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6 bergamaschi che han scritto
un pezzo di storia della musica

Quanti e quante sono gli eccellenti bergamaschi, distintisi lungo i secoli, dal Medioevo ad oggi, nel campo delle arti, delle lettere e delle scienze. Sarebbe arduo e alquanto impossibile nominarli tutti, quindi si è operata una scelta, legata semplicemente alla loro popolarità e al contributo dato alla fama e alla conoscenza della nostra città nel mondo. E che gli altri non ce ne vogliano, passati e presenti!

 

Gaetano Donizetti, compositore

(Bergamo, 1797 – 1848)

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Nato nelle povere e umide cantine di Borgo Canale in Città Alta, ebbe la fortuna di divenire l’allievo prediletto del bavarese Johan Simon Mayr, maestro di cappella della Basilica di Santa Maria Maggiore di Bergamo e insegnante alla scuola di musica della Misericordia. Compose a soli 18 anni il Pigmalione, opera lirica in un atto, mentre a 21 anni l’Enrico di Borgogna, rappresentato al Teatro San Luca di Venezia, e a 25 la Zoraide di Granata, andata in scena all’Argentina di Roma, ma la vera affermazione giunse con L’ajo nell’imbarazzo, rappresentata al Teatro Valle di Roma nel 1824. Nel 1825 divenne il maestro di cappella a Palermo e da questo momento fu un susseguirsi continuo di composizioni e rappresentazioni nei maggiori teatri delle città italiane ed europee, con repliche che in alcuni casi raggiunsero il numero di 50: da Napoli a Roma, da Vienna a Berlino. Tra le opere di maggior successo è da annoverare l’Anna Bolena, composta durante il suo rientro a Bergamo, ospite nella villa sul Lario dell’amica Giuditta Pasta, mentre nel 1833 fu la volta della Lucrezia Borgia, messa in scena a Teatro della Scala di Milano grazie alla dotazione di strumenti d’orchestra secondo criteri moderni. Rientrato a Napoli fu nominato dal re maestro di contrappunto, gli furono trasmesse le insegne della Legion d’Onore e compose strumentò in poco più di un mese la Lucia di Lammermoor.

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Il Teatro Donizetti di Bergamo.

Ma a partire dal 1837 iniziarono le sue sventure: il terzo parto infelice della moglie, culminato nella morte della giovanissima consorte Virginia Vasselli, romana sorella di un carissimo amico del compositore, lo fecero cadere in una profonda depressione. A questo si aggiunse il mancato affidamento della direzione del conservatorio partenopeo di musica da parte del re, che lo portò a rassegnare le dimissioni e a iniziare a viaggiare tra Parigi, Roma e Milano, dove conobbe Giuseppe Verdi, fino a Vienna, dove fu ricevuto dal principe di Metternich e nominato Kammerkapellmeister dall’Imperatore, incarico già ricoperto a suo tempo da Mozart. Nella capitale austroungarica si trattenne fino al 1845, angustiato dai primi sintomi della malattia che lo avrebbe portato alla tomba e sofferente per il clima e la solitudine, per poi portarsi a Parigi, dove i dolori alla testa e le febbri nervose, dovute ad un’affezione cerebrospinale, lo fecero ricoverare con l’inganno a Ivry in una casa di cura per alienati mentali.

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Il Museo Donizettiano, recentemente rinnovato.

Fu la fine, quella vera, dato che dopo due anni di internamento, da cui ne uscì invalido, rientrò non dopo poche difficoltà a Bergamo, completamente incapace di intendere e di volere. Fu ospitato nel palazzo dei nobili Basoni Scotti in Bergamo Alta, ma a nulla valsero le amorevoli cure della Baronessa Scotti e della figlia: Gaetano si spense l’8 aprile del 1848. I resti mortali, esumati nel 1875 dal cimitero di Valtesse, riposano ora nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Bergamo gli rende omaggio con un itinerario, turistico e culturale, che dalla casa natale conduce ai luoghi dello studio, in cui è stato allestito un museo recentemente rivisitato, fino a concludersi tra il palazzo dei conti Scotti e la Basilica di Santa Maria Maggiore. Senza dimenticare il teatro a lui intitolato.

 

Giovanni Battista Rubini, tenore

(Romano Lombardo, 1794 – 1854)

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La sua fortuna iniziò con le esibizioni durante le funzioni religiose, coadiuvato dal padre e da un sacerdote, che lo portarono a cantare in piccoli teatri, finchè nel 1814 esordì al Teatro San Moisè di Venezia con L’Italiana in Algeri del maestro Rossini. Nel 1815 era a Napoli dove seguì le lezioni di canto con il tenore Nozzari e questo gli permise di raggiungere il sol sovracuto e di affrontare nelle esibizioni sia le parti di grazia che quelle di forza: da qui la sua carriera strepitosa, proprio per la particolare voce e per la sua limpida tonalità, che lo fece contraddistinguere ed emergere, fino a renderlo unico fra tanti sui maggiori palcoscenici europei, calcati dalla Russia alla Spagna.

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Il Museo Rubini, a Romano Lombardo.

L’apice lo raggiunse nel 1842, quando compì una serie di concerti in tutta Europa accompagnato al pianoforte dal grande Franz Liszt. Definito “Il Re dei Tenori”, tanto che diversi compositori scrissero appositamente per lui: da Vincenzo Bellini con Il Pirata, La Sonnambula e I Puritani, che trionfarono rispettivamente alla Scala nel 1827 e a Parigi nel 1835, fino a Donizetti con l’Anna Bolena e a Pacini con la Niobe. Concluse la sua carriera nel 1847 e ricchissimo si ritirò nella sua Romano, dove si dedicò ad opere di beneficenza oltre che a comporre opere musicali e didattiche. Nella sua località natia è stato allestito un museo entro la sua stupenda residenza neoclassica in cui è possibile ammirare i suoi cimeli.

 

Alfredo Carlo Piatti, violoncellista

(Bergamo, 1822 – Crocette di Mozzo, 1901)

Figlio di un violinista residente in Borgo Canale, località a quanto pare generosa e proficua per la generazione di talenti in campo musicale (vedi Gaetano Donizetti), a cinque anni fu affidato all’insegnamento dello zio violoncellista, Gaetano Zanetti, che ne fece un enfant prodige. Frequentò il conservatorio di Milano e si diplomò suonando una sua composizione, che invitò i docenti estasiati a regalargli lo strumento con il quale aveva sostenuto l’esame. Ebbe difficoltà ad affermarsi in Italia, mentre a Monaco di Baviera fu ben accolto dal grande Franz Listz, che decise di tenere un concerto con lui in un duo.

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La Sala Piatti, in via Arena.

Da qui la sua consacrazione, che vide il violoncellista conteso dai salotti, dai teatri e dalle sale da concerto più importanti d’Europa: da Budapest a Vienna, da Parigi a Pietroburgo, sempre accolto da consensi entusiastici ed esilaranti. Nel 1844 a Londra si esibì in una sonata di Mendelsshon alla presenza dell’autore e fu chiamato a sovrintendere al liceo musicale della città, dove tenne concerti memorabili e fu salutato come il più grande violoncellista del suo secolo. Al culmine della carriera tenne a Milano un concerto alla presenza di Verdi, ma poi si stabilì dapprima a Cadenabbia e poi soggiornò spesso a Villa Lochis alle Crocette di Mozzo, dove riposa a fianco della figlia. Il Conservatorio di Bergamo, quando ancora aveva sede in Via Arena nella Domus Magna della MIA di Bergamo, gli ha dedicato la Sala dei concerti, accessibile da Via San Salvatore.

 

Gianandrea Gavazzeni, direttore d’orchestra

(Bergamo, 1909 – 1996)

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Si forma al conservatorio romano di Santa Cecilia e al “Verdi” di Milano, per poi diplomarsi in pianoforte nel 1929. Già nel 1933 debutta come direttore d’orchestra all’Eiar di Torino, inizio di una sfolgorante carriera che lo porterà sui podi dei più prestigiosi teatri del mondo, tra cui la Scala di Milano: qui fu direttore artistico e diresse una novantina di opere liriche. Uomo molto colto e dotato di una singolare vena letteraria – coltivata anche grazie alle amicizie con musicisti del calibro di Goffredo Petrassi, di uomini di cultura come Alberto Mondadori – scrisse sui più grandi compositori di tutti i tempi: Donizetti, Bellini, Verdi, Puccini, Pizzetti, Beethoven, Mussorgskij e Wagner.

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La Biblioteca Gavazzeni, in piazza Mercato delle Scarpe.

Fu protagonista della renaissance donizettiana e riesumò coraggiosamente spartiti dimenticati di opere italiane della tradizione romantica e verista. Risedeva in Via Porta Dipinta in Bergamo Alta e per questo motivo gli è stata intitolata la Biblioteca rionale del centro storico, quella ubicata tra Via Rocca in Piazza Mercato delle Scarpe. Voci e sussurri sostengono che un giorno riposerà in Basilica e che il suo monumento funebri sarà collocato tra quelli di Johann Simon Mayr e di Gaetano Donizetti.

 

Angelina Ortolani, soprano

(Bergamo, 1834 – Ardenza, 1913)

Originaria di Almenno San Bartolomeo, gestiva a Bergamo con la famiglia un’osteria, ma la sua fortuna fu quella di venire presentata poco più che sedicenne al maestro Donizetti, in quanto molto intonata e dotata di una voce limpida e gradevole. Da qui l’apprezzamento del maestro e l’affido al maestro Forini per l’apprendimento del canto, che la portarono a completare gli studi presso il conservatorio di Milano. Esordì nel 1853 al Teatro Sociale di Bergamo nella Parisina di Donizetti, ottenendo il plauso entusiasta della folla. Partecipò ad altre cinque stagioni d’opera del Teatro Sociale e dal 1856 al 1858 si esibì in alcuni concerti per il pubblico dell’Unione Filarmonica di Bergamo. Cominciarono quindi a fioccare richieste d’Oltralpe, così che nel 1856 cantò a Madrid e nel 1857 a Londra, ma l’idillio personale e professionale lo visse ancora in Italia, quando si esibì al Teatro alla Scala di Milano e al Regio di Torino nel 1860 insieme al marito, il tenore Mario Tiberini. Seguirono poi il San Carlo di Napoli, il Covent Garden di Londra nel 1861 e l’Opera di Stato di Vienna nel 1863 e successivamente esibizioni in teatri spagnoli e russi. Abbandonò gradualmente i palcoscenici per prestare la sua assistenza al consorte, colpito da una malattia mentale, e ritiratasi definitivamente dalle scene alla sua morte, accettò di cantare al Teatro Sociale di Bergamo: in questo modo contribuì a salvarne una stagione, che rischiava di chiudere in anticipo i battenti. Una targa che ne ricorda i fasti è posizionata all’inizio di Via Giovanni Battista Moroni in Bergamo Bassa.

 

Bindo Missiroli, critico e direttore teatrale

(Parabiago, 1899 – Santa Margherita Ligure, 1990)

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Bindo Missiroli è il secondo da sinistra.

Giunse a Bergamo con la famiglia nel 1913 e, nonostante la formazione da ragioniere e agente assicurativo svolta per quasi trent’anni, dopo essersi diplomato in composizione e in direzione d’orchestra al Conservatorio “Claudio Monteverdi” di Bolzano, divenne critico musicale per La Voce di Bergamo e per La Rivista di Bergamo. Diresse il Teatro Donizetti di Bergamo, curando sia gli aspetti amministrativi che artistici, programmando stagioni d’opera di alta qualità e ideò il Teatro delle Novità, che durò dal 1937 al 1973 e che permise di rappresentare ogni anno al Teatro Donizetti alcune opere liriche di autori contemporanei. Nell’ambito del Dopolavoro Provinciale il maestro Missiroli organizzò il Carro di Tespi Lirico, un teatro viaggiante ideato per la rappresentazione di opere di repertorio in varie città. Costretto a partire durante il secondo conflitto mondiale, fu un Ufficiale degli Alpini sul fronte francese, dove venne catturato, imprigionato dai tedeschi e portato per due anni in vari campi di concentramento della Germania. Fortunatamente alla fine del conflitto venne restituito vivo e vegeto alla famiglia e rientrò in forze nella nostra città, dove divenne l’artefice della Donizetti Renaissance, la cui mission fu quella di riesumare opere dimenticate del grande musicista bergamasco. Fu sovrintendente alla produzione di nuovi allestimenti del Teatro alla Scala di Milano, con il maestro e amico Gianandrea Gavazzeni, dell’Arena di Verona e dell’orchestra dei Pomeriggi Musicali a Milano. A lui è intitolata una grande sala degli ambienti posti al primo piano del Teatro Donizetti di Bergamo.

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