Il bombardamento che ferì Dalmine
nei ricordi e nei racconti dei vecchi

Ha novant’anni, ma quel tragico ricordo fa tornare sul suo volto i tratti del ragazzino spaventato, traumatizzato da quel bombardamento allo stabilimento della Dalmine che nel 1944 gli ha portato via il padre. Luigi Roggeri è uno dei 53 novantenni che l’Amministrazione ha voluto festeggiare nell’ambito degli eventi organizzati per il Novantesimo compleanno del Comune. C’era anche lui, due settimane fa, alla Fondazione Dalmine, per l’incontro con i giovani delle classi prime e seconde della scuola secondaria di primo grado, che fanno parte del Consiglio comunale dei ragazzi e delle ragazze. «Scusi ma sa, l’emozione… Mi manca ancora il mio papà», dice con la voce rotta e i lucciconi negli occhi. «È morto sotto il bombardamento della fabbrica, lo hanno trovato dopo quattro giorni. Lo hanno riconosciuto dai pantaloni che indossava». Luigi era il terzo di sei fratelli, la sua famiglia viveva a Foresto Sparso. Compiuti i 18 anni è andato anche lui a lavorare alla Dalmine: «Dovevo aiutare mia mamma, i miei fratelli. Ancora oggi mi dicono che è stata una fortuna avere la mia busta paga, altrimenti non avremmo saputo come sfamarci». Quando Roggeri è stato assunto, lo stabilimento era ancora in ristrutturazione: «Ricordo che la portineria era tutta puntellata perché non crollasse. L’abbiamo sistemata noi operai la fabbrica. Io lì dentro ci ho lavorato 37 anni: 13 come tornitore, 14 come idromeccanico e gli ultimi 10 anni come caporeparto, ma sono stati i più brutti, i più difficili, avevo tanta responsabilità. Non è mica facile comandare».

 

 

Emilio Presciani il 6 luglio 1944 aveva 17 anni e stava lavorando nel reparto meccanica. Mai si sarebbe immaginato che gli aerei degli alleati scaricassero 77 tonnellate di bombe sullo stabilimento della Dalmine provocando 278 morti. E senza che nessuna sirena suonasse per avvertire gli operai di mettersi al riparo. «Quel giorno ricordo che alle 11 è saltata la corrente ed era un fatto strano, non succedeva quasi mai – racconta con una lucidità sorprendente – Noi operai non capivamo cosa stesse succedendo. Passato qualche secondo abbiamo sentito un’esplosione tremenda, partita dal reparto acciaierie». La paura ha immobilizzato il giovane: «Sono rimasto impalato, non riuscivo a muovermi, poi un collega mi ha chiamato, mi ha svegliato dal torpore e mi ha urlato di seguirlo. Ci siamo rifugiati sotto dei bancali, poi la prima ondata è cessata, così abbiamo raggiunto la portineria, mezza distrutta, e siamo usciti fuori. Abbiamo preso la strada del mulino, poi ci siamo buttati a terra perché arrivava la seconda ondata. C’è stata una fiammata altissima, era stata colpita l’infermeria. Siamo riusciti a scappare e a metterci in salvo». Dopo quei minuti di terrore, agli occhi di Emilio si è presentata la devastazione: «I feriti erano nelle cascine, distesi sulla paglia in attesa di cure. Io sono tornato nello stabilimento per prendere la mia bicicletta e ho visto che aveva le ruote sgonfie. C’era tanta confusione, militari, gente che correva. C’erano feriti dappertutto e i cittadini li caricavano sulle poche auto che esistevano all’epoca e li trasportavano in ospedale. La chiesa era piena di morti. In un periodo successivo l’azienda ha coinvolto anche gli operai nella ricerca dei dispersi. Molti corpi erano stati dilaniati dalle bombe, si cercavo i pezzi dei nostri compagni tra le macerie». Recuperata la sua bicicletta, il giovane Emilio fece ritorno a casa, a Crespi d’Adda: «Lungo la strada ho incontrato i miei familiari che stavano venendo a Dalmine a cercarmi».

 

 

Imeria Polini è una donna riservata, inizialmente non vuole raccontare la sua storia e allunga il passo, nonostante i suoi 90 anni, per lasciarci indietro. Ma sabato è stata una giornata particolare, carica di ricordi e di emozioni e, alla fine, complice la figlia, si lascia convincere. «Mio papà è morto nel bombardamento della Dalmine, aveva 46 anni e ha lasciato mia mamma con noi quattro fratelli. Dopo qualche tempo hanno assunto anche me nello stabilimento, lavoravo in mensa». La famiglia, dopo la scomparsa del padre, era tornata a Villongo, paese di origine della mamma di Imeria. «Tutti i giorni mi facevo Villongo-Dalmine in bicicletta, con tutte le stagioni, con il caldo, con la neve. Poi una signora mi ha offerto ospitalità a casa sua vicino alla fabbrica per qualche giorno a settimana, così non dovevo andare avanti e indietro». In quegli anni stavano costruendo l’autostrada e gli operai per un certo periodo permettevano alle biciclette di transitare: «Tante volte per fare prima ci attaccavano ai camion e ci facevamo trascinare – racconta Imeria – Ricordo che nel periodo della guerra vivevamo nella paura, tutti i giorni, in ogni momento avevamo paura. Poi, quando la guerra è finita, c’è stata una lenta ripresa e quella brutta sensazione pian piano è andata via. Io mi sono sposata con mio marito, che è stato prigioniero per otto anni in Germania».

Regina Girotto è originaria di Treviso e a Dalmine si è trasferita per amore. «Amore? – dice con il suo accento veneto ma utilizzando espressioni tipiche bergamasche – Diciamo pure così. Ho conosciuto un bergamasco che faceva il militare a Treviso. Era il suo ultimo mese. L’ho visto cinque volte e poi ho accettato la sua proposta di matrimonio». La figlia dice ridendo: «Noi le chiediamo sempre: ma vi siete almeno baciati prima di sposarvi?». E Regina risponde: «Se ho comprato cinque figli…».

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