Al Pizzo Coca, il re delle Orobie

Fotografie di Angelo Corna

 

Il Re delle Orobie. Con i suoi 3050 metri conquista di diritto il titolo di montagna più alta, e più ambita, di tutto il nostro arco alpino. Ogni appassionato, alpinista o escursionista che sia, conosce questa vetta. Chi c’è stato, chi ha provato l’ebbrezza della sua cima, osserva con rispetto e stima quella che, per un bergamasco, è la cima per eccellenza. La Montagna con la emme maiuscola. Il percorso naturalmente non è per tutti: la salita è considerata “alpinistica” e con i suoi 2100 metri di dislivello non lascia un minuto di respiro. I più allenati, pochi superuomini che probabilmente si nutrono di pane e montagne toccano la sua vetta in meno di quattro ore di cammino. Noi persone normali possiamo tentarne l’ascesa in cinque, magari dividendo la gita in due giorni e pernottando presso il Rifugio Mario Merelli al Coca, nido d’aquila appollaiato sotto la montagna omonima. Partire per l’ascesa al Re significa assaporare un ambiente riservato a pochi, dove regnano il camoscio, lo stambecco e l’aquila, padroni incontrastati di questo luogo fantastico.

La partenza. La salita al Pizzo rappresenta sicuramente una delle escursioni più faticose (e appaganti) delle nostre montagne. Si capisce fin dai primi metri che, con partenza da Valbondione lungo il segnavia CAI 301, portano al rifugio Mario Merelli al Coca (m.1892). Poco più di 3 chilometri e mille metri di dislivello positivo separano l’ultimo paese della Val Seriana da uno dei rifugi più amati delle Orobie. Un tracciato di per sé già di tutto rispetto, che mette a dura prova anche gli escursionisti allenati. Il rifugio è il perfetto punto intermedio per la nostra escursione. La scelta spetta ora all’escursionista che, in base alle sue capacità e alle sue forze, potrà decidere se continuarne l’ascesa o pernottare presso il bellissimo rifugio, da pochi anni dedicato all’alpinista Mario Merelli di Lizzola, morto durante l’ascesa al Pizzo di Scais il 18 gennaio 2012.

Dal Rifugio Coca alla Bocchetta dei Camosci. Il bello dell’escursione comincia adesso. Ad ogni passo si entra in un ambiente sempre più magico, circondati dall’anfiteatro delle cime più alte e ambite di tutto l’arco orobico. Il percorso continua lungo il segnavia CAI 323, dove lasciando il rifugio alle nostre spalle raggiungiamo in circa un’ora di percorso il suggestivo Lago di Coca (m.2019), perla azzurra di origine glaciale. Uno specchio d’acqua talmente limpido che si riesce a vederne il fondo. Poco prima del lago un grosso masso riporta la scritta “Bocchetta dei Camosci” e ci invita a piegare a destra, dove troviamo una ripida pietraia e un canalino roccioso che richiede l’ausilio delle mani, con tratti d’arrampicata nel limite del primo grado. Sbuchiamo in un ampio pratone che, con pendenza costante, attraversa la Valle del Polledrino nella sua lunghezza, fino in prossimità dei resti della vecchia colonnina del telesoccorso e della soprastante Bocchetta dei Camosci, ormai proprio di fronte a noi. In questo tratto si trova spesso neve, anche a stagione inoltrata, e possono servire i ramponi a seconda delle condizioni della stessa. Proseguiamo con la dovuta attenzione a zig zag, fino a raggiungere la bocchetta (m.2719). Il panorama si apre verso la Valmorta e il Pizzo Recastello mentre, mille metri più in basso, una porzione del Lago del Barbellino fa capolino.

Dalla Bocchetta alla vetta. Ci separano dalla cima della nostra montagna circa 300 metri di dislivello. I più difficili e tecnici, che vanno affrontati con piede sicuro e richiedono dimestichezza nell’arrampicata. La salita si presenta con un primo canalino roccioso di circa trenta metri, che va superato con passaggi di arrampicata (primo grado). Risaliamo tra roccette instabili e detriti fino a un bivio che reca la scritta “facile/difficile”. Entrambi i percorsi convergeranno poco oltre e il tratto difficile è caratterizzato da una parete esposta di secondo grado, che copre una lunghezza di circa 7-8 metri. Continuiamo in un ambiente sempre più severo e selvaggio con altri tratti d’arrampicata (massimo secondo grado) fino a un ultimo risalto roccioso che porta alla cresta finale e alla tanto agognata e desiderata cima. Siamo in vetta!

Passeggiando sul tetto delle Orobie. Alcuni panorami, uniti alla soddisfazione e al compiacimento, smuovono qualsiasi animo e regalano attimi che difficilmente vengono dimenticati. Pensieri, stanchezza e preoccupazioni passano in secondo piano. L’avventuriero che ha conquistato la vetta più eccelsa della corona alpina bergamasca, spingendosi fin sul tetto delle Orobie a 3050 metri, troverà una piccola croce in ferro con campanella e un panorama fantastico. Il Monte Rosa, le Alpi dell’Oberland Bernese, il Pizzo Cengalo ed il Badile, il Disgrazia, il Bernina, il gruppo Ortles – Cevedale, l’Adamello e tutte le vicine cime orobiche disegnano il panorama più suggestivo della bergamasca. Sopra di noi solo il cielo, sotto di noi… Il resto del mondo! Se abbiamo avuto la fortuna di trovare la giornata perfetta la voglia di scendere sarà poca. Tuttavia ci attende un lungo percorso, che avviene sul percorso comune all’andata e che richiede, soprattutto nei primi tratti di discesa, la massima attenzione. L’avventura non è ancora conclusa.

Approfondimenti. Sul versante seriano il Pizzo Coca determina il limite orientale di una grandiosa cresta, disposta a ferro di cavallo, le cui selvagge pareti rocciose piombano dirupate sulla conca detritica che ospita l’omonimo lago. Sulle queste pareti, tra cui spiccano i Giganti delle Orobie (Dente di Coca, Pizzo di Scais, Redorta…), si svolgono numerosi percorsi alpinistici, che la qualità non eccezionale della roccia e la complessità delle architetture naturali rendono di tutto rispetto, richiedendo le migliori doti di un alpinista: intuito nella scelta del percorso, prudenza e capacità nell’arrampicata. La via normale al Pizzo di Coca (o Pizzo di Cocca, come veniva chiamato dai pionieri dell’alpinismo orobico fine Ottocento) si svolge lungo il versante meridionale e fu compiuta per la prima volta dal bergamasco Emilio Torri e dalla celebre guida alpina Antonio Baroni, il 4 settembre 1877. I due non lasciarono resoconti sulla prima scalata al Re delle Orobie, anche se, probabilmente, la loro salita si svolse lungo lo stretto pendio del versante meridionale, su rocce facili ma sfasciate. Si racconta che una volta in vetta gli alpinisti eressero un ometto e Torri vi lasciò il suo biglietto da visita, a testimonianza di questa grande impresa.

Due anni dopo, l’ingegnere Giuseppe Nievo accompagnato dalla guida Isaia Bonetti ripeteva l’ascesa: «Non ci rimaneva che arrampicarci lungo la cresta sgombra di neve e relativamente facile, avendo però cura di non smuovere pietre. Alle 9.15 salutavamo con entusiasmo la vetta, sulla quale era già stato eretto l’ometto dall’infaticabile Emilio Torri, di cui trovammo la carta di visita». I due ridiscesero lungo un nuovo percorso, in direzione del Lago di Coca e della valle omonima. Nel 1879 naturalmente non c’era alcun rifugio, ma Nievo scriverà nei suoi appunti che presso la baita di Cocca (circa 2061) trovarono ospitalità da alcuni pastori: «Polenta calda e latte appena munto che ci apprestarono gli ospitali pastori, ci ristorarono e la notte la passammo alla meglio stipati, come sardine, in un bugigattolo che, alla lettera, capiva noi ed i cinque pastori». Altre vie, tutte di difficolta alpinistiche, saranno percorse negli anni successivi sue vari versanti della montagna, aprendo itinerari su tutte le sue pareti.

Conclusioni. Per raggiungere il Pizzo Coca dalla via normale servono più di cinque ore di cammino, a cui va sommato un dislivello positivo di ben 2176 metri. La distanza totale (andata e ritorno) copre i 19,5 chilometri. I tempi complessivi toccano le 9-10 ore, a seconda dell’allenamento. Le difficoltà, che rendono questa salita alpinistica e quindi riservata agli esperti, non sono date solo dall’enorme dislivello. L’ultimo tratto del percorso prevede dei passaggi di arrampicata di primo e secondo grado, in alcuni tratti esposti e assolutamente sconsigliati a chi soffre di vertigini. La qualità della roccia, molto friabile e ricca di sfasciumi, richiede attenzione ed è consigliato l’uso del casco proprio per il rischio di caduta di detriti dall’alto. Il consiglio è di spezzare l’escursione in due giorni, pernottando presso il rifugio Mario Merelli al Coca, godendo appieno del fascino delle nostre montagne e della natura che, presso il rifugio, è di casa. Per eventuali prenotazioni e per informazioni aggiornate sulla via di salita è possibile contattare i gestori Silvana 3487316427 e Fabrizio 3470867062.

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