Brivio Gioielli sulla Corsarola
Per credere sempre nella bellezza

Una vita dedicata ai gioielli, con trascorsi di arte orafa alle spalle e un futuro scintillante tutto da scrivere. «I miei nonni paterni avevano una gioielleria a Ponte San Pietro. Mio padre ha seguito le loro orme aprendo la sua gioielleria in città alta e battezzandola col cognome di mia madre». Il racconto di Fabrizio Zirafa, titolare di Brivio Gioielli in via Colleoni 19/A a Bergamo alta, inizia così, con l’amore e la tradizione come coprotagonisti di scena. «Mia madre si chiama Maria Teresa Brivio. Nel ’79, mio padre ha inaugurato la sua gioielleria in via Porta Dipinta, dedicandola a lei – continua Fabrizio – e quando è venuto a mancare, abbiamo continuato l’opera da lui iniziata. Nel ’91 abbiamo trasferito la vetrina sulla Corsarola, dove si trova adesso».

 

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[Maria Teresa Brivio e Fabrizio Zirafa]

 

La storia e la boutiqueDa oltre ventiquattro anni, Fabrizio mette in pratica quello che ha imparato da piccolo, guardando gli artigiani orafi intenti a forgiare, riparare, modellare: «Quella è stata la mia scuola migliore. Io sono curioso di natura, quindi fin da giovanissimo ho cominciato a cimentarmi in prima persona in piccoli lavori, come le saldature. Sapere come fare qualcosa è l’unico modo per potersi rendere conto se la richiesta di un cliente è fattibile oppure no e per potersi affidare ai migliori collaboratori esterni».

In una boutique di circa 30 metri quadrati, Fabrizio e sua madre Maria Teresa accolgono i clienti ed espongono le loro creazioni accanto a quelle di marchi dell’industria orologiera dal design made in Italy, come Locman, oppure svizzera, come Hamilton, Oris e Swatch, nonché ai gioielli d’argento firmati Pianegonda e alla linea di alta bigiotteria fiorentina Alcozer&J, che lavora i bijoux con ottone e pietre dure, come si faceva negli anni Venti. «Ogni gioiello esposto nelle nostre teche, dalla realizzazione alla produzione, è totalmente opera nostra: io disegno, scelgo i metalli preziosi, seleziono le pietre, le faccio tagliare, studio i colori e i modelli, perché il lavoro del gioielliere non è limitato solo alla vendita, ma comprende un lavoro di ricerca che non è chiaro a tutti».

 

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Un nuovo rapporto coi gioielli. Di tutti i clienti che transitano quotidianamente, la metà è composta da clienti storici e l’altra metà da persone di passaggio che capitano in Città Alta e s’innamorano di un pezzo esposto, perché «negli anni è molto cambiata l’immagine di Città Alta. Oggi il turismo della zona è più incentrato sul food&beverage che sullo shopping vero e proprio». Questo pensiero viaggia parallelamente a un profondo cambiamento anche nell’idea di gioiello: «Se si ha un budget a disposizione, ora la famiglia preferisce destinarlo a un’uscita fuoriporta, a una cena al ristorante o a un evento piuttosto che a un bene prezioso che resterà nel tempo».

Una consuetudine del tutto nuova, visto che «ci sono testimonianze di ornamenti alla persona anche nella pittura rupestre preistorica – racconta Fabrizio, in un excursus storico sugli usi e costumi della società – gli Egiziani avevano il culto del gioiello che li portava ad associare a ogni pietra un potere divino e così via, nei secoli dei secoli. Se nel Medioevo i gioielli appartenevano solo ai nobili e ai ricchi signori, nel Rinascimento le cose cambiano. Negli Anni Sessanta, Settanta e Ottanta il gioiello diventa parte di una tradizione familiare: rappresenta un tesoretto da tramandare di padre in figlio, ma quando nascono i gioielli d’acciaio e surrogati del genere, il gioiello smette di essere visto come bene prezioso e diventa semplicemente un accessorio da cambiare come fosse una cintura.

La moda rappresenta bene questa democratizzazione del lusso: fino a 25 anni fa, infatti, il prêt-à-porter non esisteva. Se a ciò si aggiunge che nell’ultimo decennio il prezzo dell’oro è quadruplicato, si capisce bene perché i costumi delle persone si sono lentamente modificati. Ti faccio un esempio: se al battesimo o alla comunione, la nonna regalava sempre un bracciale d’oro destinandogli una cifra che si aggirava intorno alle 150mila lire, adesso con 150 euro non si ha più lo stesso tipo ti prodotto». L’analisi puntuale del signor Zirafa spazia in lungo e in largo, passando dalla storia all’arte alla sociologia, fino a un’attenta analisi di mercato. «Vent’anni fa le case degli italiani erano piene di soprammobili d’argento e di cornici: i gusti più minimal imposti dall’interior design contemporaneo hanno modificato anche questo aspetto».

La creatività (e una sfida). Nonostante tutte queste argomentazioni, i gioielli restano tuttora sinonimo di un’emozione, regalati per un’occasione particolare, come una dichiarazione d’amore, una proposta di matrimonio o un anniversario, nonché acquistati per una gratificazione personale (anche se è più frequente fra gli stranieri che gli italiani, precisa il titolare di Brivio Gioielli).  «Oggi le persone mi chiedono gioielli di fasce molto differenti. Posso creare un bel gioiello d’argento e pietre naturali a partire da 70-80 euro a salire. La parte che mi piace di più del mio lavoro è senza dubbio questo aspetto creativo». La vera sfida per i prossimi anni, non solo per lui, ma per tutto il suo settore, sarà quella di riappropriarsi del significato del gioiello, diffondendo il piacere di portare un gioiello. Proprio come è riuscito a fare il fashion system nel suo campo. Ce la faranno i nostri eroi? Ne riparleremo tra qualche anno.

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