Un affresco audace e un omicidio
Il mistero della cripta di Cerete

Situato nella media Val Borlezza, scendendo dall’Altopiano Clusonese in direzione della Val Camonica, il territorio di Cerete offre una varietà di spunti per i più disparati racconti. Ci si può soffermare sulle sue caratteristiche morfologiche, geologiche e climatiche, che hanno consentito al paese una vita lunga (le prime testimonianze archeologiche risalgono, infatti, all’epoca preistorica) e incentrata su attività come la produzione del grano attraverso i mulini (attualmente se ne possono visitare due ancora attivi sul territorio), la lavorazione del ferro, del legno, della carta e della seta.

Ma non è solo l’intensa  tradizione produttiva del suo territorio a fare di Cerete un gioiello della provincia di Bergamo. Tra le dolci onde dei suoi spazi verdissimi, infatti, il paese, dividendosi nelle frazioni di Cerete Alto, Cerete Basso e Novezio, nasconde un patrimonio artistico e culturale invidiabile. Opere di personaggi appartenenti alla storia artistica bergamasca e italiana sopravvivono tra le mura delle chiese e nel ciottolato delle piazze. Nomi come quelli di Jacopo Borlone, Andrea Fantoni, Antonio Cifrondi, Pietro Ronzelli e Gianantonio Guardi risuonano con fierezza nei luoghi di culto ceretesi e sono motivo di orgoglio per tutti i bergamaschi.

Per di più, dietro le storie artistiche e culturali che Cerete conserva alla luce del sole, si scoprono antefatti misteriosi, trame oscure seppellite sotto lo scorrere del tempo che, dopo anni di ricerche, tornano alla luce e si intersecano, come parti di un puzzle, alla storia conosciuta. Per meglio conoscere la vicenda a cui si accenna è necessario puntare il dito su un luogo specifico nella cartina di Cerete: questo luogo è la parrocchia di San Vincenzo Martire, situata nella frazione di Cerete Basso.

 

cerete

 

Verso la cripta. Attraversando il corridoio centrale della chiesa, fondata addirittura nell’anno Mille, avvolti dalla luminosità della Pala Ferri del Guardi, pittore veneto operante tra il 1699 e il 1760, ed attirati dalla pregnanza estetica del Cristo Grande di Andrea Fantoni, si raggiunge il presbiterio, le cui pareti sono coperte dai grandi teleri di un altro maestro d’arte della tradizione bergamasca: Antonio Cifrondi. I teleri portano in vita, attraverso colori terrosi e caldi, La pentecoste  (1695), L’adorazione dei Magi (1696) e, al centro, la scena del Martirio di San Vincenzo. Lo splendore dell’arte ancora in vita in questo piccolo spazio bergamasco distoglie inizialmente l’attenzione dal mistero cui accennavamo, ma è proprio qui, sotto il presbiterio, nella cappella funeraria costruita in onore di Don Stefano Perinei ( rettore della chiesa dal 1575 al 1614), che si cela una storia quanto mai inusuale e misteriosa.

La storia Correva l’anno 1622 quando la cappella funeraria dedicata a Don Stefano Perinei fu completata e mostrata per la prima volta agli sguardi ingenui e curiosi dei ceretesi. Di tutto poteva aspettarsi un popolo bergamasco del Seicento tranne quello che realmente vide quel giorno. Il ciclo di stucchi rappresentato sulle pareti della cripta mostrava un disegno incomprensibile per il clima storico nel quale veniva proposto: un viaggio di ascensione al cielo sotto la guida di alcuni Santi riconosciuti e di alcune divinità appartenenti alla cultura classica rappresentate su carri trainate da animali mitologici. Furono in molti a gridare al sacrilegio e nel 1634, quando il Vescovo di Bergamo venne in visita alla cappella, ordinò a Don Giuseppe Vinetti, parroco di Cerete e nipote di Don Stefano Perinei, di provvedere immediatamente alla cancellazione degli stucchi profani.

Sul motivo che spinse Don Giuseppe Vinetti a disobbedire agli ordini del vescovo possiamo solo fare supposizioni,  ma ciò che per certo possiamo dire è che questa ardua scelta gli costò la vita. Nell’atmosfera cupa di una notte bergamasca secentesca, infatti, Don Giuseppe fu aggredito e ucciso da un gruppo di uomini dei quali l’identità è rimasta ad oggi sconosciuta. L’opinione diffusa rispetto all’accaduto rimase quella per cui l’uccisione del parroco fosse stata opera giusta al fine di preservare il paese dall’imminente punizione di un Dio offeso. Nemmeno l’intervento del Doge di Venezia riuscì a spezzare il guscio d’omertà e di silenzio che il popolo di Cerete si costruì attorno.

Successivamente, i corpi di Don Giuseppe Vinetti e di Don Stefano Perinei furono deposti nello stesso sarcofago e seppelliti entrambi. Nel frattempo, gli stucchi profani vennero staccati eal busto scolpito di Don Stefano venne tolta la testa in un gesto di damnatio memoriae, ovvero di condanna della memoria, per cercare di cancellare il gesto profano compiuto in quella cripta e far sì che mai potesse giungere ai posteri. Questo “mai” durò, però, solamente tre secoli e mezzo, perché verso la fine degli anni Ottanta del Novecento avvennero i ritrovamenti del sarcofago con i corpi dei parroci e nel 2001, finalmente, vennero riportati alla luce i disegni degli stucchi incriminati.

Perché un ciclo di stucchi che univa il sacro ed il profano?  Don Stefano Perinei era un uomo colto e finemente istruito, notaio e protonotario apostolico. Il suo amore per la classicità lo univa, probabilmente, alla persona di Decio Celéri, medico e umanista loverese appassionato di poesia, politica e astrologia. Si ipotizza che entrambi avessero sviluppato, in conseguenza alla loro grande erudizione, una concezione sincretica del divino che, in parole semplici, è tradotta nel ciclo di stucchi attraverso la mescolanza di simboli e valori appartenenti a due culture diverse, quella classica e quella cristiana, le quali però, storicamente, sono percepite come l’evoluzione della seconda dalla prima.

Ciò che il ciclo di stucchi mira a rappresentare è il viaggio che l’anima compie dopo la morte per raggiungere il Regno dei Cieli. Dall’analisi della struttura dei disegni presenti nella cappella funeraria si può affermare che esistano tre itinerari che l’anima può compiere per raggiungere la salvezza: le beatitudini in terra, rappresentate in testo alla base delle pareti della cripta;  l’intercessione delle figure dei Santi, le quali, accompagnano l’anima del defunto spingendola verso l’alto; il tramite delle divinità pagane, tra le quali riconosciamo la Luna, il Sole, Marte, Giove, Saturno, Venere e Mercurio.

La spinta ascensionale data dalle beatitudini, dai santi e dalle divinità pagane porta l’anima nel Regno dei Cieli, dove, tra le nuvole, può scorgere Cristo in gloria con Maria, i santi e gli angeli. Sembrerebbe che il viaggio sincretico dell’anima non sia superato con il raggiungimento di Cristo, poiché le formelle poste ai lati dell’immagine cristiana sembrano essere state rasate in attesa di inserirvi nuovi soggetti. É ipotizzabile la presenza, in questi spazi, della rappresentazione dei genitori primordiali degli dèi: Gea, la terra e Urano, il cielo.

Il disegno sembrerebbe compiersi in questo modo, unendo il sacro e il profano, il pagano e il cristiano sotto la stessa volta. Il credo si stacca dalla semplice realtà e diventa metafora. Metafora di un cammino condiviso, di un destino trascendente soltanto ipotizzato che accomuna tutte le religioni.