Se Botticelli fosse stato qui…

Foto in apertura: le Storie di Virginia e Lucrezia in esposizione fino al 28 gennaio 2019 all’Accademia Carrara

 

Il focus espositivo dedicato a Botticelli in Accademia Carrara si caratterizza principalmente per essere un’esposizione di nicchia ma molto preziosa, perché riconferma la perizia e lo studio continuo dedicato al nostro incredibile patrimonio artistico dopo il suo riallestimento: nuove datazioni per le opere della collezione permanente della nostra pinacoteca, poste in dialogo o a confronto con altre provenienti dai musei e dalle biblioteche di Berlino, Boston, Novara, Prato, Washington oppure con riproduzioni in bianco e nero di altre disperse e che oggi, grazie a queste occasioni, possono invogliare la ricerca e il recupero tramite i media e anche i social. Oltre a questo, però, alla mostra su Botticelli va anche il merito di ribadire come quella di Bergamo sia una tra le pinacoteche italiane che vanti il più alto numero di dipinti “firmati” dal maestro fiorentino, coadiuvato dalla sua bottega. Nato nel 1445 e morto nel 1510 a Firenze, Alessandro Filipepi, in arte Botticelli (da “Battigello” per la sua attività presso laboratori orafi locali), si è formato presso le botteghe del Verrocchio in compagnia di Leonardo e del domenicano Filippo Lippi. A Roma ha realizzato alcuni dipinti nella Cappella Sistina per poi rientrare trionfante nella capitale medicea e lavorare incessantemente per la ricca committenza mercantile locale. La sua esistenza, dunque, l’ha trascorsa per lo più in Toscana e a Firenze, ma se nel suo peregrinare fosse giunto anche a Bergamo, Botticelli che cosa avrebbe visto attorno a sé? Quali edifici gli si sarebbero dispiegati innanzi?

 

[Storie di Virginia, Botticelli, Accademia Carrara]

 

Immaginandolo giungere a cavallo da sud, lo avrebbe sicuramente colpito l’aspetto turrito della nostra città, ancora settata nel suo aspetto medioevale sebbene già sottoposta dal 1428 al domino veneziano, quindi con un’estensione minore rispetto l’attuale: più arretrata nel suo perimetro e a ridosso delle attuali vie Arena e Porta Dipinta (l’antica via degli Anditi medioevale), della Fara e San Lorenzo fino al Vagine e Colle Aperto, in quell’asseto recentemente riemerso e ben visibile lungo Boccola-San Lorenzo grazie agli operatori di OrobicAmbiente. Torri e cime mozzate nelle surclassate terminazioni ghibelline a coda di rondine o rimpattate nella merlatura guelfa, su cui sicuramente emergeva l’attuale Gombito e le torri trecentesche della Scaraguaita, Iscrizione, Beccarina e Canton, appartenenti a quella che da roccaforte viscontea (Cittadella) si era trasformata in Casa del Capitano veneziano. Resistevano la Cappella (San Vigilio) e la Rocca (prossima a divenire casa patrizia “La Marchesa”) e ancora facevano capolino a ridosso della fortificazione i campanili della basilica alessandrina e di San Gottardo in Borgo Canale e dei conventi francescani di Santa Chiara e di San Francesco, così come di quello domenicano dedicato ai Santi Domenico e Stefano.

 

[Storie di Lucrezia, Botticelli, Isabella Stewart Gardner Museum di Boston ma ora esposto alla Carrara]

 

Cavalcando verso la città “alta”, avrebbe optato per il varco sud delle Muraine, lambendo l’erigendo Convento e chiesa dei Minori (Le Grazie), per poi notare i monasteri domenicani e l’imbocco della contrada di Prato a sinistra e magari passeggiare al trotto lungo il “Sentierino”, per poi risalire l’attuale Largo Bortolo Belotti e notare la fabbrica speditissima della Ca’ Granda di San Marco, dove si crede che un suo compagno d’arte, Donato Bramante, sia intervenuto nei chiostri minori. Risalito Borgo Pignolo e poi Porta Dipinta, non avrebbe mancato di notare sulla sinistra le chiese di San Michele al Pozzo Bianco e di Sant’Andrea, per poi giungere al Mercato delle Scarpe: lasciandosi alle spalle la casa dell’ex conte palatino di Bergamo, Guidino Suardi (stazione della Funicolare alta) e avanzando per la vicinia di San Pancrazio, con fonte e piazza omonima, avrebbe ammirato i fronti decorati di via Gombito fino alla domus Mercatorum, divenuta già casa Gambirasio, per approdare in uno slargo (Piazza Vecchia) non ancora così ben riordinato e geometricamente disposto come oggi; di definito vi erano solo il palazzo del podestà medioevale con tanto di scalinata e Casa Suardi, il retro oggi fronte del Palazzo della Ragione, il Regio nuovo (attuale Biblioteca Angelo Mai) e, naturalmente, la prima vera Parrocchiale di Bergamo Alta, San Michele all’Arco, col suo cimiterino debordante sul corso principale, confusa tra lo scanzonato bordello comunale alle sue spalle e il cicaleccio di locande e osterie, botteghe e laboratori artigiani.

 

[Ritratto di Giuliano de’ Medici, Botticelli, Accademia Carrara]

 

Ma sicuramente sarebbe stato lo splendore di Piazza Duomo a meravigliare il nostro artista, con l’Episcopio e la Curia nelle fogge ancora medioevali e la piccola chiesetta superstite di San Biagio, il protiro settentrionale della Basilica, lo sfolgorio della Cappella Colleoni con i suoi sarcofagi già collocati, sempre immaginando che Botticelli fosse giunto in visita dopo il 1476, e il cantiere quattrocentesco del Duomo filaretiano. Poco oltre il Fontanone, senza l’edificio sovrapposto molti secoli dopo dell’Ateneo, e girando l’angolo il monastero di Santa Maria delle Rose, il Consorzio dei Carcerati, il protiro meridionale della Basilica e il monastero benedettino.

 

[Cristo benedicente, Botticelli, Accademia Carrara]

 

Sceso poi lungo i borghi, magari scegliendo quello più generoso di compagni d’arte e di artigiani, quello di San Leonardo, avrebbe potuto conoscere un Baschenis o un Averara, per poi decidere di voler rendere omaggio a un ordine conventuale a lui caro considerando le sue origini toscane: quello vallombrosiano adagiato nella conca di Astino. Ma se mai il pensiero lo avesse sfiorato, la tentazione forse lo avrebbe spinto lungo la direttrice orientale e a seguire a piegare verso Milano, dove avrebbe potuto far compagnia o trovare ospitalità da uno dei suoi primi compagni di alunnato, Leonardo, in quell’epoca nel suo primo soggiorno milanese presso il Moro. Meglio invece immaginare che abbia preferito far ritorno a casa, nella sua Firenze, proprio per realizzare le spalliere con le sue “Storie” – Virginia, Lucrezia e chissà quante altre – la cui datazione, grazie agli studi condotti dai curatori per la mostra in corso in Carrara, fa slittare la datazione dalla fine del Quattrocento al 1505, proprio pochi anni prima della morte, in età quindi matura. E questo permette a noi tutti, in particolare oggi e fino a fine gennaio, di ammirarle come allora, poste una a fianco dell’altra, a 150 anni di distanza almeno dalla loro separazione.

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