Avete mai visto il Diluvio Universale
dentro Santa Maria Maggiore?

Nel 2015, anniversario dei 750 anni di fondazione della Congregazione della Misericordia Maggiore, per festeggiare al meglio la ricorrenza fu deciso di restaurare la grande tela raffigurante Il diluvio universale che “Il Cav. Pietro Liberi pittore a Venezia” fece nel 1661, su commissione della Congregazione, per la Basilica di Santa Maria Maggiore. Oggi, dopo circa due anni, si restituisce alla città un capolavoro ancora poco conosciuto e un punto di riferimento importante dell’intera opera pittorica di Pietro Liberi. Un restauro impegnativo (il telero è di 34 metri quadrati di superficie per circa 4,5 quintali di peso) affidato a Antonio Zaccaria. Per la rimozione (ostacolata dall’imponente bussola lignea) dalla parete meridionale del transetto della Basilica si è dovuto mettere a punto un progetto specifico e particolarmente elaborato che ha permesso di calare il manufatto grazie a un sistema di funi e tiranti. L’operazione di pulitura ha permesso di rimuovere dalla superficie pittorica spessi depositi di pulviscolo atmosferico e di vernice protettiva ormai notevolmente alterata e ingiallita e ha restituito i toni cromatici e i timbri chiaroscurali originali ma soprattutto la vertiginosa profondità che Liberi aveva magistralmente creato. Si restituisce un capolavoro, ma, soprattutto, si “risarcisce” idealmente il pittore che ebbe con Bergamo un rapporto davvero “burrascoso”.

 

 

La storia. La chiamata a Bergamo di Pietro Liberi (Padova 1605- Venezia 1687) pittore di grande fama non solo a Venezia (nominato Cavaliere di San Marco nel 1653 e Reichsgraf, conte dell’impero, nel 1658, da Leopoldo I alla corte di Vienna) era chiara testimonianza del desiderio dei Fabbriceri di scritturare una personalità di primissimo piano e di sicuro talento. Tuttavia la “vicenda“ tra la MIA e il Liberi non fu così felice: il contratto tra il Consorzio e l’artista, stipulato l’8 settembre 1660, prevedeva che il pittore portasse a termine 16 dipinti, ma di questa grossa commessa un’unica opera fu realizzata: il diluvio universale, appunto, da piazzarsi, come fu, sulla porta laterale di mezzogiorno della Basilica. Ed ecco che alla consegna del quadro, avvenuta nel maggio dell’anno seguente, il malcontento prese i committenti che decisero di inviare al pittore una lettera di protesta in cui dichiararono che il quadro non corrispondeva «alle promesse da lei fatteci onde pretendiamo che lei lo riformi nella forma laudabile… et intanto doverà sospendere le altre opere».

 

 

Non è chiaro quali fossero le promesse disattese e quali le modifiche da apportare, ma pare più che evidente che, tra il pittore e la MIA, ci fosse un profondo divario di gusti e concezioni, visto che il 5 agosto dell’anno seguente anche il bozzetto del Giudizio universale fu giudicato «mancante in tutti i capi» e bocciato categoricamente. È legittimo pensare dunque che i Fabbriceri non fossero ancora in grado di apprezzare l’originalità di un artista cresciuto grazie al contatto con ambienti culturali molto lontano da Venezia, come Roma e Firenze, da cui aveva tratto elementi di grande originalità rispetto ai veneziani contemporanei. Non è azzardato affermare che al pennello esuberante e vitalistico di Liberi si deve il rinnovamento in chiave barocca dell’icono grafia sacra tra Venezia e Padova, ossia tra uno dei principali crocevia del mercato artistico internazionale.

Tra l’altro l’artista non era certo una personalità semplice, ne è testimonianza la sua vita avventurosa con soggiorni in Medio Oriente, Africa, Spagna, Centro Europa, nonché le “disavventure” (nel 1632 venne arrestato a Tunisi come spia) e i successi militari, soprattutto nelle campagne contro i Turchi. A ciò si aggiunga il suo legame con le nascenti accademie scientifiche che lo resero certo uno spirito libero con una notevole autonomia intellettuale.

 

 

L’opera. Nel Diluvio Universale, piacevole nella sua la ritmica orizzontale, si coglie appieno la complessa formazione dell’artista: dal gigantismo di matrice michelangiolesca, all’attenzione del tutto nuova per le contemporanee prove di Luca Giordano, pur senza dimenticare la tradizione veneta, in questo caso tintorettiana. Il dipinto racconta il celebre episodio del Diluvio Universale, tratto dal libro della Genesi (7; 8, 1-19), presentato, con una scelta insolita, nell’attimo in cui il vento costringe al ritiro i nembi minacciosi della tempesta per lasciare spazio al ritorno del mondo alla luce e alla vita. Nei corpi dei sopravvissuti, che hanno ormai raggiunto la terraferma, è evidente la grande robustezza di risalti plastici, la stessa che trasforma le nubi sollevantesi a fatica in un fumo denso e acre. Tutt’attorno, sorta di coprotagonista, una straordinaria apertura paesaggistica resa con una pennellata capricciosa e violenta, fatta di tocchi rapidi e di macchie ove la fluidità dell’impasto e “la tenerezza fiorita in cui il colore si scioglie“ (Pilo 1959) lega per via di qualità di materia le persone e gli elementi scenici.

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