Altri tre grandi tesori bergamaschi
che potrebbero diventare Unesco

Foto in copertina di Enrico Azzola

 

Le Mura venete da lunedì sono Patrimonio dell’Umanità, 53esimo gioiello italiano negli elenchi dell’Unesco. Il riconoscimento è frutto di un lungo lavoro di valorizzazione e insieme di lobbying; l’impatto è sicuramente importante, perché quella dell’Unesco è un’etichetta globale, che quindi fa conoscere la bellezza di tutta una città, grazie alla forza attrattiva di un monumento che fa da pivot. Ma siccome la fame vien mangiando, oggi ci si domanda quali siano gli altri tesori di Bergamo e del suo territorio che potrebbero un giorno entrare in questo elenco (tenendo conto che dal 1995 è già entrato a farne parte il Villaggio di Crespi d’Adda)? Abbiamo immaginato tre potenziali e credibilissimi candidati.

 

Piazza Vecchia

È la piazza che Le Corbusier aveva definito tra le più belle del mondo, elogiandola per il fatto che tra le prime in Europa era stata liberata dalle auto. Nell’insieme con Piazza Duomo viene a comporre un insieme unico, affascinante anche per l’irregolarità della sua topografia. È il luogo genetico della città, dove potere civile e potere religioso si guardavano faccia a faccia. Sino all’anno mille o giù di lì erano un insieme unico; poi nel 1100 è stato innalzato il palazzo del Broletto che fa insieme da separatore e anche da cerniera, grazie al portico che tiene in collegamento le due piazze. Non si contano i gioielli che si affacciano su questo spazio magico, dalla Cappella Colleoni a santa Maria Maggiore con la sua porta dei Leoni rossi, dal Campanone al Duomo, da quel che resta del palazzo del Podestà che fu affrescato dal giovane Bramante alla Biblioteca Mai.

 

Le Tarsie di Lotto

Non ci si deve allontanare di molto per trovare un altro tesoro potenzialmente candidato a entrare nella cassaforte dell’Unesco. Bisogna varcare la soglia della basilica di Santa Maria Maggiore e arrivare davanti alle Tarsie di Lorenzo Lotto. Sono un capolavoro che non ha pari. La loro vicenda è uno dei casi emblematici che fanno capire quale sia il segreto dell’arte e della bellezza italiana: il saper unire genio e artigianalità eccelsa. Infatti, all’origine di questo capolavoro c’è un ragazzo dalle qualità straordinarie, Giovanni Francesco Capoferri, figlio di falegnami di Riva di Solto che i genitori mandarono a Bergamo a formarsi. Lì lo vide in azione Lorenzo Lotto, che con lui decise di partecipare alla chiamata del Consorzio che governava la Basilica, per realizzare un’opera unica per dimensioni: 33 tarsie con relativi coperchi per proteggerle. Un lavoro colossale, meraviglioso per finezza, poesia e qualità. Perché la fantasia fluida di Lotto grazie all’abilità del giovane Capoferri riesce a piegare tutte le rigidità dei legni.

 

La bottega dei Fantoni

Usciamo da Bergamo, saliamo in Val Seriana. L’Unesco potrebbe ben sancire il valore globale di una delle più eccezionali botteghe artigiane che l’Italia abbia conosciuto: quella dei Fantoni di Rovetta. Nel Settecento la loro bottega attestò il rinascimento dei borghi montani grazie al benessere delle comunità, che godevano di libertà e speciali statuti locali, e che prese forma e concretezza nello sfolgorio di questi arredi in legno che riempiono le chiese di tutta la Bergamasca. È un vero patrimonio diffuso, che trova il suo epicentro nella casa museo di Rovetta, dove la dinastia dei Fantoni ha avuto origine e dove c’era il loro laboratorio, che restò attivo per tutto il secolo. È un miracolo che la Bottega di un paesino di 800 anime, sperduto tra le montagne dell’alta Valseriana, abbia riscosso un successo tanto esteso di committenti.

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