In vetta, fino al rifugio Brunone
(che non accetta compromessi)

Gli antichi lo chiamavano “Capanna della Brunona”, dal nome della vetta che sorge alle sue spalle. Primo rifugio delle Alpi Orobie, edificato nel 1894 e ribattezzato poi Baroni al Brunone in memoria delle celebre guida alpina, è uno dei più antichi e selvaggi delle nostre montagne. Un luogo per veri appassionati, un ambiente a tratti aspro, selvaggio e incontaminato, dove chi detta le regole è ancora Madre Natura. È in questo contesto, a 2297 metri di quota, che sorge il “Brunone”. Raggiungerlo non è una passeggiata e il sentiero non accetta compromessi. Il segnavia CAI 227 riporta, alla sua partenza, i tempi di percorrenza previsti: quattro ore di cammino attendono l’escursionista che vuole raggiungere questo baluardo orobico, quattro ore di sudore e fatica, ma che andranno poi a rendere ancora più speciale la soddisfazione di potersi godere il panorama che questo antico rifugio, casa dello stambecco da sempre, offre. Sostituendo la stanchezza con emozioni e meraviglia.

 

 

La partenza. L’abitato di Fiumenero (m.790) segna il via all’escursione. A monte del cimitero del paese si snoda il ripido sentiero, che sale addentrandosi nel bosco con pendenza costante. Dopo una breve salita si continua in falsopiano, una breve illusione che scalderà le gambe nell’attesa dei 1500 metri di dislivello che ci separano dal rifugio. Passo dopo passo ci addentriamo nella valle di Fiumenero, solcata dall’omonimo torrente e dai suoi tanti affluenti, che regalano refrigerio e giochi d’acqua alternati da spumeggianti cascate. Noi continuiamo in falsopiano, superando una zona franosa e, successivamente, attraversando il torrente, per poi risalire a destra della valle. Il percorso si fa ora più ripido e attorno a noi iniziano ad apparire le prime grandi montagne orobiche. Alla nostra sinistra spunta il Pizzo di Poris, il Passo di Valsecca e l’inconfondibile Bivacco Frattini, puntino rosso tra le montagne brembane, seguito dai famosi Diavolino e Diavolo, che con la loro affusolata silhouette attraggono alpinisti da generazioni. Non siamo ancora a metà percorso, ma il panorama dettato da queste montagne lascia già a bocca aperta.

Pian dell’Aser. Dopo quasi due ore di cammino (a seconda dell’allenamento), raggiungiamo un pianoro in prossimità del torrente. Un cartello identifica questa zona con il nome di “Pian dell’Aser”, probabilmente Piano dell’Acero, tradotto dal dialetto bergamasco. Abbiamo raggiunto la metà del nostro percorso, il punto perfetto per una pausa prima della salita finale che ci condurrà al rifugio. Il torrente, proprio in questo punto, crea una “marmitta dei giganti” dai riflessi verdi e azzurri. Davanti a noi, 700 metri più in alto, possiamo invece scorgere la nostra destinazione. Attraversiamo il ponte di legno e iniziamo una ripida salita che, tra ampi zig-zag, prende velocemente quota fino a congiungersi al Sentiero delle Orobie (m.2190), che proviene dal rifugio Calvi. Pieghiamo a destra e guadiamo un piccolo corso d’acqua, ormai sempre più vicini al rifugio che raggiungiamo dopo circa quattro ore di cammino.

Il rifugio Baroni al Brunone. Qui la percentuale di stambecchi è talmente alta che, molto spesso, non ci accorgiamo nemmeno che ci stiano fissando. Siamo a 2297 metri di quota, ai piedi del Pizzo Redorta, nella cosiddetta “Conca dei Giganti”. Un luogo magico tra le montagne più alte, belle e severe delle Orobie. Marco Brignoli è rifugista dal 2007 e conosce bene la pace, la riservatezza e le fatiche che questa antica capanna regala e amplifica a ogni stagione passata. «È il rifugio più duro da raggiungere, e io ho sempre detto, ironicamente: “Fatto il Brunone, fatto tutto”, nel senso che il percorso mette a dura prova chi non è allenato, e diventa in certi casi anche una sorta di sfida. È amato proprio per questo: per la sua durezza, ma anche per la valle selvaggia, incontaminata e ricca di acqua. Diventa un modo per mettersi alla prova e per capire i propri limiti». Continua: «Ormai sono dodici anni che il Brunone mi ha accolto. Ogni anno è diverso, le difficoltà sono sempre tante e spesso nuove. Sono però stimoli a proseguire, che mi permettono una vita dinamica e attiva. Adesso è meno faticoso rispetto al passato perché dopo tanti anni ho maturato l’esperienza necessaria. Anche gli amici mi danno una mano, salendo con provviste o generi alimentari necessari alla continuità del rifugio».

Se raggiungere il Brunone non è una passeggiata, possiamo immaginare i sacrifici necessari per gestire la struttura. «La nostra maggiore difficoltà è la produzione di energia elettrica e l’approvvigionamento dell’acqua, che proviene da un piccolo ghiacciaio. Con la sua progressiva scomparsa, negli ultimi anni il periodo di apertura è stato sempre più limitato. Abbiamo un menù che punta molto sui primi piatti, spaziando dalle paste, ai risotti, fino ai classici pizzocheri. Una cucina “invernale”, dove la polenta non manca mai. Acquisto la farina presso il mulino di Cerete, che propone un prodotto biologico e di ottima qualità, un tocco in più che rende la nostre torte e la nostra polenta ancora più speciale. Anche i formaggi provengono dagli alpeggi della valle. Poi, molto spesso, la zona limitrofa al rifugio offre prodotti di prima qualità, come il Paruc, erba spontanea perfetta per i risotti. Come ultima cosa, le nostre porzioni sono sempre molto abbondanti. Chi arriva al rifugio ha affrontato, a seconda dell’allenamento, dalle tre alle cinque ore di cammino. Quindi chi raggiunge il Brunone è affamato!». Tra i tanti compiti di un rifugista c’è anche quello di seguire gli escursionisti, veicolarli al meglio lungo i sentieri e verificare che procedano in sicurezza. «Resta una delle tappe più impegnative del Giro delle Orobie, proprio per questo è richiesta maggiore attenzione verso chi percorre questa tratta. Io ringrazio tutti quelli che passano a trovarmi, gli amici che in tanti anni mi hanno aiutato e che ancora mi aiutano, sperando che chi sale al Brunone si fermi anche a godere delle bellezze che questo luogo solitario riesce ancora a regalare».

 

 

Curiosità. Le prime notizie legate alla Capanna della Brunona risalgono al 1879 e la identificano come una vecchia baita di minatori in prossimità del vicino Passo della Scaletta. Il 29 luglio 1890, durante una gita sociale del Cai di Bergamo al Pizzo Redorta, i soci vennero costretti dal maltempo a ripararsi nella vecchia capanna e si resero conto del suo stato di degrado. Il 23 settembre 1894 viene così inaugurato il nuovo Rifugio della Brunona, poi ristrutturato e dedicato, nel 1968, alla guida alpina Antonio Baroni. Numerose ascensioni prendono il loro via dalla struttura. Tra queste, quelle al Pizzo Redorta, alla Punta di Scais, al Pizzo Coca e al Pizzo del Diavolo di Tenda. Tra le vette più facili, il Pizzo Brunone, il Passo della Scaletta con l’omonimo laghetto e il Sentiero delle Orobie, che continua il suo percorso lungo un tracciato affascinante al cospetto delle montagne citate, fino a raggiungere il rifugio Mario Merelli al Coca.

Conclusioni. L’aria di montagna e il panorama riempiono gli occhi, la buona cucina e l’ottima accoglienza completano il tutto. Ecco perché una polenta al Brunone ha un sapore che non si può descrivere. Vale la pena fermarsi una notte a contemplare la meraviglia offerta da queste vette. Potremo così assistere al tramonto sul Pizzo del Diavolo, allo spettacolo delle migliaia di luci che si accendono nel cielo, fino all’alba che sorge dal Pizzo Redorta e sui suoi canali, spesso innevati fino a estate inoltrata.

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