Apprezzare nuovamente la bellezza
in mezzo ai colori di Ravasio Fiori

Foto di Sergio Agazzi

 

Nell’incantevole negozio dei fratelli Ravasio – ad angolo tra via Monte Sabotino e Largo Belotti – erano tutti in fermento per la settimana di San Valentino. Più che altro ci si preparava all’arrivo dei ritardatari dell’ultimo minuto, «in preda al panico e con le facce bianche», che entrano sempre a cinque minuti dalla chiusura implorando qualche rimanenza floreale di qualsiasi tipo pur di non rientrare a casa senza il giusto pensiero d’amore tra le mani. Pare siano certi di una pena durissima! In realtà la battuta nasconde anche un po’ di rammarico: «Ormai accade così sempre più nelle feste popolari e sempre meno nelle festività canoniche. Fino a quindici anni fa il giorno di Santa Maria, il 12 settembre, aprivamo prestissimo e in poco tempo finivamo tutte le scorte di fiori. Quest’anno non è entrato quasi nessuno».

 

 

Per Adriano Ravasio, fiorista da oltre cinquant’anni, è come se ci stessimo disabituando alla bellezza: «Per me è stato facile riconoscerla, sono cresciuto giocando in una serra». Indubbiamente, la genetica ci ha messo del suo: fu per primo il prozio Ernesto ad appassionarsi di fiori, tanto che dopo aver studiato alla Scuola di Floricultura di Zurigo divenne, a inizio Novecento, giardiniere capo nella Villa Keller Steiner in Città Alta. Poi fu la volta di suo zio Eugenio – che negli anni della guerra lavorò come giardiniere presso la Santa Sede nello Stato Pontificio – e, infine, i fiori portarono fortuna anche a Vittorio, papà di Adriano. Spedito in un campo di prigionia in Sudafrica, ebbe in sorte l’incontro con una benestante signora di Johannesburg che lo fece lavorare per tutto il tempo come giardiniere nella propria casa. I fiori avevano salvato anche lui, tanto che il suo rientro in Italia tardò di due anni rispetto alla fine della guerra. Quando Vittorio tornò a casa, portò in tasca con sé alcuni semi di un fiore che aveva visto solo lì e del quale, probabilmente, avrebbe avuto nostalgia da quanto era bello. Si trattava di un papavero giallo e rosso che sembrava fatto di carta pregiata. Il signor Adriano ce lo mostra in negozio, lo tiene con delicatezza, lo guarda con gratitudine: «Fu proprio mio padre a diffonderlo prima in Italia e poi in Europa». E gli lasciò il suo simpatico nome inglese, Poppy, che portava con sé la dolcezza di un tempo buono.

Il primo negozio fu aperto nel 1937, nello stesso luogo in cui è ancora oggi. I fiori sono in parte gli stessi, quelli coltivati direttamente dalla famiglia Ravasio, cui si sono aggiunti quelli provenienti ormai da tutto il mondo. All’esterno, sull’ampia vetrina, compare tutt’ora l’insegna d’epoca dorata: “Specialità Corbeilles e bouquets”. Nella credenza alle spalle del banco, Adriano conserva gli eleganti nastri che il padre utilizzava per legare i fiori («Una volta erano tassativamente in tessuto»), perché alla bellezza ci si educava anche così, attraverso dettagli preziosi. Oggi, spiega, paiono tutti più distratti, più attenti a stupire con effetti speciali: «Pensa, qualche giorno fa ci hanno chiesto cinquecento rose rosse», perché c’è ancora qualcuno che fa il romantico… «Ma in genere dopo il matrimonio passa». Scoppiamo a ridere, anche se ci resta addosso un po’ di amarezza: nel loro negozio si è letteralmente travolti da una straordinaria grazia, che non è solo quella dei fiori, ma anche dello sguardo e delle mani attente di chi vi lavora realizzando bouquet e composizioni che sono vere esplosioni di vita e colori.

 

 

Vedendo il velo di malinconia che ci ha attraversati, Adriano aggiunge con un sorriso: «In realtà ci sono anche storie bellissime: c’è una signora che vive sola e che ogni sabato prende due trionfi di tulipani. Lo fa per sé: il bello allunga la vita». Poi c’è la tenera storia di quel figlio che ogni anno, in occasione del compleanno della mamma, prendeva tante rose quanto il numero dei suoi anni. Ogni anno. Senza mai mancarne uno. E ogni anno alle rose accompagnava un biglietto, accuratamente scritto a mano, che diceva solo, semplicemente, «Grazie Mamma».

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