La casa delle maschere di Bergamo

Foto in copertina: Itinerari Bergamo

 

Oggi è il giorno della penitenza e della contrizione, il Mercoledì delle Ceneri, e l’apposizione in segno di monito di «quello che siamo e che un giorno tutti noi diventeremo» deve interrompere e far chiudere al corpo e alla mente il sipario dei mesi dediti all’abbondanza, allo spreco e alle gozzoviglie più sfrenate. Si entra nel tempo della Quaresima, che ci condurrà, tra quaranta giorni, alla Pasqua di Resurrezione.

Ma prima di questa lunga pausa, volgiamo ancora per un attimo lo sguardo alle mascherine che hanno popolato vie e piazze in questi giorni, camuffando bimbi e bimbe in fatine e cavalieri, per rimandare alle maschere, quelle vere, che da sempre contraddistinguono la tradizione folklorica bergamasca. Vediamo da dove traggono origine, dove abitavano e di quali marachelle si sono rese ree confesse.

 

La casa di Arlecchino
Oneta di San Giovanni Bianco

Alberto Ganassa, in arte Arlecchino, è forse la maschera più famosa della Commedia dell’Arte. Indossa un bellissimo costume colorato, composto da giacca e pantaloni aderenti a triangoli rossi, verdi, gialli, azzurri disposti a losanghe. Ai piedi porta delle scarpe con un grande fiocco, in viso reca una mascherina nera e in testa calza un cappello di feltro decorato con un codino di coniglio. La sua missione personale è la ricerca di cibo, ma il “batocio” – bastone di legno che brandisce – non lo utilizza per girare la polenta o condurre le mandrie al pascolo, bensì per darle e prenderle nelle liti in cui sempre si fa coinvolgere. Il suo monito recita: «Chi non è de chortesia non intragi in chasa mia, se ge venes un poltron ce darò col mio baston».

Rispetto al compare Gioppino la sua presenza è attestata già nel Cinquecento, ma il dubbio che assale gli storici è l’origine: Bergamo, Venezia o Mantova? Si perché secondo Tristano Martinelli, attore di Marcaria (nel mantovano), nominato dai signori Gonzaga sovrintendente dei «zaratani, cantimbanchi, bagattiglieri e postiggiatori», proprio lui era Arlecchino.

Ma noi bergamaschi non ci stiamo, soprattutto se brembani, dato che da sempre la casa di Arlecchino è ad Oneta di San Giovanni Bianco in alta valle Brembana, uno stabile che apparteneva ai nobili Grataroli e che al primo piano presentava affreschi con scene di miti cavallereschi, figure di armati e santi protettori, farciti di decorazioni signorili. Ma quale era il legame tra Ganassa e i Grataroli? Era uno dei loro servi? Forse li accompagnava a Venezia durante le fasi della loro mercatura e lì fece fortuna nell’arte del teatro improvvisato? Oppure è da credere alla versione che fosse un artista affermato alla corte mantovana dei Gonzaga e a quella ferrarese degli Estensi, tanto da essere richiesto fino in Spagna e Francia?

Piuttosto che cederlo ad altri, preferiamo sposare anche un’altra versione, ovvero quella di Ignazio Cantù, che nella sua Bergamo e il suo territorio, nel 1859 sostiene che Arlecchino Batoggi di San Giovanni Bianco sostenne le parti dello Zanni nel Cinquecento, con un’interpretazione così buona che «al nome Zanni venne sostituito quello d’Arlecchin».

 

La casa di Gioppino
Zanica

Gioppino era figlio di Bortolo Socalonga e Maria Scatoléra, figlia di Bernardo e Bernarda. Il fratello si chiamava Giacomì, mentre la moglie è la Margì da cui ha avuto un figlio, il Bortoli de Sanga, detto anche Pissambraga. Nomignoli e soprannomi erano all’ordine del giorno un tempo: lo stesso nome Gioppino, in bergamasco Giopì, è la forma abbreviata del nome di battesimo Giuseppino.

La casa natia per tradizione si ritiene ubicata nel paese di Zanica, sulla curva a gomito che dal centro porta a Urgnano, lungo la strada Cremasca, ma nessuno lo può garantire, anche perché per molto tempo proprio gli zanichesi non gradivano essere apostrofati come suoi compaesani. Tutt’oggi a Zanica quando succede qualcosa di anomalo, si usa dire «Siamo proprio nel paese di Gioppino!». Un paese che in passato veniva deriso per questa incomoda presenza, ancor più anomala per la mostruosa protuberanza dei suoi tre gozzi al collo: infatti, abitanti ed avventori dei paesi vicini sostavano volutamente nella piazza di Zanica, mettendo bene in vista il collo per alludere ai gozzi di Gioppino… e spesso l’affronto finiva a suon di botte.

 

 

Gioppino, testa di legno trigozzuto, ha una corporatura tozza e robusta, un viso rubicondo e gioioso e tre enormi gozzi sul collo, a causa di un’alimentazione povera e la mancanza di sali di iodio nelle acque di allora, che causavano disfunzioni alla tiroide, che si ingrossava a volte in modo davvero vistoso, spesso moltiplicandosi in più bozzi. Veste un abito di panno verde orlato di rosso, un cappello “alla contadinesca” sempre rosso, calzettoni rigati bianchi e rossi e delle grosse scarpe. Nonostante l’aspetto, i modi rozzi e la poca istruzione è tutt’altro che stupido: ha un carattere bonario, sempre disponibile nel difendere i più deboli o a zittire i prepotenti, oltre che predisposto alla buona tavola (polènta e osèi, salame, cotechini) e il buon vino naturalmente.

La prima testimonianza scritta della sua esistenza si trova in una poesia di Pietro Ruggeri da Sgabello, La Baraca del Bataja, pubblicata nel 1836 all’epoca della dominazione austroungarica. I versi recitano: «Èco di büratì la gran filéna, composta de Giopì e de Bortolì». Questo però non significa che la sua presenza sia così tarda, considerando che il burattinaio Battaglia (detto Bataja) si esibì in Piazza Vecchia (Città Alta) dal 1820 al 1834 e che l’abito della maschera è quello dei rivoluzionari francesi, in città già dal 1797 e fino al 1814.

Gioppino è il personaggio più rappresentativo della tradizione popolare bergamasca ed è il protagonista assoluto del teatro bergamasco dei burattini, tant’è vero che nella bergamasca i burattini sono chiamati anche “gioppini”.

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