Salendo al Pizzo dei Tre Signori
Un’affascinante fiaba orobica

Foto di Angelo Corna

 

Il Pizzo dei Tre Signori, che con la sua mole domina la parte occidentale delle Orobie bergamasche, è stata per centinaia di anni un punto di riferimento per le popolazioni del territorio. Già nel Medioevo la zona era conosciuta per le di miniere di ferro che rifornivano la città di Milano. Con questo metallo erano state create anche le armi per i dominatori spagnoli. La nostra montagna ha visto sotto le sue pendici la nascita delle prime fucine, in quella che con gli anni è stata ribattezzata Valle d’Inferno proprio per i suoi numerosi altiforni. Ancor prima era conosciuto come Pizzo Varrone, e qui la radice var deriva dalla lingua celtica “acqua”. Solo in un secondo momento viene ribattezzato Pizzo dei Tre Signori, perché si trovava al confine con tre diversi regni: il Ducato di Milano, la Serenissima Repubblica di Venezia e le Tre Leghe di dominio Svizzero, che coprivano Valtellina e Valgerola. Tutt’ora il Pizzo dei Tre Signori è punto di confine tra Bergamo, Lecco e Sondrio.

Il racconto prosegue negli anni e non parla solo di forni e fucine. Centinaia di anni fa, la vicina Bocchetta di Trona rappresentava l’unica via di comunicazione esistente tra la Valtellina e Pianura Padana. Nel Cinquecento, transitando dal valico della bocchetta, scesero in Valsassina gli eserciti delle Tre Leghe e successivamente le truppe dei Lanzichecchi, portatori delle temibile peste che decimò tutto il nord d’Italia. In anni più recenti furono costruite strutture difensive facenti parte della Linea Cadorna, visibili ancora oggi nei pressi della Bocchetta di Trona. La croce, che svetta sulla cima del Pizzo dal 1935, è stata benedetta dal cardinale di Milano Alfredo Schuster.

Le vie di salita. Per raggiungere questa grande montagna gli accessi non mancano. Le vie di salita, presenti sui vari versanti, non sono troppo difficili, ad eccezione di tempi e dislivello. Il via dal versante bergamasco parte da Ornica, in Alta Val Brembana, dove in prossimità del segnavia CAI 106 troviamo anche un cartello indicatore che riporta i tempi di percorrenza: 4 ore per raggiungere il Pizzo e ben 1580 metri di dislivello. L’escursione per i meno allenati può anche concludersi in poco più di due ore, fermandosi alla Bocchetta della Val d’Inferno o al lago omonimo, regalando comunque panorami di tutto rispetto sulla vicina Valtellina e sulle Orobie bergamasche. L’itinerario segue inizialmente una bella mulattiera ciottolata che si snoda nel bosco, costeggiando un piccolo ruscello. Si risale con pendenza costante superando alcune vecchie stalle e baite ristrutturate, testimonianza della presenza dell’uomo in centinaia di anni.

Il sentiero accentua la sua salita proprio al limitare del bosco e dopo poco più di un’ora di cammino arriviamo all’ingresso della Val d’Inferno. Parecchie case contadine e piccole casere appaiano dislocate lungo la valle, che da questa angolazione sembra, più che un inferno, un piccolo angolo di paradiso.Ariosa e verde, possiamo solo immaginarla con il fumo della fucine di cinquecento anni fa! Ammirato questo scorcio e riacquistate le energie si riparte, seguendo il sentiero che in salita tocca in successione altre baite e stalle ristrutturate: la bella Baita Ciarelli (m.1610), la Baita Predoni (costruita sotto un’enorme pietra) e l’ultima, la Baita degli Agnelli (m.1950), conosciuta dalle leggende del posto anche come Baita del Diavolo. Tutti ottimi luoghi di ristoro, che permettono all’escursionista di recuperare le energie o di trovare riparo in caso di maltempo. Il sentiero sale ora con pendenza più sostenuta, fino a incrociare il segnavia CAI 101 delle Orobie orientali, che conduce al Rifugio Grassi. Lo ignoriamo, e continuiamo lungo il nostro percorso transitando nei pressi della Sfinge, caratteristico torrione che per le sue forme ricorda proprio questa immagine faraonica.

Davanti a noi è visibile l’insenatura della Bocchetta d’Inferno (m.2306), che raggiungeremo dopo quasi tre ore dalla nostra partenza da Ornica. Inizia la parte più bella, e naturalmente faticosa, della salita! Gli ultimi 200 metri di dislivello si svolgono in un ambiente tipico dell’alta montagna, tra rocce, sfasciumi e stelle alpine, ma anche tra stambecchi e camosci che incuriositi osservano noi comuni bipedi arrancare in questi ultimi metri! In circa mezz’ora guadagniamo la parte finale della cresta e la cima della nostra montagna, dove a 2534 metri svetta una croce di ferro con basamento in cemento.

Siamo nell’esatto punto di confine tra Bergamo, Lecco e Sondrio, in un contesto che lascerebbe ammutolito chiunque. Se abbiamo raggiunto la cima e abbiamo avuto la fortuna di trovare una giornata serena, il nostro sguardo potrà spaziare per chilometri, mostrando uno dei panorami più belli delle Alpi Orobie. Unito alla soddisfazione vi farà dimenticare la stanchezza di questa lunga ma appagante escursione. Il ritorno avviene sul percorso comune all’andata, prestando attenzione al primo, ripido tratto di discesa. I tempi per questa gita sono di sette ore, andata e ritorno, superano i 15 chilometri e raggiungono i 1500 metri di dislivello. Il sentiero da Ornica fino alla Bocchetta d’Inferno può essere percorso da tutti, mentre il tratto che conduce alla vetta è riservato a escursionisti esperti.

 

Passaggio lungo il periplo

 

Il periplo. I più allenati troveranno su questa montagna pane per i loro denti. Il periplo del Pizzo dei Tre Signori è per escursionisti esperti, dotati di attrezzatura idonea, casco e all’occorrenza set da ferrata. Il percorso è comune alla via normale precedentemente descritta, fino all’incrocio con il segnavia CAI 101 (Sentiero delle Orobie), che seguiamo in direzione del Rifugio Grassi. Il sentiero risale costeggiando il Pizzo San Giovanni, alternando tratti a mezza costa a tratti in falsopiano, fino alla Bocchetta Alta (m.2235). Chi vuole dividere questa escursione in due giorni può attraversare la bella dorsale erbosa del Pian delle Parole e raggiungere la vicina Capanna Grassi, dove troverà rifugio e accoglienza per la notte.

Chi invece vuole proseguire deve imboccare il sentiero marchiato SEL 45, conosciuto anche come Via del Caminetto. Attaccando la ripida cresta si risalgono alcuni salti rocciosi fino all’intaglio attrezzato con funi e catene metalliche, che permettono di risalire il versante ovest della montagna con tratti di facile e divertente arrampicata. Un esposto traverso porterà l’escursionista alla cresta finale del Pizzo Tre Signori e alla vicina vetta. La discesa è comune all’itinerario precedente, con ritorno ad Ornica seguendo il sentiero CAI 106. Il periplo tocca le otto ore di cammino, per un totale di 18 chilometri e 2000 metri di dislivello.

 

 

La Capanna Grassi. Il bellissimo rifugio è posto al cospetto del Pizzo dei Tre Signori ed è gestito con passione da Anna e Amos. Di proprietà della SEL (Società Escursionistica Lecchese) è aperto tutto l’anno nei fine settimana e tutti i giorni durante il periodo estivo. Viene gestito con rispetto per la natura e l’ambiente circostante, proponendo prodotti tipici del nostro territorio. Sono sempre numerose le iniziative proposte dai gestori, che spaziano dalle attività culturali, alle ciaspolate durante il periodo invernale, fino ai pranzi a tema con erbe tipiche del nostro territorio. Per informazioni e prenotazioni, qui.

La leggenda della Val d’Inferno. Il minerale estratto sulla montagna veniva portato a Ornica e fuso con gli altiforni, alimentati con l’utilizzo del carbone prodotto sul posto. Dal bel paese brembano, anni or sono, partivano anche le carovane dei mercanti che ripercorrevano la Via del Ferro. La presenza di questi impianti ha alimentato la fantasia popolare: ancora oggi c’è una leggenda che si racconta a Ornica. Il più grosso di questi forni era gestito in epoca assai remota da persone della vicina Valsassina, specialiste nell’arte della lavorazione del minerale. Questi forestieri, narra la leggenda, non vedevano di buon occhio gli abitanti di Ornica, al punto che, ogni tanto, trovandosi a corto di legna o di carbone, non si facevano scrupolo di prendere qualche ornichese che passava da quelle parti e gettarlo vivo nella fornace per alimentare il fuoco. Una terribile paura assalì allora gli abitanti di Ornica che presero a chiamare quel luogo la Valle d’Inferno.

Le prepotenze dei forestieri durarono a lungo finché, un bel giorno, i capifamiglia di Ornica, risoluti a porre fine a quelle crudeltà, si riunirono in assemblea e decisero di inviare tre loro rappresentanti a Venezia per chiedere aiuto al governo lagunare. Il viaggio dei tre delegati fu proficuo, infatti dopo un paio di mesi essi se ne tornarono a Ornica portando con sé un carro carico di archibugi e bombarde. Felici per il buon esito della missione, gli ornichesi costruirono un fortino in località Piazze, proprio dirimpetto al forno infernale, vi installarono le armi e rimasero in attesa. Non passò molto tempo che i forestieri si presentarono armati di tutto punto per dar corso alle solite prepotenze, ma questa volta trovarono pane per i loro denti: furono investiti da una valanga di fuoco che li distrusse assieme al loro impianto, facendo sparire in breve ogni cosa. Così del forno maledetto si sono perse le tracce, ma il nome dato alla valle è rimasto fino ad oggi.

 

La Baita del Diavolo

 

La leggenda della Baita del Diavolo. Un giorno di molti anni fa, due pastorelli di Ornica decisero di portare il loro gregge a pascolare in Val d’Inferno. Giunti sul posto, gli animali si misero placidamente a brucare e i due bambini iniziarono a giocare tra loro. Non si accorsero, così, che le pecore avevano risalito il pendio, alla ricerca di erba più verde e fresca. Quando videro che il giorno iniziava a declinare, furono costretti a salire sulla montagna, avvicinandosi sempre più alla Sfinge, l’imponente roccia dalle inquietanti sembianza umane, che dominava dall’alto la valle. La strada si faceva lunga, ma alla fine riuscirono ad avvistare la macchia del gregge. La paura era passata, il gregge era lì e non avrebbero dovuto continuare le ricerche, ora che il tramonto si avvicinava, e sentire le strilla dei genitori. Ripreso il fiato, corsero verso le pecore, per radunarle e scendere a valle. Ma da lontano una stringa di fumo indicava che qualcuno aveva acceso un fuoco nella vicina baita diroccata. La curiosità li vinse e decisero di vedere chi fossero i viandanti fermatisi alla vecchia baita. Forse stavano cuocendo della polenta, e un piattino non glielo avrebbero rifiutato. Si diressero verso la baita, pregustando il caldo piatto.

Prima di bussare, sbirciarono da una piccola finestrella, dietro un’inferriata. La fame li abbandonò immediatamente, lasciandoli in balia di una forte paura. Un vecchietto raggrinzito, calvo e dalla lunga barba rimestava un paiolo sul fuoco del camino. Sul volto aveva un ghigno malefico mentre mescolava con un bastone nodoso delle monete d’oro! Non era polenta quella che stava cuocendo! A un tratto si girò per prendere delle piccole bacchette di ferro, pronte per essere trasformate in chiodi. Le fece a pezzetti e le mischiò alle monete. Al posto dei piedi aveva due orrendi zoccoli: era il diavolo in persona! I bambini, terrorizzati, si gettarono a capofitto giù per il dirupo fino ad arrivare al paese. Lì raccontarono agli abitanti quanto avevano visto e i più coraggiosi decisero di tornare su, in baita, per vedere che stava succedendo. Ma quando giunsero alla vecchia casa non c’era più nessuno. Si vedeva che il fuoco era appena stato spento e ovunque c’erano segni che testimoniavano a favore della storia dei pastorelli. Fu così che la vecchia struttura diroccata venne soprannominata la Baita del Diavolo.

Tratto da Storie e leggende della Bergamasca di Wanda Taufer e Tarcisio Bottani.

Lascia un commento

Devi loggarti per pubblicare un commento.