Secco Suardo nel 1830 fece il primo catalogo della nostra biblioteca lo inserì e annotò “codice di inenarrabile bellezza”. Di questo taccuino ha parlato, in una recente conferenza alla Mai, Emanuela Daffra, direttrice di un settore dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze (e già direttrice della Carrara, per un solo anno); la studiosa sottolineò la forza delle immagini della Passione di Cristo, al punto da divenirne spettatori, partecipi.

 

Al terzo posto…

Al terzo posto si può collocare la prima edizione, manoscritta nel 1476, della Vita di Bartolomeo Colleoni di Antonio Cornazzano, scrittore umanista che aveva trovato ospitalità alla corte del condottiero bergamasco. Dice la responsabile della Mai che il codice è ornato da splendide illustrazioni «attribuite a Giovanni Pietro Birago. La legatura è di seta rossa, con ricami in rilievo con fili di seta oro e argento; il codice (prezioso anche per comprendere la vita delle corti dell’epoca) appartenne fin dall’origine al Comune di Bergamo. Nel volume si trova anche una magnifica miniatura di Bartolomeo Colleoni a cavallo, inquadrato in un arco rinascimentale e con un paesaggio fatto da una rupe, prati, alberi, corsi d’acqua; il volto è realistico, con rughe attorno agli occhi e capelli grigi».

 

Gli altri capolavori

Altro capolavoro è il Codice Suardi, copiato da tale Antonio Guardi nel 1492; si tratta di un codice povero, scritto su semplice carta, in volgare italiano, elemento che attesta la diffusione dell’italiano volgare nella parte settentrionale della penisola; ci sono disegni e raffigurazioni, ben 224, a penna e acquarello; si raccontano leggende, laudi, monologhi, dialoghi, ricette, storie di cavalieri; fra le altre anche la storie della riconquista dell’ultimo lembo di Spagna da parte di Ferdinando II di Aragona. Anche per questa ragione, il volume nel 2015 è andato a Saragozza per una grande mostra dedicata a Ferdinando II. Il valore di assicurazione di questo codice è stato di 700 mila euro.

Al quinto posto Maria Elisabetta Manca indica l’erbario figurato di Antonio Guarnerino da Padova, un volume composto da centoventi carte, distinte in due parti, nella prima si leggono due testi di argomento botanico; nella seconda parte sono raffigurate a piena pagina 152 piante, con nomi e note che spiegano le loro virtù terapeutiche; le immagini sono state disegnate nel 1441. È evidente il valore di quest’opera, firmata da Guarnerino: rappresenta una delle primissime testimonianze di un’evoluzione verso una scienza moderna, le piante sono raffigurate in maniera realista, ci si allontana dal simbolismo astratto tipico del medioevo. Le piante sembra che siano state dipinte dal vero. Questo codice ha un valore difficilmente quantificabile.

Passiamo al capolavoro successivo, la Biblia tradotta dall’ebraico in “lingua toscana” da Antonio Brucioli, umanista fiorentino, risalente al 1532. Brucioli aveva imparato l’ebraico, sembra tuttavia che almeno parte del testo derivi dalla traduzione di Sante Pagnini, che pure era stato maestro di Brucioli. Il volume attualmente è in mostra a Macerata per la rassegna: “Lorenzo Lotto. Il richiamo delle Marche”. Questa Bibbia venne pubblicata a Venezia nel 1532; Brucioli era uno studioso bandito da Firenze per l’accusa di luteranesimo. La sua traduzione venne messa all’indice nel 1559; fu la Bibbia più letta fino alla versione del 1607 di Giovanni Diodati. L’esemplare conservato alla Mai è di enorme valore anche perché risulta conservato perfettamente e in maniera integrale. Aveva annotato Orazio Bravi, già direttore della Mai: «Esemplari conservati in altre biblioteche o mancano del frontespizio o dell’introduzione o delle xilografie, di evidente satira antipapista, che compaiono nell’Apocalisse». Questa Bibbia si trova alla mostra di Macerata perché il frontespizio venne disegnato da Lorenzo Lotto.

In questa ideale “top ten” dei capolavori della Mai, il Codice detto dell’Ovidio Moralizzato che attualmente si trova alle Scuderie del Quirinale dove si svolge una mostra sull’autore delle Metamorfosi (il libro è assicurato per un milione di euro). Altro libro importante è il Codice Bressani, che a febbraio volerà a New York per la grande mostra sul pittore bergamasco Moroni; nel volume si trovano prose e poesie in italiano, latino e bergamasco, è ritenuto di grande valore dal punto di vista culturale, in particolare linguistico. Un capitolo a parte meriterebbero gli antichi Corali miniati riguardanti in particolare musica polifonica rinascimentale (due di questi si trovano attualmente in esposizione in Santa Maria Maggiore).

Finiamo questa raccolta di capolavori con il Rotolo di Ester, episodio biblico dove si racconta di una fanciulla ebrea che, ai tempi del re persiano Assuero, riuscì a sventare il complotto che un malvagio ministro aveva organizzato per sterminare il popolo ebraico. Il rotolo custodito in biblioteca è formato da tre fogli di pergamena cuciti insieme; il testo è diviso in dieci riquadri di due colonne ciascuno; la scrittura è molto elegante, databile verso fine del XVII secolo; al margine superiore e inferiore corrono le vignette che rappresentano la vita di Ester, in sintonia con il testo. Sono state individuate tre mani diverse che si sono cimentate con la decorazione in una bottega di produzione che con ogni probabilità si trovava a Venezia.

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