Tour della Bergamo scolpita

C’è un microcosmo attorno a noi che popola vie, piazze, angoli ed edifici del nostro abitato, ma che non siamo abituati a notare o a considerare! Eppure fa capolino, ci osserva muto e silenzioso ed è lì, quasi sempre, nella stessa posizione in cui venne collocato decenni, secoli, se non un millennio fa! Stiamo parlando di tutte le epigrafi, le lapidi, le targhe e i resti archeologici disseminati, parrebbe, confusamente in città. Ma c’è di più, perché oltre a tutto ciò serve considerare anche tutto quanto costituisce un’emergenza plastica, quindi alto e bassorilievi, stemmi, sculture e tutto ciò che si presenta visivamente a tutto tondo.

Della Bergamo Scolpita si è parlato durante l’ultima Fiera dei Iibrai di Bergamo, quando si è appreso che è stata condotta una ricognizione in Bergamo Alta e Colli di Bergamo, il cui fine è stato quello di documentare lo stato di degrado e consunzione in cui versano alcune significative testimonianze del nostro passato. E la sorpresa è stata apprendere che di elementi plastici ne sono stati rilevati ben 1115. Tra le sorprese, ad esempio, anche il bassorilievo in apertura, posto dietro il balconcino al primo piano della Torre di Cittadella in Piazza Lorenzo Mascheroni, la cui iscrizione recita: PER SIGNUM CRUCIS DE INIMICIS NOSTRIS LIBERA NOS DEUS NOSTER (Con il segno della croce, o Dio nostro, liberaci dai nostri nemici).

 

Porta San Lorenzo

Un esempio calzante è quello duplice di Porta San Lorenzo (alias Garibaldi) dove convivono due testimonianze distanti l’una dall’altra poco più di 200 anni: sotto l’arco della porta una lapide ricorda la fine della peste e cita il capitano-vice podestà-soprintendente alla sanità Giovanni Antonio Zeno, che da solo si sostituì a tutte quelle cariche giudiziarie e sanitarie necessarie per far fronte al contagio. La nuova dedicazione a Garibaldi risale al 1907, anno in cui fu collocata la lapide prima sopra il fornice e poi spostata sul lato destro della porta, a memoria dell’ingresso nella città di Bergamo dell’eroe dei due mondi l’8 giugno 1859 in compagnia dei Cacciatori delle Alpi e che pose fine alla dominazione austriaca perpetuatasi dal 1815.

 

Teatro Sociale

Sguardi e visini nascosti, anche perché in altezza, sono quelli che si affacciano dal primo piano del Teatro Sociale in Via Colleoni, sorto su un’area appositamente acquistata dai notabili e ricavata da demolizioni di vecchi edifici, malsani e fatiscenti, posizionati tra la Corsarola e Piazza Vecchia, dietro l’antico Palazzo del Podestà veneto, all’epoca destinato a sede del nuovo Tribunale. L’edificio sito sull’ultimo tratto della via, stretto tra cortine murarie senza soluzione di continuità, è privo di una facciata: solo il primo piano è cadenzato dall’unico elemento decorativo concesso, costituito dalle lunette delle finestre, entro cui sono inseriti una serie di tondi con teste scolpite riprese frontalmente e di profilo, pertinenti al mondo delle arti teatrali.

 

Borgo Canale 31

Spostandoci sui colli, non lontano dalla chiesa di Sant’Erasmo e quasi di contro alle ultime case abitate della parte superiore di Borgo Canale, si trova un’abitazione dall’aspetto piuttosto rustico all’altezza del civico 31. Osservando la muratura si scorgono tracce di un’antica muraglia oltre a un’imposta d’arco, ultima testimonianza insieme a una lapide della porta torre dei Sanici, dal nome della famiglia più prossima alla costruzione, che nel Medioevo chiudeva l’estremità occidentale del borgo e quindi della città di Bergamo. Dell’esistenza della porta è a testimonianza la lapide e lo stemma riferito al podestà Filippo d’Asti che la fece costruire nell’anno 1256, quasi certamente in sostituzione di un battifredo in legno.

 

Ex convento di Sant’Agostino

Infine un altro elemento curioso si trova appollaiato all’altezza dell’ingresso al parcheggio interno l’attuale sede universitaria, ricavata nell’ex convento di Sant’Agostino alla Fara, sul pilastro destro, dove si scorge uno scudo a testa di cavallo in pietra arenaria di Sarnico: ai lati sono apposte le lettere capitali A e R, inscritto entro l’ultimo concio del pilastro, sormontato dalla porzione terminale di un’epigrafe in pietra di Zandobbio, il cui testo, quasi a sigillo dell’eredità dei monaci, recita: CANTATE DOMINO IN LETITIA (Cantate al Signore in letizia).

 

Il chiostrino

La prima pietra del complesso agostiniano venne posta dal vescovo Roberto Bonghi il primo gennaio 1290, su un preesistente insediamento monastico, intitolato ai santi Filippo e Giacomo. Nel contempo veniva eretto il complesso conventuale lungo il lato settentrionale dell’edificio sacro, intorno al chiostro originario, attestato già nel 1331, cosiddetto “piccolo” in confronto a quello cinquecentesco, che prolunga il complesso verso oriente e la pianura. Dal decreto napoleonico del 1797 sino agli anni Sessanta del Novecento, il complesso venne trasformato in caserma, ma nonostante questo il chiostrino a tutt’oggi si presenta ancora discretamente leggibile nella sua struttura architettonica e nei suoi elementi plastici decorativi, tra cui i resti tombali all’ingresso della sala capitolare.

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