I bergamaschi in vacanza
si fanno riconoscere subito

Una delle cose certe quando si parte in vacanza, oltre a quella di dimenticarsi le ciabatte, è di incontrare un bergamasco. Che sia una località di mare o di montagna, o una città d’arte, ci sono delle cose che rendono inconfondibile il compatriota in terra straniera.

«Ada che bèl!». Primo segno distintivo, lo stupore di fronte a una bellezza del posto. Il bergamasco arriva in loco e mentre compie l’ultimo passo si pianta con le mani sui fianchi in posa da conquistatore spagnolo ed esclama: «Ada che bèl!». Se sei bergamasco anche tu, sai che lo stupore è dovuto di solito al paesaggio naturale che a Bergamo valutiamo sempre come componente fondamentale della bellezza locale. La sola altra cosa che può suscitare tale entusiasmo è una costruzione in muratura: «Ada se i’ l’ha fač sö bé!», esclamano con aria valutativa. Segue una scheda tecnica dettagliata della struttura, per verificare se è costruita come Dio comanda. Tipo di cemento, infissi, tegole, orientamento, intonacatura, stime sul costo e su quanti operai ci sono voluti.
Poi il bergamasco si avvicina all’angolo, sempre con le mani sui fianchi e procede alla stima finale, che suggellerà per sempre la sua impressione. Si mette a filo, si china un po’ verso lo spigolo e chiude un occhio.

«L’è mia a bóla». Dopo pochi attimi il verdetto, che quasi sempre però riconferma che, sì, la costruzione altrui è bella, ma nessuno di questo mondo potrà mai superare l’abilità edile di un bergamasco: «L’è mïa a bóla!». E questo quando osserva opere di grande e conclamata fama mondiale, se si tratta di edifici così così il tempo perso sarà il meno possibile. Con le mani sui fianchi, rigorosamente, dirà: «Töt ché? N’ghe l’ha pò a’nótre». Il bergamasco si distingue sempre per la sua cautela negli entusiasmi. Se anche una cosa gli piace, non è certo il caso di sprecarsi in troppi elogi, figuriamoci se poi una cosa non è niente di eccezionale; non è proprio il caso di spostarsi dalla terra natia per una mediocrità.

 

 

Ibiza provincia di Bergamo. La spiaggia è sicuramente un altro ambiente in cui possiamo facilmente sentirci a casa. Una volta il bergamasco colonizzava soprattutto la riviera romagnola grazie alla mitica Freccia Orobica che portava orde di montanari, accatastati in comodi vagoni bestiame, verso la loro settimana di mare. I tempi però sono cambiati, oggi anche noi abbiamo espanso i nostri orizzonti. Ibiza, per esempio, è diventata un’estensione della nostra provincia; si vocifera che vogliano introdurre i cartelli in dialetto e locali dove servono polenta e paella. Ma nonostante questo, il bergamasco che prenota per Ibiza si sente un amante dell’avventura e quando si stende in spiaggia pensa di essere l’unico rappresentante dell’etnia. E come tutti sotto l’ombrellone, si guarda in giro e commenta. Individua quello che secondo lui è il «solèt terù», perché ha buttato la cicca nella sabbia e inizia a spettegolare squisitamente. Siccome è consapevole però che nel mondo «ghè pié de terù», si fa furbo e dice al suo compagno di viaggio: «Parla ‘n bergamasc, issé i’ capés mïa». Peccato che il “solèt terù” che avevano individuato proviene in realtà da Paladina, così come tutti i vicini di ombrellone a trecentosessanta gradi, dimostrando la vicinanza di comportamento tra varie etnie italiane.

È quello che cerca l’ombra. Tuttavia è più facile che in vacanza i bergamaschi socializzino tra loro, piuttosto che criticarsi. Soprattutto nelle località calde, l’esemplare tipico soffre molto. In visita guidata, per esempio in un posto molto soleggiato, è quello che cerca l’ombra, anche dei cipressi, per sostare e sventolarsi con qualsiasi oggetto che smuova aria: cartine, depliant, cappelli, scontrini, la mano della moglie. Se vi avvicinate, vi riconoscerete subito dal tipico verso d’agonia dell’orobico accaldato: «Madontena che colt». Se anche voi siete accaldati e avete compreso, risponderete certamente: «Parla mïa!» e l’amicizia sarà istantanea ed eterna. A questo punto i due bergamaschi si scambiano due o tre battute all’ombra del cipresso, e convengono poi sull’inutilità di continuare a seguire la guida, perché loro hanno già visitato una volta Città Alta e che questi posti «i’è töcc i’stèss» (non importa che l’ambiente in questione sia un castello, un parco o una scogliera, dopo i 22 gradi tutta la cultura diventa uniforme). Individuano quindi un chiosco e «‘Ndèm che’n va a bagnà l’bèc!». Dopo aver constatato che il calice misto non è una bevanda universalmente nota, ripiegano su una birra e terminano lì la loro visita guidata. Ritrovandosi in stazione o all’aeroporto, ricorderanno della vacanza soprattutto il clima e il sudore versato e converranno entrambi che «l’an che ì en va al fresc!».

Costumi anni Settanta. Se siete in una località di mare, di sicuro potrete individuare i vostri concittadini dai loro vestiti. Poiché a Bergamo il mare non si vede nemmeno da lontano, e dopotutto è considerata una cosa un po’ sconveniente e a tratti oscena concedersi troppe vacanze in spiaggia durante l’anno, il bergamino D.O.C. ha gli stessi costumi dal 1973. Sono pezzi da collezione che nemmeno la ditta produttrice sa più di avere, ma loro si ostinano a sfoggiare slippini più o meno intatti su fisicità che però hanno subito qualche modifica passando per tre decadi. Ma da questo orecchio non si sentono ragioni. «L’elastèc l’è amò bù», perché si dovrebbe cambiare un costume che si usa solo una settimana all’anno? Lo stesso discorso vale per le ciabatte, rigorosamente Asics blu con la scritta bianca, il cappellino, il telo mare e il borsone che sarà lasciato in eredità ai figli.

 

[La Freccia Orobica]

 

Stesso mare, stesso albergo. Nemmeno l’albergo si può cambiare, e se per caso da un anno all’altro il gestore della “Pensione Susanna dal 1951” ha la balzana idea di morire, il bergamasco si risentirà molto per il cambiamento e quasi quasi sarà tentato di rinunciare al mare. Sì, perché gli alberghi in riviera devono la loro fortuna ai bergamaschi, che anno dopo anno perseverano e si ritrovano sempre lì e sono sempre gli stessi negli stessi periodi. Se malauguratamente un anno una camera si libera, l’estate si potrebbe riempire di dramma a seconda dei nuovi occupanti che potrebbero arrivare. Passi se si tratta di nordici (ma «mïa dì milanés!»), con il tempo e severi test d’ammissione si potrebbe anche accettare la loro presenza. «Basta che i sés mïa di tedèsch!» esclama il bergamasco risoluto che difende la sua territorialità anche in trasferta. Si creerà una coalizione che inesorabilmente li emarginerà dal gruppo e anche da ogni servizio turistico nel raggio di tre o quattro bagni, fino a quando lo straniero verrà ricacciato oltre confine e verso altri alberghi.

Questione di spazio. Se finora non vi siete riconosciuti in nessuna di queste caratteristiche bergamaschissime, sono certa che in questa qui sicuramente vi identificherete. La folla. Ai bergamaschi la folla non piace, siamo abituati ad avere più spazio vitale e comunque possiamo sempre trovarlo andando a rifugiarci in cima a qualche montagna. È con grande ingenuità quindi che il bergamasco tipo rimane basito di fronte alla calca ed esclama con le mani sulla testa: «Modóna quàta zét!». Non importa che si trovi in spiaggia a Ferragosto o davanti alla Gioconda o in coda per un qualche evento importante. Lui non concepisce la folla, già quando sono in tre in Posta gli sembra che manchi l’aria. Piuttosto che condividere il suo esteso spazio vitale con altri esseri umani, rinuncia e torna a casa. Afferra decisamente i figli e la moglie per un braccio dicendo «N’dèm che’n va, té farét mïa che la cûa ché!?». Perciò ti avviso, è inutile cercare di dissimulare. Se sei bergamasco e hai fatto l’opinabile scelta di prenderti una vacanza, rilassati e sii orgogliosamente te stesso. Tanto verrai smascherato comunque dal tuo vicino di Paladina.

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