Il bello di una salita al Monte Aga

Foto di Angelo Corna

«Sulle cime più alte ci si rende conto che la neve,
il cielo e l’oro hanno lo stesso valore».
(Boris Vian)

 

La parte più dura nello scalare una montagna consiste nella sveglia. Fortunatamente alle quattro del mattino non si è ancora completamente coscienti, cosi le operazioni di routine, come fare il caffè e caricare lo zaino in auto (accuratamente preparato qualche ora prima), non implicano troppi problemi di sorta. La destinazione di oggi è il Monte Aga, che con i suoi 2720 metri di altitudine si prospetta non solo entusiasmante, ma anche particolarmente inusuale per la via di salita scelta in questa escursione.

Partenza. Così, in compagnia di tre amici, alle sei e mezza ci si trova sul sentiero CAI 210 che sale ai rifugi Calvi e Longo. Assaporando il fresco del mattino si transita dal grazioso nucleo di Pagliari e dalla bella cascata della Valsambuzza (m. 1500 ca). Il sole inizia a fare capolino sopra le cime delle montagne e, in prossimità del Lago del Prato, si prende il sentiero di sinistra, con chiare indicazioni per il rifugio Longo. La carrareccia, ormai sgombra dalla neve, prosegue con alcuni zig-zag lungo le pendici del Monte Masoni, posto a sinistra. Si prosegue sul sentiero, che dopo quasi due ore dalle partenza conduce al rifugio Longo (m.2026), di proprietà della Società Alpinista Scais. Una breve pausa per contemplare il rifugio e il panorama, ma soprattutto per recuperare le forze.

Storia del rifugio Longo. Il rifugio Longo è stato costruito dal CAI di Bergamo nel 1923 e dedicato inizialmente alla memoria dei fratelli Calvi. Causa la guerra, il piccolo fabbricato ha subito un graduale degrado che ha convinto la sezione a costruirne uno nuovo, collocato nelle immediate vicinanze del Lago Rotondo. All’inizio degli anni Cinquanta la Società Alpina Scais di Bergamo ha chiesto e ottenuto dal CAI la gestione del piccolo rifugio, ormai in stato di abbandono. Nella costruzione è stato ribattezzato alla memoria dei fratelli Giuseppe e Innocente Longo, periti tragicamente nell’Agosto del 1934 sul Cervino. Negli anni successivi, il rifugio Longo ha finito per attrarre a sé un numero sempre maggiore di alpinisti e di conseguenza, negli anni successivi, la Scais ha effettuato alcune migliorie e il ripristino delle vecchie attrezzature. Nel 1985 e nel 1999 il rifugio è stato ulteriormente ampliato, ingrandendo la sala da pranzo e incrementando i posti letto.

Con picca e ramponi. Lasciandoci alle spalle il rifugio e la sua storia, riprendiamo il nostro percorso che prosegue lungo il segnavia CAI 253. Iniziamo a pestare la neve e, superate due piccole pozze d’acqua, in parte ancora congelate, vediamo davanti a noi la diga del Lago del Diavolo (m. 2120), che raggiungiamo con un’ultima ripida salita. Lo spettacolo non è quello che ci aspettiamo: il livello del lago, completamente congelato, è ben distante da quello degli anni precedenti e rende il piccolo specchio d’acqua poco più di una pozza di ghiaccio. Davanti a noi si presentano invece la cupa parete orientale del Monte Aga e il canale che abbiamo scelto per la salita, con l’ampio scivolo di neve conosciuto come Canale Ovest. Calzati il ramponi superiamo la diga lungo il suo coronamento e costeggiamo l’invaso del lago portandoci alla sua destra, fino a raggiungere l’imbocco del canale. Inizia qua la parte divertente della salita, da affrontare con picca e ramponi, ma che non arriva mai a toccare pendenze troppo elevate, rendendola cosi accessibile a tutti. La lunghezza del canale è di quasi 200 metri e vede la sua uscita a una sella, posta a metri 2427 circa. Il panorama che ci attende ripaga dalla fatica. La conca del Calvi si apre davanti a noi, mostrando le cime innevate del Monte Reseda, del Monte Madonnino e del Monte Cabianca. Sotto, un piccolo puntino di colore arancione, il Rifugio Fratelli Calvi, ancora avvolto dalla poca neve scesa quest’anno.

La vetta conquistata. Ma non è ancora finita. Per quanto bello sia il panorama, per guadagnare la cima bisogna sudare ancora un po’. A intuito, cercando l’itinerario migliore tra rocce e neve, risaliamo la cresta sud, che in alcuni tratti richiede l’uso delle mani per trovare gli appigli migliori. Durante la salita notiamo sbucare dalle neve i famosi “bolli rossi”, che ci indicano che la via, per quanto inusuale, viene comunque percorsa. Sono gli ultimi sforzi. Il tratto finale di cresta, comune con la via normale di salita, fa dimenticare qualsiasi cosa. Guadagnata la cima gioie, dolori, casa e lavoro sono solo lontani ricordi. A 2720 metri, sulla vetta del Monte Aga, attende l’escursionista una madonnina, incastonata in una teca di acciaio e plexiglas che la protegge dal gelo e dalle intemperie. Una stretta di mano agli amici presenti e lo zaino finisce in un angolo. Adesso è il momento di godersi la vetta conquistata, gli scatti fotografici e il panorama. Panorama che lascia davvero senza fiato e che spazia su tutte le Orobie fino alla vicina Valtellina. Tra tutti però, ad est, spicca lui, il re indiscusso della Val Brembana: il Pizzo del Diavolo. Cosi vicino che quasi sembra di toccarlo! Se ci spostiamo a sinistra notiamo invece l’arcigno Pizzo di Cigola e il passo omonimo, che sarà la nostra via di discesa. Continuiamo con la sguardo in direzione nord-ovest e compaiono in sequenza il Monte Masoni, con le sue due cime, Il Pizzo Zerna e il Monte Chierico.

 

 

La discesa. La discesa avviene da quella che, d’estate, è conosciuta come via normale di salita. Raggiunto il vicino Passo di Cigola scendiamo, sulla neve ormai smollata e sotto un sole cocente, in direzione del Lago del Diavolo, restando però alti rispetto allo stesso e costeggiandone, questa volta, il lato opposto. Scendendo non possiamo non notare il canale percorso, che da questa angolazione incute quasi timore! Con reverenza osserviamo la parete della montagna e di buon passo raggiungiamo dapprima la diga e successivamente il poco distante Rifugio Longo, dove ci fermiamo per l’ultima breve pausa prima di raggiungere l’auto.

Soddisfazioni. Soddisfatto, stanco ed ustionato dal sole cocente, controllo il gps che indica quasi 22 chilometri di cammino e 1600 metri di dislivello. Il bello sta proprio qui: non c’è gusto se non te la sudi, non c’è gusto se non ti alzi alle quattro del mattino, e non c’è gusto se è facile arrivarci. Io lo capisco quando arrivo in cima, mi siedo al sole e tolgo dallo zaino il panino con il prosciutto confezionato, nella maggior parte dei casi, ore prima. Ormai sarebbe assolutamente immangiabile per la maggior parte delle persone. Eppure, secondo me, non ce pranzo migliore. Mai panino fu più guadagnato. E mai sorso d’acqua potrà avere sapore migliore.

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